Appendice: una casa sicura per i batteri intestinali buoni

L'appendice è una riserva di batteri buoni (Source of the NY Times Illustration by Bryan Christie Design)

Per anni ritenuto un organo superfluo, l’appendice vermiforme ha dimostrato essere un elemento fondamentale per prevenire infezioni gastroenteriche e ripristinare la flora batterica nell’intestino.

Una possibile funzione di ripristino della flora batterica intestinale attraverso l'uso dell'appendice vermiforme come sacca di protezione dei batteri buoni (Picture by Wikimedia Commons).
Una possibile funzione di ripristino della flora batterica intestinale attraverso l’uso dell’appendice vermiforme come sacca di protezione dei batteri buoni (Picture by Wikimedia Commons).

Quanti di noi in passato o oggi stesso hanno avuto paura di avere un appendicite acuta? Sembra quasi una banalità, ma in realtà negli ultimi 30 anni la medicina si è sempre sostanzialmente trincerata davanti alla definizione dell’appendice vermiforme come una vestigia filogenetica del corpo umano, ovvero un residuo intestinale erbivoro che ha perso nell’evoluzione della specie ogni funzione fisiologica per l’uomo. Per tale motivo, i medici che avevano dinanzi ai loro occhi casi sospetti di appendicite non esitavano assolutamente nell’intervenire chirurgicamente (in alcuni casi anche senza diagnosi sicura) per risolvere il problema. Infatti, l’appendicectomia ha subito negli anni un miglioramento straordinario nella tecnica e nella rapidità di convalescenza per via del suo routinario utilizzo in chirurgia, divenendo uno degli interventi chirurgici più semplici e sicuri nella fase post-operatoria.

Eppure, dagli anni 2000 in poi sono nati vari studi clinici nel mondo che dimostrano una realtà totalmente differente dall’aspetto stereotipato che abbiamo acquisito circa la funzione dell’appendice per il nostro corpo. Uno dei più interessanti e folgoranti studi venne pubblicato nel 2011 sul Clinical Gastroenterology and Hepatology dai ricercatori della Winthrop University Hospital (New York), in cui si asseriva una cosa che mai prima d’ora era stata dimostrata con dati empirici. Infatti, tale studio evidenziava che l’asportazione dell’appendice mostrava una maggiore esposizione sotto il profilo immunologico ad infezioni batteriche intestinali più comuni. Infatti, la ricerca afferma che l’appendice immagazzinerebbe dei “batteri intestinali buoni” indispensabili per una efficace difesa immunitaria contro un batterio molto comune come Clostridium difficile.

Lo studio è stato approntato esaminando le cartelle cliniche di più di 250 pazienti colpiti dal batterio. Ciò che ha dimostrato tale ricerca è sensazionale: i pazienti sottoposti precedentemente ad un’appendicectomia erano ben quattro volte più a rischio di sviluppare una nuova infezione da Clostridium difficile, rispetto ai quei pazienti che avevano ancora l’appendice integra e sana. Questo risultato dimostra in maniera evidente la capacità dell’appendice di essere una “safe house” per i batteri intestinali buoni, preziosissimi per il naturale e rapido ripristino della flora batterica intestinale post-infezione batterica.

Successivamente all’uscita di questo articolo, molti altri studi e review si sono soffermati sul confermare tale eccezionale funzione dell’appendice per il nostro corpo, portando ad una presa di coscienza maggiore per quanto riguarda le proprietà e le funzionalità di questa quanto mai discriminata struttura ancestrale del nostro intestino.

Va precisato ed affermato con forza che è assolutamente ovvio che dinanzi ad un caso di appendicite acuta con rischio di peritonite l’intervento chirurgico è la unica e vera soluzione, e pertanto guai a pensare di sottovalutare il problema per salvaguardare la rimozione di tale struttura intestinale. Ma questo articolo, cari lettori, ci ricorda che il nostro corpo è una macchina complessa e meravigliosa, e che anche l’organo meno considerato vitale collabora attivamente allo status fisiologico del nostro organismo.

Giovanni Di Maio (alias Santi Rocca)

Fonti: www.scienze-naturali.it ; www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21699818 .

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