Cytomegalovirus: l’importanza dello screening nella prevenzione delle infezioni neonatali

Il Cytomegalovirus è un membro della sottofamiglia dei Betaherpesvirinae ed è considerato un virus linfotropico. Il genoma del CMV, che è il più grande tra quelli degli herpesvirus, è costituito da una singola macromolecola di DNA a doppia elica racchiusa in una matrice proteica ed in uno strato amorfo (capside e tegumento), circondati a loro volta da un doppio strato lipidico contenente i complessi glicoproteici virali (pericapside). Come gli altri membri della famiglia, ha la capacità di rimanere allo stato latente, integrato nel cromosoma delle cellule ospiti (linfociti T, macrofagi), mantenendo una replicazione persistente, resa evidente dall’effetto citopatico che si manifesta con un aumento di volume della cellula ospite (cellula citomegalica: 25-35 mm). La riattivazione di un’infezione latente può aversi in situazioni in cui si determina un rilascio di catecolamine (adrenalina, dopamina), come uno stress immune, responsabile dell’attivazione di una cascata di citochine e di percorsi di trasduzione del segnale che alla fine portano all’attivazione di vari fattori di trascrizione, all’innesco della replicazione virale e alla trascrizione dell’mRNA che codifica per altre proteine virali. Poche settimane dopo l’infezione da CMV l’organismo produce anticorpi appartenenti alla classe delle immunoglobuline IgM e, a distanza di una settimana dalla comparsa di esse, anticorpi della classe IgG. Normalmente le IgM anti-CMV aumentano di titolo per qualche settimana e poi diminuiscono lentamente in un periodo di 4-6 mesi. In casi particolari questi anticorpi possono essere evidenziati anche per anni, forse a causa di un persistente stimolo antigenico.

jhjIl virus al microscopio elettronico

Il CMV può essere isolato dalle urine, dal sangue, dalla saliva, dalle lacrime, dal latte materno, dallo sperma, dalle feci, dal liquido amniotico, dalle secrezioni vaginali e cervicali, e dai tessuti utilizzati per i trapianti. Il virus, che viene trasmesso principalmente attraverso le vie congenita, orale, sessuale e tramite trasfusione e trapianto d’organo, rappresenta la principale causa di infezione congenita nei paesi sviluppati, con un’incidenza complessiva pari allo 0.7% di tutti i nati vivi, ed è la principale causa di sordità neurosensoriale non genetica in età pediatrica.

In Italia il Cytomegalovirus è un herpesvirus molto diffuso, infatti il 60-70% delle donne in età feconda ha anticorpi CMV-specifici, segno che ha contratto questa infezione almeno una volta nella vita. Nel soggetto immunocompetente e quindi anche nelle donne gravide, le infezioni sono solitamente asintomatiche, tutti guariscono e non ci sono complicazioni. Ma, quando l’infezione viene contratta per la prima volta da una donna in gravidanza (infezione primaria), il virus può trasmettersi al feto in circa il 40% dei casi, sottolinea Pierangelo Clerici, Presidente AMCLI e Direttore dell’U.O. di Microbiologia dell’A.S.S.T Ovest Milanese. Si verificano anche casi di trasmissione materno-fetale conseguenti ad infezioni non primarie ma le percentuali di trasmissione fetale sono molto più basse rispetto a quelle osservate durante le infezioni primarie (1-2.2% dei casi). Dei neonati che nascono con un’infezione congenita (ovvero contratta in utero) il 10-15% ha sintomi più o meno gravi già evidenti alla nascita (ittero, petecchie, epatosplenomegalia, ritardo di crescita, microcefalia, corioretinite, ipoacusie mono o bilaterali) e fino al 70-80% di questi neonati sintomatici svilupperà gravi sequele entro i primi due anni di vita (ritardo psicomotorio, sordità, alterazioni oculari). In questi pazienti la mortalità perinatale è circa del 10%. Inoltre, circa il 5-15% dei neonati infetti ma asintomatici alla nascita svilupperà comunque complicazioni tardive (tipicamente sordità, ma anche ritardo mentale). Nel nostro paese non è previsto lo screening del Cytomegalovirus né prima della gravidanza né nei 9 mesi di gestazione e neanche dopo la nascita. Questo fa si che ogni anno si osservino circa 13.000 infezioni primarie da Cytomegalovirus nelle donne in gravidanza, nascano 5.000 bambini con un’infezione congenita da CMV e di questi circa 800 soffrano di severe disabilità permanenti dovute all’infezione congenita. Per fronteggiare questa infezione e, soprattutto, per arginarne gli effetti spesso definitivi sulla salute di molti bambini occorre promuovere anche in Italia, come avviene in Svizzera e in Germania, dei programmi di screening autorizzati pre e durante la gravidanza.

È questo l’impegno che l’AMCLI – Associazione microbiologi clinici italiani ha lanciato in occasione della conferenza internazionale sull’infezione congenita da Cytomegalovirus umano, organizzata dalla Società Europea ECCI (European Congenital Cytomegalovirus Initiative) a Venezia, dove microbiologi e virologi clinici, neonatologi, pediatri e ginecologi, si sono incontrati e confrontati per individuare ed implementare azioni concrete allo scopo di fronteggiare e ridurre i problemi legati a quest’infezione. L’obiettivo è quello di creare programmi di screening sia prima che dopo la gravidanza e prevenire così 5000 infezioni neonatali.

 

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