Batterioterapia, vincere le infezioni usando le loro stesse armi

Bacterial-Biofilm

Combattere il nemico con le sue stesse armi, ovvero contrastare i batteri “cattivi” usando la potenza di altri batteri “buoni”. È questa l’idea alla base della cosiddetta batterioterapia, o bioprotica, ovvero la possibilità di prevenire determinate patologie attraverso microrganismi che vengono introdotti in modo mirato. Una tecnica che è già stata oggetto di studi (e altri sono in corso) e che ha dimostrato particolare efficacia nel trattamento della colite causata dal batterio Clostridium difficile, attraverso il trapianto di feci. Altri settori in cui la bioprotica ha mostrato una certa efficacia sono quello delle infezioni delle alte vie respiratorie tipiche dei bambini (faringotonsilliti e otiti) e la prevenzione della carie nei soggetti predisposti. La prospettiva è interessante, dato che potrebbe portare a una riduzione dell’uso di farmaci (soprattutto antibiotici) nel trattamento di patologie molto frequenti, con un potenziale vantaggio anche in termine di antibioticoresistenza, problema di grandissima attualità in tutto il mondo. Altri campi su cui si sta sperimentando la terapia con batteri “buoni” sono: la prevenzione delle allergie, le piodermiti (dermatiti infettive), le coliche infantili e alcune patologie del tratto gastrointestinale e genito-urinario.

Il bambino numero 12 della classe K

Tutto comincia con John Tagg, un microbiologo neozelandese che a 12 anni aveva sofferto di febbre reumatica (che si può sviluppare dopo un’infezione da streptococco beta emolitico) in seguito a un’infezione alla gola, malattia che lo aveva costretto ad assumere antibiotici per dieci anni. Una volta adulto, Tagg ha cercato strade alternative alle cure classiche per le infezioni. Negli anni ‘80 ha quindi iniziato ad analizzare il cavo orale di un gruppo di bambini trovando alcuni streptococchi che, messi in coltura insieme ad altre specie di batteri, risultavano in grado di annientarli. In particolare, nella gola di un bambino di Dunedin (città neozelandese), Tagg individuò un ceppo di Streptococco alfa emolitico, non patogeno, in grado di distruggere gli Streptococchi beta emolitici di gruppo A (pyogenes), che sono invece altamente patogeni. Una “guerra” combattuta con le batteriocine, ovvero proteine prodotte da un batterio per ostacolare la crescita di altri batteri nell’ambiente circostante, comportandosi quindi come antibiotici naturali. Il protagonista di questa storia è lo Streptococcus salivarius, un batterio “buono” che compone la flora normalmente presente nella nostra bocca e che vive esclusivamente nel cavo orale umano. Per difendere la sua “nicchia”, S. salivarius, produce due batteriocine, chiamate A2 e B, che hanno un notevole spettro antibatterico: sono in grado di contrastare lo Streptococcus pyogenes, buona parte degli pneumococchi, l’Haemophilus influenzae di tipo b e i batteri del genere Moraxella. Il suo spettro d’azione va a colpire l’origine delle faringotonsilliti e in parte quella delle otiti. Il salivarius trovato nel bambino di Dunedin viene classificato come K12, semplicemente perché – in ordine alfabetico – si trattava del dodicesimo bambino della classe K della scuola dove Tagg stava svolgendo la sua indagine.

Buoni risultati contro le faringotonsilliti

«Il potere del salivarius K12 è oggi riconosciuto universalmente, tanto che negli Stati Uniti viene persino messo dentro i chewingum – spiega Antonio Boccazzi, infettivologo e dirigente medico nell’Unità di Pediatria a media intensità alla Clinica De Marchi di Milano -, ma per essere efficace il ceppo deve essere vivo e vitale: dunque va conservato in frigo e somministrato alla sera, dopo aver mangiato e lavato i denti. In molti soggetti, dal terzo/quarto giorno di terapia, questo salivarius è in grado di “colonizzare” il cavo orale producendo le sue due batteriocine e togliendo spazio agli streptococchi “cattivi”». Sono stati fatti alcuni studi sull’efficacia del salivarius K12 e altri studi sono in corso: i risultati, seppure non definitivi, fanno ben sperare. «Nei soggetti con storia di faringotonsilliti streptococciche si è vista una riduzione degli episodi tra l’85 e il 97% – spiega ancora Boccazzi – e una volta interrotta la terapia c’è un “effetto trascinamentoper il sei mesi successivi con riduzione degli episodi del 60%. Si è notata anche una riduzione delle tonsilliti di origine virale, durante la terapia, del 60%, mentre per le otiti la diminuzione è risultata del 40%». Il K12 avrebbe anche un effetto positivo contro l’aftosi (ovvero le afte ricorrenti in bocca) e l’alitosi.

«Attenzione a introdurre batteri»

Ci sono però alcune controindicazioni: seppure non direttamente patogeno, il salivarius è pur sempre un batterio e dunque va assunto con cautela. «La batterioterapia è interessante, ma ha bisogno di ulteriori e più ampi studi: quelli fatti finora sono pochi e su un numero di soggetti limitato – commenta Francesco Scaglione, professore di Farmacologia all’Università degli Studi di Milano -. Tutto parte dall’idea che molte infezioni derivino da alterazioni della flora batterica residente e che gli streptococchi non patogeni possano occupare lo spazio che occuperebbero quelli patogeni impedendo così a questi ultimi di installarsi nell’organismo. Una buona intuizione, ma non bisogna illudersi che sia un “toccasana”». Per Scaglione, i rischi ipotetici di una prevenzione fatta con i batteri sono quelli di creare delle antibioticoresistenze, che è proprio ciò che si vorrebbe combattere: «Quando si introduce nell’organismo un microrganismo questo prolifera dando vita a miliardi di batteri: tra questi potrebbero esserci dei “mutanti” che diventano resistenti agli antibiotici, trasmettendo poi la resistenza anche ad altri germi presenti. Inoltre bisogna fare molta attenzione nel caso di pazienti immunodepressi, per esempio con leucemia, perché l’introduzione di alcuni batteri potrebbe causare la setticemia».

Utilizzati ceppi non resistenti

Va detto che finora non ci sono state segnalazioni di infezioni causate dal K12. «Questo batterio può vivere solo sulla mucosa dell’ambiente orale dell’uomo, in qualunque altro punto dell’organismo non sopravvive – spiega Boccazzi -. Inoltre ha un elemento genetico, che produce le due batteriocine suddette, che non è trasferibile». Nella regolamentazione di questi prodotti, classificati in farmacia come “integratori”, il Ministero della Salute ha chiarito comunque che i ceppi utilizzati non devono essere resistenti né avere la possibilità di trasferire resistenza ad altri microrganismi. È però vero che tutti i probiotici sono sconsigliati dallo stesso Ministero della Salute nei soggetti immunodepressi, ossia in tutte le persone con patologie a carico del sistema immunitario (Hiv o soggetti in trattamento con immunosoppressori) per i rischi di infezione. «C’è stata una segnalazione in questo senso, ma riguarda lo Streptococcus oralis 89A, presente nella formulazione di altri prodotti – prosegue Boccazzi -: su questo batterio è stata emanata dalla Food and Drug Administration statunitense un’allerta per il rischio di setticemia nei soggetti immunodepressi».

La lotta contro la carie

C’è un altro ambito di studio promettente per la batterioterapia: quello della lotta contro la carie, per la quale è stata studiata l’efficacia del salivarius M18. «Si tratta di batteri depotenziati, una sorta di vaccino che aiuta a creare delle difese immunitarie – spiega Gaia Lisa Vinciguerra, odontoiatra specialista in Ortognatodonzia all’Università degli studi di Pavia -. Il salivarius M18 svolge tre azioni, grazie ad alcuni enzimi: si oppone alla crescita dello Streptococcus mutans (che causa la carie), si oppone alla crescita della placca ed evita che dentro la bocca si formi un ambiente acido che facilita la formazione di tartaro e gengiviti. Uno studio recente su 76 bambini, con buona igiene orale e sottoposti a controlli periodici, ha mostrato una riduzione della placca del 50% e dei batteri che producono la carie del 75%». Quello della carie nei bambini è un problema non di poco conto, anche a causa del consumo eccessivo di zuccheri fin da piccolissimi: «Vediamo bambini con carie anche a 18 mesi – spiega Vinciguerra -. Fino a qualche anno fa si somministrava il fluoro per via sistemica fino ai 12 anni, ora le linee guida ministeriali prevedono la somministrazione fino ai 3 anni seguita da applicazioni topiche (che andrebbero fatte dal dentista). Le gemme, ovvero l’abbozzo dei denti permanenti che si formano sotto i denti da latte, si formano fino a 12 anni e per alcuni soggetti nemmeno il dentifricio al fluoro è sufficiente. Quindi ritengo che il salivarius M18 possa essere un prodotto utile in alcuni casi, ma sottolineo che – nonostante sia venduto come integratore e non come farmaco – va assunto sotto il controllo del pediatra e dell’odontoiatra».

 

Salvatore Gemmellaro

Fonte: http://www.corriere.it/

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Non ho mai fatto della Scienza solo una materia di studio ed una passione personale, ma l’ho sempre ammirata come un’opera d’arte. Riesco a vederne la bellezza. I miei contemporanei probabilmente vedono solamente basi di Rna, gli enzimi. Io vedo Picasso, le più stupende sculture della biologia, vedo i Virus. Sono laureando in Scienze Biologiche, ed intendo dar del mio, in futuro, nel mondo della ricerca scientifica.

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