La crudeltà e gli orrori degli esperimenti su essere umani

Uno scenario orribile regnava tra 1933 e il 1945, creato dalle idee folli della cultura nazista che proclamava la superiorità della razza ariana, perseguitando ebrei, rom, slavi, neri, omosessuali e nemici politici. Nel 1942 la Germania occupava quasi tutta l’Europa e necessitava di una efficiente organizzazione militare assicurandosi la salute dei propri militari. I tedeschi, giapponesi e italiani ancora non erano a conoscenza di antibiotici in grado di curare le ferite da guerra, causa principale della morte di molti soldati.

Le infezioni, gli attacchi epidemici, hanno sempre giocato un ruolo importante per le vittorie belliche, infatti ricordiamo la sconfitta dell’esercito di Napoleone in Russia nel 1812 a causa del tifo petecchiale. La guerra poneva i soldati in situazioni di stress in ambienti poco igienici provocando l’insorgenza di focolai di tubercolosi che si diffondevano facilmente nelle camerate condivise durante la notte; inoltre, alcune zone dell’URSS e dell’Italia non erano ancora bonificate dalla malaria, il cui vettore Anopheles infettava molti soldati. Quindi la ricerca di cure per i militari diventò una strategia bellica e destò interesse nello Stato che organizzò la formazione delle Schutzstaffel (Squadre di protezione) conosciute come SS. Le SS scatenarono terrore tra i deportati, trattandoli in modo disumano e seviziandoli con esperimenti per studiare la fisiopatologia umana in condizioni fisiche estreme e per ricercare trattamenti, cure per debellare le infezioni correnti.

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La “Malarioterapia” fu utilizzata dal Prof. Wagner von Jauregg nel 1917 per ottenere la cura per pazienti affetti da paralisi progressiva o tabe dorsale durante lo stadio terziario della sifilide; il trattamento prevedeva inoculazione dei parassiti malarici (Plasmodium). Purtroppo la terapia non ebbe mai nessun esito positivo, ma chiarì le risposte immunitarie verso differenti ceppi di Plasmodium falciparum. In Germania le sperimentazioni su cavie umane iniziarono ad Amburgo dal 1926 con Peter Muhlens; le iniezioni erano effettuate senza alcun permesso sui pazienti degli istutiti psichiatrici e i rischi di morte erano elevati poiché gli attacchi febbrili erano molteplici e spesso i pazienti ricevevano cure contro la malaria dopo il dodicesimo attacco febbrile provocando danni come ittero, splenomegalia e disturbi cardiaci.

Le sperimentazioni crudeli continuarono con Klaus Schilling, che con l’aiuto di scienziati italiani e prussiani, convinto di poter ottenere il vaccino contro la malaria, iniettava quantità elevate di schizonti nei pazienti senza però ottenere immunizzazione verso gli sporozoiti. Nel 1939 gli scienziati italiani bloccarono la folle ricerca di Schilling ma la sua spietata determinazione lo portò in Germania e ottenne un laboratorio a Dachau dove continuò i suoi esperimenti su cavie umane, promettendo ai medici tedeschi che avrebbe ridotto le perdite, dovute alla malaria, dei militari tedeschi sui fronti della Bulgaria e Grecia. I suoi pseudo-esperimenti, tutti documentati, stimano 1.200 prigionieri infettati da schizonti provenienti dal sangue di pazienti affetti da malaria terzana; i primi prigionieri (criminali professionisti e preti polacchi) erano di ottima salute, successivamente vennero prelevati prigionieri debilitati dai campi di concentramento. Prima degli attacchi febbrili dovuti al Plasmodium malariae, ai poveri detenuti venivano somministrati dosi di neosalvarsan, chinino, piramidone, aspirina e inoltre fu testato un nuovo farmaco denominato 2516 fornito dalla casa farmaceutica Boehringer. Il Dott. Blaha, collaboratore di Shcilling, dopo le autopsie, documentò: “… per 15 giorni al prigioniero fu somministrato Pyramidon alle dosi di 4 gr ogni volta fino a che i suoi globuli rossi furono completamente disintegrati… dimostrarono che vi era un certo numero di intossicazioni letali dovute a Salvarsan, Antipirina e Piramidon”.

Sulle morti ci fu sempre un grande mistero e menzogne, non fu mai documentato da Schilling che i decessi erano causati da malaria. Le orrende torture di quel laboratorio terminaro poco prima della liberazione dei campi da parte degli americani e Schilling fu processato e durante il processo testimoniò un ex detenuto che denunciò la morte di 324 preti cattolici. Schilling fu impiccato a Landsberg il 28 maggio 1946.

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L’orrore di quegli anni violentò anche lo stato psicofisico di innocenti bambini. Come detto in precedenza, la tubercolosi avanzava tra i militari tedeschi e la mente diabolica, criminale del Dott. Kurt Heissmeyer, esperto in tisiologia ma con grandi lacune di immunologia e batteriologia, pianificò esperimenti spaventosi, commettendo una strage di bambini. Heissmeyer non seguì i metodi proposti dai colleghi, ovvero stimolare il sistema immunitario delle vittime con la tubercolina, ma decise di iniettare bacilli viventi della tubercolosi nel sottocutaneo dei detenuti per procurare difese immunitarie che avrebbero portato alla scoperta del vaccino; tal metodo procurò, nei suoi primi esperimenti, morti dovuti alla proliferazione del bacillo. I bambini provenienti dai campi di Birkenau e Neuengamme dopo essere stati selezionati e infettati, mostrarono subito linfoadenopatie localizzate nel cavo ascellare; le linfoghiandole furono analizzate istologicamente ma non mostrarono la formazione di anticorpi specifici. La crudeltà di tali “uomini” non ebbe fine, poiché per eliminare le prove di quelle sevizie, il 21 Aprile del 1945 le SS uccisero adulti e bambini, impiccandoli e cremandoli. Solo nel 1966 Heissmeyer fu condannato all’ergastolo per l’efferato omicidio dei bambini e morì nel 1967 per un infarto.

Nel 1941 fu organizzato una sezione di ricerche sul tifo petecchiale e affidata al Dott. Ding-Schuler. Il protocollo di ricerca prevedeva di infettare i prigionieri di Buchenwald, con ceppi di Rickettsia prowazekii (morti), di cui 382 venivano vaccinati con 16 tipologie di vaccino e 89 deportati non vaccinati. Negativi furono gli esiti e inaspettamente il maggior numero di morti fu registrato tra gli individui non vaccinati. Le case farmaceutiche premevano per ottenere un vaccino per il tifo che contagiava i militari, il dott. Eugen Haagen dell’Università di Strasburgo sperimentò diversi vaccini su deportati stremati e infettati, in questo caso, con microrganismi vivi. Dopo svariati fallimenti, testò un vaccino prodotto dall’Istituto Sierologico di Stato di Copenaghen su circa 30 zingari, che si mostrò inefficace e portatore di gravi effetti collaterali. Le morti continuarono inutilmente a causa di menti crudeli spinte dalle case farmaceutiche che testarono ulteriori due prodotti: granulato di acridina e il rutenol; A dosi di 0,25mg le vittime presentavano vomito e a dosi più elevate gli effetti erano ancora più gravi: nefriti, broncopolmoniti, flemmoni cutanei, edema della laringe, emorragie intestinali.

Il mondo accademico tedesco e della medicina militare partecipò all’efferatezza dei crimini commessi dall’SS, adulti e bambini furono infettati con ceppi virali dell’epatite ma rimane un mistero se furono testati vaccini per tale patologia.

Dopo la morte di Reinhard Heydrich, Governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, causata dall’infezione di una ferita d’arma da fuoco, i medici tedeschi si interessarono allo studio degli effetti dei farmaci sulfamidici, l’incarico fu dato al Dott. Karl Gebhardt. Colture batteriche furono inoculate su ferite inferte su arti inferiori di cinque prigioniere di Ravensbrück; la ferita fu ricucita per assicurarsi l’estensione dell’infezione. Le seguenti sperimentazioni diventarono sempre più scrupolose e allo stesso tempo crudeli, per simulare al meglio una ferita da guerra, inocularono su vittime “politiche polacche” una maggiore quantità di ceppi batterici con la presenza di schegge di legno o vetro. Il medico Fritz Fischer, dopo aver osservato che le “pazienti” non erano ancora morte per le infezioni, decise di simulare la rottura dei tessuti, tagliando i vasi saguigni per rendere la ferita ischemica. In questo modo le ferite si infettarono dopo 24 ore e oltre ad inoculare i microrganismi inviati dall’Istituto di Igiene delle SS, furono aggiunti streptococchi e stafilococchi. I medici avevano ottenuto ciò che volevano e tra atroci sofferenze le sfortunate donne furono divise in due gruppi: il primo trattato con metodi chirurgici e il secondo con i sulfamidici.

Tramite il racconto di Zophia Maczka, una dottoressa radiologa di Cracovia, ex-prigioniera politica, le scene terrificanti delle operazioni chirurgiche che avvenivano nei bunker sono ben chiare: medici non addestrati lavoravano in ambienti non igienici con strumenti non sterili. Le pazienti subito dopo le operazioni venivano abbandonate nelle stanze senza il supporto di infermieri. Il Dott. Rosenthal era conosciuto per il suo sadismo. Alle pazienti narcotizzate veniva effettuata una ferita agli arti inferiori, successivamente veniva infettata con batteri e vennero usati lo Stafilococco aureus, il Malignum dell’edema, il Bacillo della cancrena gassosa e il Clostridium tetani. Weronika Kraska, infettata con il Clostridium tetani morì dopo alcuni giorni. Kasimira Kurowska fu infettata con il bacillo della cancrena gassosa morì anche Lei dopo alcuni giorni. Con il Malignum dell’edema furono infettate Aniela LefanowiczZofia Kiecol, Alfreda Prus e Maria KusmierczukLe prime tre morirono dopo pochi giorni, mentre Maria Kusmierczuk sopravvisse all’infezione, rimase malata per più di un anno, ma poi riuscì a salvarsi.

Nel maggio del 1943 Karl Gebhardt affermò che i sulfamidici testate sulle cavie umane non erano stati efficaci per la cura delle infezioni; il 2 Giungo 1945 fu catturato e dopo il processo per i crimini commessi fu impiccato nella prigione di Landsberg am Lech.

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Sono stati raccontati solo alcuni orrori di quegli anni, le idee folli dei nazisti portarono alla morte di circa 7000 cavie umane per esperimenti “scientifici”. Donne, bambini, uomini ingannati con la speranza di riavere la dignità, la libertà, di rivedere i propri cari, madri, padri, figli, perdevano la vita inutilmente e se il loro destino era stato “benevolo” e superavano le operazioni inflitte le loro vite non erano più le stesse; nonostante la liberazione dei campi di concentramento, la perdita della dignità umana portò svariati suicidi. E’ giusto sapere le verità nascoste in quelle orribili prigioni, è giusto ricordare e rispettare le vite perse in quegli anni e è fondamentale sapere, ricordare il valore della vita umana. LA STORIA NON SI DEVE RIPETERE!

Veronica Nerino

Fonte:

Le Infezioni nella Storia della Medicina:

Gli esperimenti di infezioni su cavie umane compiuti dai nazisti nei campi di concentramento – Sergio Sabbatani Unità Operativa di Malattie Infettive, Policlino S. Orsola-Malpighi, Bologna, Italy

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