Biologia forense e microbiologia post-mortem: nuovi orizzonti per le indagini giudiziarie

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A chi non è capitato di seguire una serie televisiva poliziesca e ammirare quei poliziotti che in laboratorio forniscono dei risultati chiave per la risoluzione del caso? Bene, non è tutta finzione ciò che vediamo. La microbiologia, infatti, negli ultimi anni, sta ricoprendo un ruolo sempre più cruciale nelle indagini forensi e le enormi potenzialità di questa scienza potrebbero gettare luce sulla causa di morte in molti casi. Si parla, infatti, di microbiologia post-mortem, una vera e propria disciplina, che abbraccia la medicina legale e supporta l’autopsia clinica, estremamente utile sia per confermare una sospetta infezione sia per determinare la causa di morti sospette, inaspettate o improvvise. Il pilastro su cui si fonda la microbiologia post-mortem è l’assunto che il cadavere, in termini biologici, rappresenta un ecosistema dove i batteri giocano un ruolo cruciale per la degradazione tissutale e organica. I primi studi inerenti la microbiologia post-mortem risalgono alla fine dell’800 quando Achard e Phulpin pubblicarono un primo lavoro che evidenziava i batteri presenti nell’epoca successiva alla morte. Le prime osservazioni fatte su questo studio, tuttavia, portarono gli scienziati, tra cui O’ Toole, a mettere in discussione la possibilità di eseguire indagini microbiologiche in epoca successiva alla morte data la diffusione di microbi all’interno del cadavere. Questa teoria è stata, successivamente, smontata partendo dal presupposto che difficilmente i batteri oltrepassano attivamente una barriera mucosa poche ore dopo la morte. Fernandez et al. (2013) hanno recentemente pubblicato protocolli di applicazione per la raccolta di campioni su cadaveri che riducono al minimo la possibilità di contaminazione, rendendo l’interpretazione dei risultati assolutamente affidabile. Rutty et al. (2016) hanno messo appunto una metodica per campionare il batterio-plancton (l’insieme di batteri presenti nelle acque che si nutrono di sostanze organiche morte) in cadaveri morti a causa di annegamento: questa procedura consente, poi, di analizzare, mediante tecniche di biologia molecolare PCR, i batteri presenti e ricevere maggiori informazioni sul caso. Questo tipo di indagine si affiancherebbe a quella che è una pratica già consolidata nella medicina legale ovvero la ricerca di diatomee, alghe unicellulari, che avvalorano l’ipotesi, se presenti, della morte per annegamento in acqua dolce. Dato un corpo rinvenuto in acqua, la presenza di diatomee, non solo a livello bronchiale ed alveolare ma anche a livello parenchimale extrapolmonare (fegato, cervello, rene, midollo osseo etc.) sta a significare che il soggetto è annegato. In caso contrario, il corpo si è trovato in acqua a morte già sopraggiunta. Le diatomee sono utili anche per stabilire il PMI (Post-Mortem Interval) e cioè il tempo trascorso dalla morte, grazie al tempo di colonizzazione diverso caratteristico delle varie specie di alga. Per questo motivo è molto importante tipizzare la popolazione algale dello specchio d’acqua dolce dove il corpo è stato ritrovato e quella, come nel caso di un fiume, dove si presume che il corpo sia transitato prima del rinvenimento. Stabilire criteri di prestazione specifici per le colture post mortem e le applicazioni di specifiche tecniche di laboratorio è molto importante per aprire una vera e propria dimensione specifica nel campo delle scienze forensi. In aggiunta a ciò, ci auguriamo che in Italia si possano creare gruppi multidisciplinari composti da microbiologi, patologi forensi, medici legale per poter migliorare i servizi offerti alla comunità nell’ottica di una visione olistica della salute.

Fabrizio Visino

Fonti: “La nuova frontiera della microbiologia: il post-mortem”, D’Aleo F., Bonanno R. Biologi Italiani, num.11, Novembre 2016.

 Postmortem microbiology analysis”  Enferm Infecc Microbiol Clin. 2013 Dec;31(10):685-91. doi: 10.1016/j.eimc.2012.09.019. Epub 2012 Nov 26.

“Post-mortem computed tomography coaxial cutting needle biopsy to facilitate the detection of bacterioplankton using PCR probes as a diagnostic indicator for drowning.” Int J Legal Med. 2016 Nov 5.

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