1918-19: l’incubo influenza spagnola

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Siamo nell’anno 1918, anno ricco di eventi, soprattutto sul lato bellico, che culminano l’11 novembre con la fine della Grande Guerra. Tuttavia questo anno è ricordato anche per la più grave pandemia che l’umanità abbia mai affrontato, peggiore perfino della peste nera che nel XIV secolo flagellò l’Europa. Nell’ottobre del 1918 ha inizio infatti la disastrosa epidemia di influenza spagnola.

L’influenza spagnola, patologia di origine virale (Fig.1), è stata definita come la più grave pandemia della storia dell’umanità, e colpì principalmente dall’ottobre 1918 all’aprile 1919. Essa colpì infatti circa un miliardo di persone, uccidendone circa 50 milioni, di cui circa 375 mila individui solo in Italia (anche se alcune stime arrivano addirittura a 650 mila).

Fig.1: il virus dell'influenza spagnola, H1N1.
Fig.1: il virus dell’influenza spagnola, H1N1.

Il nome di questa malattia deriva dal fatto che la Spagna, essendo estranea al primo conflitto mondiale, era esente dalla censura di guerra e quindi i primi giornali a riportare la notizia furono proprio quelli iberici, mentre quelli di tutti gli stati coinvolti nel conflitto insabbiarono l’avanzata del morbo, facendo trapelare solamente che esso era circoscritto alla Spagna. In realtà il virus fu portato in Europa da soldati statunitensi che entrano in guerra nel 1917.

La malattia esordiva inizialmente come una comune influenza, a cui però seguivano sintomi sempre più gravi come polmonite acuta, cianosi e dispnea acuta. La morte avveniva infine per insufficienza respiratoria. Un medico alla base di Fort Devens scrisse che già agli esordi dell’epidemia si contavano 8 decessi al giorno nella base stessa, e il numero continuava ad aumentare.

Un’altra testimonianza è riportata colonnello medico Victor C. Vaughan, membro della commissione che visitò lo stesso campo di Devens al culmine dell’epidemia. Scrive Vaughan:

…centinaia di vigorosi che con l’uniforme americana indosso entravano a gruppi di 10 o più nei reparti dell’ospedale, ove venivano ammassati sulle brandine. Presto diventavano cianotici, e tossendo espettorato muco venato di sangue. La mattina i cadaveri venivano ammonticchiati nell’obitorio, come ceppi.”

Sempre Vaughan scrive che i polmoni prelevati da un giovane morto e portati al tavolo autoptico

“apparivano gonfi e bluastri, la superficie era fradicia e schiumosa e la loro consistenza molle.”

Ma come mai il virus si propagò così velocemente?

Secondo i ricercatori guidati da Yoshiro Kawaokao, la straordinaria capacità di diffusione della spagnola era dovuta alla proteina emoagglutinina (la lettera H nel nome del virus; l’altra lettera, la N, è riferita alla seconda proteina virale, la neuramidasi) che permette al virus di legarsi alle cellule degli organismi infetti e suscita una reazione anomala del sistema immunitario che invece di combattere il virus contribuisce a distruggere i polmoni.

Caratteristica dell’influenza spagnola fu il fatto che gran parte delle vittime furono giovani sani di età compresa tra i 18 e i 29 anni, mentre gli anziani, di norma i più sensibili alle malattie, venivano infettati in maniera meno grave o addirittura risparmiati.

Fig.2: Cartello dell'epoca del dipartimento della salute che riporta la frase "sputare sui marciapiedi è proibito. Le multe per i trasgressori saranno da 5$ a 100$". La prevenzione si basava anche su gesti semplici come il non sputare per terra.
Fig.2: Cartello dell’epoca del Dipartimento della Salute che riporta la frase “sputare sui marciapiedi è proibito. Le multe per i trasgressori saranno da 5$ a 100$”. La prevenzione si basava anche su gesti semplici come il non sputare per terra.

Come trovare una spiegazione a questo singolare fatto?

Secondo una ricerca condotta da Michael Worobey e pubblicata sul Proceedings of the National Academy of Science, la maggior vulnerabilità dei giovani fu dovuta ad una mancata immunizzazione passata, cosa che invece avevano ottenuto gli anziani. Infatti i nati tra il 1889 e il 1900 circa erano venuti a contatto soltanto con il virus H3N8 (noto anche come influenza russa), che non aveva in alcun modo contribuito ad immunizzare la giovane popolazione. Invece, i nati prima del 1889 e dopo il 1900 erano venuti a contatto con antigeni simili ad H1N1, e questo aveva portato ad una parziale immunizzazione.

Secondo Worobey, comunque, ad uccidere la maggior parte delle persone nel 1918 fu un’infezione batterica polmonare subentrata secondariamente, che oggi si potrebbe curare con antibiotici. A questo proposito, lo studioso affermò: “Se il ceppo del 1918 fosse stato di per sé particolarmente letale, allora nel momento in cui si ripresentasse un’epidemia simile ci sarebbero ben poche soluzioni. Ma se la virulenza della spagnola era dovuta solo al fatto che molte persone non erano state esposte al ceppo in precedenza, possiamo essere più fiduciosi nella possibilità di trovare una cura”.

Andrea Borsa

FONTI: National Geographic, Focus, Università di Pisa

Articolo di Michael Worobey:  Worobey, M., Han, G. Z., & Rambaut, A. (2014). Genesis and pathogenesis of the 1918 pandemic H1N1 influenza A virus. Proceedings of the National Academy of Sciences, 111(22), 8107-8112.

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