I serbatoi nascosti dell’HIV nelle cellule CD4

Negli anni ’80, la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita (AIDS), una patologia del sistema immunitario causata dall’HIV che rende i pazienti affetti più soggetti alle infezioni, rappresentava una sentenza di morte per chiunque ne fosse colpito. Oggi, dopo quasi 30 anni, grazie al progresso farmacologico è possibile tenere sotto controllo l’infezione da HIV, riducendo il tasso di mortalità. Il merito di tale progresso si deve soprattutto alla terapia antiretrovirale combinata, che sopprime la replicazione virale nei linfociti T CD4+, ossia i principali target del virus.  E’ possibile, tuttavia, che alcune di queste cellule sopravvivano diventando un serbatoio latente del virus, come una sorta di bomba ad orologeria pronta ad esplodere in caso di interruzione della terapia farmacologica.

Interazione del virus HIV con il linfociti CD4+

La causa di questo fenomeno è da ricercarsi principalmente nel meccanismo di replicazione dell’HIV: grazie all’azione della trascrittasi inversa, il genoma ad RNA del virus viene convertito in DNA e integrato in quello della cellula ospite. La duplicazione dell’HIV produce copie virali nei linfociti T CD4+, distruggendoli e compromettendo le difese immunitarie dell’uomo. Tuttavia, alcune cellule non subiscono danni irreparabili, divenendo riserve invisibili per l’infezione a causa del DNA virale contenuto nei loro cromosomi.

Come identificare, quindi, questi depositi virali? La principale difficoltà risiede nel fatto che si tratta comunque di cellule  molto rare, tanto che su 1 milione di linfociti T CD4+ in pazienti sottoposti a trattamento farmacologico, in media solo una presenta il genoma dell’HIV.

Una soluzione al problema potrebbe essere quella di utilizzare un marcatore biologico specifico esclusivamente per questa tipologia di cellule. Ed è proprio su questo presupposto che sono partite le ricerche di un gruppo di esperti francesi, con a capo Monsef Benkirane dell’Università di Montpellier, le cui conclusioni sono state pubblicate sulla rivista Nature il 15 Marzo 2017. Grazie ad un modello in vitro che riproduceva il fenomeno della latenza nei linfociti T CD4+ infettati con un virus geneticamente modificato derivato dall’HIV, gli studiosi sono riusciti a identificare 16 geni. Di questi, il più interessante è risultato essere il gene FCGR2A, codificante una proteina detta CD 32a, espressa nel 50% dei linfociti T CD4+ latenti. Per comprendere il funzionamento di CD 32a sulla superficie delle cellule immunitarie saranno necessari studi più approfonditi, ma la scoperta ha destato clamore nella comunità scientifica! Riuscire a identificare i serbatoi latenti dell’HIV e conoscere il misterioso meccanismo alla base potrebbe, infatti, permettere a medici e scienziati di sviluppare nuove terapie antiretrovirali, garantendo una vita più duratura ai pazienti affetti da AIDS.

Fonti: Le Scienze

Silvia Vallefuoco

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