Forme di vita “aliene” anche tra i batteri?

Le grotte sommerse delle Bahamas, le cosiddette “Blue holes” (buchi blu), sono tanto affascinanti quanto pericolose sia per sub esperti che per studiosi che ne vogliono portare a galla i profondi segreti.

Ma cosa sono i Blue holes?

Per prima cosa occorre fare una digressione storica per comprendere come si siano formati. I Blue holes, infatti, si sono creati durante le glaciazioni, quando, essendosi il livello dell’acqua abbassatosi radicalmente, l’acqua piovana ha potuto scavare queste grotte. Successivamente, con il riscaldamento del pianeta e la risalita dei mari, le grotte si riempirono di acqua salata e oggi la loro profondità si aggira in media attorno ai 100 metri. Ad una tale profondità ossigeno e luce solare, due delle condizioni fondamentali per la vita sulla Terra, scarseggiano, quindi ci si imbatte in una foschia pallida, quasi fibrosa, come una rete impalpabile e argentea di ragnatele attorcigliate, sospesa immobile nell’oscurità: è uno strato di acido solfidrico, un gas tossico prodotto dalle colonie di batteri e dalla materia organica in decomposizione.
A differenza di ciò che avviene per le cavità che si trovano lungo la costa, che si presentano come un prolungamento dell’ambiente marino, qui il flusso ridotto della marea dà origine a una netta stratificazione della chimica delle acque. Sopra uno strato più denso di acqua salata è presente, infatti, un sottile manto di acqua dolce, residuo delle piogge, che fa da coperchio isolando l’acqua salata dall’ossigeno contenuto nell’atmosfera e impedendo ai batteri di decomporre la materia organica. Subito sotto lo strato di acqua dolce, i batteri sopravvivono consumando solfato (uno dei sali contenuti nell’acqua) ed emettendo come sottoprodotto l’acido solfidrico, che in dosi massicce può causare delirio e persino la morte. Per tale motivo, i subacquei che entrano in contatto con il gas possono accusare prurito, formicolii, capogiri.

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Cosa nascondono queste cavità sommerse?

D’istinto siamo portati ad associare la vita con l’ossigeno, ma, in realtà, sulla Terra, sono esistiti organismi viventi oltre un miliardo di anni prima che apparisse il gas di cui non possiamo fare a meno. Anzi, paradossalmente, la “rivoluzione dell’ossigeno” (così come è chiamata dagli studiosi) è avvenuta proprio perché sono comparsi dei batteri che lo emettevano come scoria.
Gli studiosi, che hanno deciso di avventurarsi in questi buchi profondi, hanno riscontrato che, nonostante la loro inospitalità, questi pullulino comunque di specie viventi come gamberi, copepodi e altri crostacei. Si sono quindi interrogati su come facessero a sopravvivere, ma soprattutto quale fosse il loro nutrimento. La risposta l’hanno riscontrata nei numerosi microrganismi che rivestono, come un tappeto, il fondale e le pareti di queste grotte. Analizzando temperatura, salinità, acidità, quantità di ossigeno e di acido solfidrico, hanno riscontrato che questi si riproducono in condizioni ostili per la maggior parte delle forme di vita: si nutrono prevalentemente di acido solfidrico. Questo porta a definirli come forme di vita “aliene”, poiché non solo sono differenti da ogni microorganismo oggi conosciuto, ma potrebbero essere simili a forme di vita forse presenti a milioni di chilometri di distanza, negli oceani che si estendono sotto le calotte di ghiaccio che coprono le lune di altri pianeti, come Europa, satellite di Giove, o Encelado, che orbita intorno a Saturno.

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Prossima fermata: gli oceani di Europa?

Le analisi genetiche condotte assieme a ricercatori della Pennsylvania State University hanno individuato specie riconoscibili di batteri capaci di sopravvivere in condizioni di scarsa illuminazione, e altri che si alimentano esclusivamente di acido solfidrico. Gran parte dei batteri dei Blue holes, inoltre, prosperavano vicino all’aloclino, uno strato relativamente sottile in cui l’acqua dolce si mescola con quella salata.
Secondo Kevin Hand, astrobiologo e vicedirettore del programma della NASA per l’esplorazione del Sistema Solare, è proprio il tipo di ambiente che potrebbe esistere sotto la calotta di ghiaccio che ricopre il satellite Europa. Nelle spaccature sulla sua superficie penetra materiale ricco di zolfo eruttato dai vulcani di Io, un satellite vicino. “Se c’è una cosa che sappiamo”, dice lo studioso, “è che alla vita piace insediarsi sui confini, negli interstizi. È lì che la vita trova le energie per alimentarsi”.
I ricercatori della NASA hanno proposto diverse missioni per esplorare Europa, con passaggi di navicelle, sonde orbitanti o anche lander in grado di posarsi sul satellite. Ma non è sicuro se la NASA troverà modo di finanziarne almeno una. Hand però è ottimista: “Con un po’ di fortuna, faremo partire una di queste missioni intorno al 2020, in modo da comprendere meglio l’oceano che si estende sotto il ghiaccio che ricopre Europa e valutare la possibilità che ospiti forme di vita”.

Emanuela Pasculli

Fonte: National Geographic

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