HIV, ecco come il virus si attacca alle cellule del sistema immunitario

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Il virus che causa l’AIDS riesce ad attaccarsi alle cellule del sistema immunitario e penetrarvi all’ interno, questo è concesso grazie ad una proteina di superficie del virus stesso che è stata caratterizzata tramite tecniche di ingegneria proteica. La scoperta di qualche anno fa ha permesso di comprendere meglio i meccanismi di accesso del virus nell’organismo umano e soprattutto di studiare alcuni potenziali vaccini. La molecola proteica che fa da rampino è, di fatto, l’unico antigene virale, bersaglio utile per gli anticorpi naturali e per i vaccini. Si tratta di un trimero (Env) ancorato al capside del virus, le cui strutture sono identiche e sono collegate tra loro, ognuna composta da due glicoproteine, una più piccola, la gp41, ed una più grande, la gp 120, disposte a formare rispettivamente il “gambo” ed il “cappello”.  Queste strutture non sono singole, tutt’altro, esistono per ogni virus almeno 15 trimeri Env e insieme riescono ad agganciarsi alle cellule umane sensibili. La grande particolarità, che rende il virus piuttosto difficile da contrastare, è che il trimero per sfuggire ai meccanismi di difesa cellulare muta frequentemente le regioni periferiche più esterne, così da renderne difficile il riconoscimento. È comprensibile pensare di studiare il trimero per ottenere nuovi vaccini ma, di fatto, la proteina risulta essere molto labile. È stato osservato che molte delle tecniche utilizzate in laboratorio annientano la macromolecola, la frantumano rendendo difficile la sua caratterizzazione per intero. L’idea di un team californiano è andato oltre le semplici tecniche di base, si è spinto fino all’ingegneria proteica per riuscire a ricopiare il trimero Env in toto e lo ha fatto aggiungendo dei “sostegni strutturali” lì dove la proteina risultava più fragile.  Si parla di tecniche quali la criomicroscopia elettronica e la cristallografia a raggi X, utilizzate in diversi studi scientifici ma che nel complesso hanno concesso un’integrale caratterizzazione della struttura proteica di “arrembaggio”.

Alice Marcantonio

Fonte: “Science”

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