Dal deserto di Atacama nuovi scenari microbiologici

Deserto di Atacama, il deserto più asciutto del mondo. L’altitudine è di circa 2500 metri sopra il livello del mare ed è l’ambiente perfetto per chi ama la natura estrema e selvaggia ai confini del mondo. C’è chi direbbe che la cosa più strana sia la famosa mano che sbuca da queste sabbie dell’America latina, ma c’è un gruppo di persone che afferma che la cosa più sorprendente sia invece la grande ricchezza microbiologica che si può trovare in questo ambiente estremo.

Infatti, i microrganismi presenti in questo ambiente che a tratti ricorda molto quello marziano, come sostiene l’astrobiologo cileno Armando Azua, potrebbero rivoluzionare il mondo farmaceutico e l’agricoltura tutta. Lo scienziato e la sua equipe hanno trovato nel sottosuolo rovente Streptomyces bacillus goderatophilus, un parente dei più comuni batteri produttori di antibiotici. Questo potrebbe essere un interessante oggetto di studio per lo sviluppo di nuove molecole antibiotiche, in un’era come la nostra che non soltanto scarseggia di novità in tal senso, ma anzi è assediata da una nuova minaccia. Ovviamente sono necessari studi più approfonditi per comprendere le potenzialità di questo specifico microrganismo ed eventualmente se possa essere “potenziato” in laboratorio. E’ indubbio infatti che le molecole naturali possano essere potenziate chimicamente per agire in maniera più specifica e più mirata verso una particolare molecola o enzima e, quindi, per eliminare più velocemente uno o più microrganismi, in base alla tipologia della molecola che può essere ad ampio spettro o a spettro specifico.

Le novità non finiscono qui: in passato è stato trovato a Chernobyl un fungo capace di resistere alle radiazioni. Armando Azua ritiene che nel deserto di Atacama possa esistere un organismo simile che sia in grado di tollerare le radiazioni ultraviolette, producendo un composto che lo aiuterebbe a vivere in queste avverse condizioni climatiche. Si è giunti a questa ipotesi dopo aver trovato batteri letteralmente anneriti, indice del fatto che utilizzano massivamente la luce solare. Magari troveremo un nuovo candidato biotecnologico che possa spodestare Desulforundis audaxviator o addirittura Deinococcus radiodurans. Staremo a vedere!

L’agricoltura potrebbe trarre beneficio dai batteri trovati in queste terre. Infatti, applicando dei geni di resistenza alla siccità, alcune piante sono sopravvissute diverse settimane senza’acqua. L’idea dello scienziato è di estrapolare geni simili da microrganismi del deserto più secco della terra per testare se queste performance possano essere migliorative.

Ancora è tutta speculazione, ma sicuramente questo habitat così strano e distante da noi potrebbe riservarci particolari sorprese in futuro, non solo per capire come alcuni microrganismi possano vivere in condizioni così avverse, ma anche per scoprire eventuali molecole che potrebbero tornarci sicuramente utili!

 

Francesco Centorrino

 

Sitografia:

http://www.popsci.it

http://www.turismo.it

http://gds.it

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