Batteri ghiotti di plastica!

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Il polietilene tereftalato (PET) è un polimero impiegato per la produzione di materiale plastico e in particolar modo bottiglie, il cui accumulo ed il conseguente smaltimento è diventato un problema ambientale di portata mondiale. Nel solo 2013, nel mondo sono state prodotte 56 milioni di tonnellate di PET derivate per il 90% dal petrolio. Secondo recenti stime, ogni anno si consumano pro capite in Italia più di 200 bottiglie in plastica di acqua e bibite. Questi dati fanno emergere, relativi consumi di produzione di circa 20 litri di petrolio e 180 di acqua e conseguente emissione di più di 20 kg di CO2. Cifre che parlano chiaro: gli esseri umani sfornano (e abbandonano) tanta, tantissima plastica! Dal punto di vita chimico, si tratta di una plastica estremamente resistente al processo di biodegradazione, cioè di distruzione da parte di agenti biologici: finora si riteneva che solo alcune specie fungine, tra gli organismi conosciuti, fossero in grado di decomporre parzialmente il PET. Almeno fino a oggi, quando è stato identificato il batterio Ideonella sakaiensis.

L’importante ricerca pubblicata da Shosuke Yoshida, del Kyoto Institute of Technology, e da colleghi di altri istituti giapponesi sulla rivista Science, potrebbe aprire nuove strade per il riciclaggio di questo materiale. Secondo lo studio sarebbe stata individuata una nuova specie batterica Ideonella sakaiensis 201-F6 che attraverso l’utilizzo di due enzimi, riuscirebbe idrolizzare il PET e l’intermedio di reazione, l’acido mono(2-idrossietil) tereftalico, in due monomeri non dannosi per l’ambiente, il glicole etilenico e l’acido tereftalico. I ricercatori hanno raccolto 250 campioni di detriti di PET e hanno testato la capacità di alcune comunità microbiche naturali di utilizzare il PET come fonte primaria di carbonio per vivere. Hanno così identificato un nuovo batterio, che è in grado di degradare quasi completamente un sottile strato di PET dopo sei settimane alla temperatura di 30 °C. La scoperta fatta dagli scienziati giapponesi, se confermata da studi ulteriori, risulterebbe estremamente importante e potrebbe trovare un’applicazione molto utile nelle tecnologie di riciclo delle plastiche.

Maria Laura Luprano

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