Mastite granulomatosa ricorrente causata da Corynebacterium kroppenstedtii: problemi di diagnosi e terapia

La mastite granulomatosa rappresenta una rara condizione flogistica benigna della mammella ad eziologia generalmente incerta e caratterizzata, dal punto di vista anatomo-patologico, da granulomi non caseosi, da microascessi perilobulari e da un pool cellulare eterogeneo in cui prevalgono cellule epitelioidi giganti pleomorfe, istiociti, neutrofili, linfociti e plasmacellule. Le caratteristiche cliniche ed i reperti rilevabili alla diagnostica per immagini la rendono una evenienza spesso indistinguibile dal carcinoma mammario. La terapia è il più delle volte chirurgica, sebbene esistono possibilità di recidiva dopo resezione. Recenti studi suggeriscono che i Corinebatteri svolgono un ruolo importante nella patogenesi della mastite granulomatosa nelle donne. I difteroidi Gram positivi sono generalmente associati ad un’ampia varietà di infezioni, che riguardano soprattutto la cute ed i tessuti molli. Tali microrganismi non appartengono solo al genere Corynebacterium, ma sono rappresentati anche dalle specie: Actinomyces turicensis, Actinomyces neuii, Actinomyces radingae, Propionibacterium acnes, e, spesso, da alcuni micobatteri a rapida crescita; microrganismi generalmente considerati come normali componenti del microbiota umano. Il genere Corynebacterium comprende un’ampia gamma di bacilli Gram positivi i quali sono spesso componenti del microbioma cutaneo, ciò rende difficile la distinzione tra gli stati di colonizzazione, infezione o contaminazione. La descrizione di C. kroppenstedtii si basa su un singolo ceppo umano che è stato isolato perla prima volta dall’espettorato di una donna di 82 anni con malattia polmonare. L’analisi della parete cellulare ha rilevato la presenza di meso-DAP e arabinogalattano, e l’analisi della sequenza dell’rRNA 16S ha supportato l’inclusione di questo microrganismo nel genere Corynebacterium. Tuttavia questa specie manca di acidi micolici nella parete cellulare, il che rende questo microrganismo e C. amycolatum, gli unici due membri del genere che sono privi di acidi micolici nella parete cellulare. C. kroppenstedtii è una specie lipofila che produce colonie grigie, non pigmentate, leggermente secche o lisce su agar sangue. La sua natura lipofila richiede spesso l’aggiunta di una componente lipidica al mezzo di coltura (Tween 80). Le colonie hanno un diametro in genere inferiore a 0,5 mm dopo 24 ore di incubazione. Questo microrganismo è esculina positivo, ureasi e riduzione del nitrato negativi, e CAMP test negativo. L’acido è prodotto da glucosio, saccarosio e maltosio (reazione debole). I biocodici dell’API Coryne per questo ceppo sono 2040105 o 2040125, in base all’interpretazione della reazione del maltosio.

AB

A) Colorazione Gram positiva di Corynebacterium kroppenstedtii;

B) Colonie di Corynebacterium kroppenstedtii cresciute su agar sangue dopo 72h

Nel 2002, C. kroppenstedtii è stato isolato per la prima volta da una serie di prelievi bioptici provenienti da casi di mastite granulomatosa lobulare diagnosticati in giovani donne polinesiane. Più del 40% degli isolati era rappresentato da C. kroppenstedtii. Come abbiamo già accennato, questo microrganismo, è una specie lipofila priva di acidi micolici nella parete cellulare, ciò spiega il suo forte tropismo per le ghiandole mammarie ricche di lipidi. La diagnosi della mastite granulomatosa, che tipicamente affligge donne giovani ed in età riproduttiva, risulta complicata dalla difficoltà di isolare i microrganismi nei campioni clinici (pochi microrganismi solitamente limitati agli spazi cistici), dalla scarsa colorazione Gram + dei corinebatteri e dalle loro condizioni di crescita sui comuni terreni di coltura (C. kroppenstedtii cresce su differenti terreni di coltura sia in condizioni aerobiche che anaerobiche). Un’accurata e tempestiva diagnosi della mastite granulomatosa causata da C. kroppenstedtii è molto importante, poiché il regime terapeutico, instaurato spesso su basi empiriche, risulta molte volte inefficace visto che molti antibiotici sono idrofili e non riescono a penetrare l’ambiente ricco di lipidi del seno. Di conseguenza, la maggior parte delle volte, è necessario ricorrere ad un intervento chirurgico. Infatti, la paziente presentata nello studio condotto da M. G. Johnson e colleghi (Journal of Clinical Microbiology) è una donna messicana di 34 anni che ha sviluppato una mastite granulomatosa ricorrente consecutivamente in entrambi i seni. La donna è stata trattata con tre differenti classi di antibiotici (doxiciclina, clindamicina e amoxicillina-acido clavulanico) e ha subito tre interventi chirurgici in due mesi sul seno sinistro, mentre, è stata trattata con sei classi di antibiotici differenti (dicloxacillina, clindamicina, trimetoprim-sulfametossazolo, doxiciclina, amoxicillina-acido clavulanico, e ciprofloxacina) ed ha subito cinque interventi chirurgici in quattro mesi sul seno destro, senza però nessun risultato definitivo.

Il fallimento della terapia potrebbe essere dovuto alla scarsa capacità di penetrazione degli antibiotici utilizzati ed alla durata, non adeguata, del trattamento, nonostante i risultati ottenuti con i tests di sensibilità eseguiti. In conclusione, per gestire meglio i casi di mastite granulomatosa di origine infettiva, è necessario tenere presente che, la maggior parte delle volte, l’infiammazione è causata da C. kroppenstedtii, e che l’intervento chirurgico è quasi sempre indispensabile assieme ad una adeguata selezione di antibiotici che riescano ad agire nell’ambiente altamente lipofilo del tessuto mammario.

Fonte: Journal of Clinical Microbiology

Antonella Ligato

Commenta per primo

Rispondi