I tre cibi che rischiano l’estinzione

Che cosa hanno in comune olio d’oliva, banane e miele?

Non sono gli ingredienti dell’ultimo elisir di bellezza approvato da una qualche celebrità. Purtroppo, sono gli alimenti con un destino incerto e di cui, probabilmente, le generazioni future dovranno fare a meno.

Vediamo perché.
Gli oliveti italiani sono soggetti all’attacco da parte di un patogeno che lascia, al suo passaggio, questi imponenti alberi tristemente appassiti. Un fungo che si sta infiltrando nei terreni tropicali ha invece il potenziale di far estinguere più della metà dei banani presenti sulla Terra. Una triade di malattie sta portando ad un calo del numero di api, una situazione che minaccia non solo la produzione di miele, ma un terzo del cibo prodotto sul pianeta.

Negli Stati Uniti il mercato globale spesso preserva i consumatori dal notare gli effetti di queste pandemie alimentari: se il vostro olio d’oliva toscano preferito scompare dagli scaffali, una versione andalusa si trova, probabilmente, sulla mensola sopra. Ma è la portata mondiale che preoccupa, poiché, se la loro diffusione venisse lasciata incontrollata, interi corridoi di supermercato potrebbero un giorno restare vuoti.

Analizziamo i tre cibi separatamente, assieme agli esperti.

Un batterio nello “stivale”!

La Puglia, regione italiana che rappresenta il “tacco dello stivale” che è la nostra penisola, è, normalmente, ricordata dai turisti per le ville, le fattorie millenarie, le “case bianche” e le acque cristalline del Mediterraneo.
Tuttavia Johnny
Madge, un esperto di olio di oliva residente in Lazio, abbassa la voce come se stesse raccontando una storia di fantasmi e si schiarisce la gola mentre racconta del suo viaggio in Puglia. “Hai la sensazione di avvicinarti a qualcosa come Chernobyl”, dice.

Ulivi infettati da Xylella

Questa descrizione si riferisce agli oliveti appassiti che fanno sembrare le colline pugliesi, un tempo verdeggianti, vittime di un incendio boschivo. Questo paesaggio post-apocalittico è il risultato di una malattia delle piante causata dal batterio Xylella fastidiosa pauca, un agente patogeno mortale che minaccia di usurpare le antiche fattorie.

Dallo scoppio dell’infezione, questa ha cominciato a diffondersi verso Nord, spostandosi pericolosamente vicino alla “caviglia” dello stivale italiano. Questo, assieme all’incapacità delle autorità italiane di fronteggiare l’emergenza, ha preoccupato l’Unione Europea.
Se X. fastidiosa – che viene trasmessa da un albero all’altro, tramite gli insetti – si riversa fuori dallo stivale, gli alberi, che producono il 95% di olio d’oliva al mondo, sarebbero probabilmente in pericolo.

In Italia, gli ulivi sono molto più di una coltura. “Quando si parla di olio d’oliva a chi vive in questa regione, è quasi come parlare di sangue”, dice Madge. “Hanno avuto questi alberi nelle loro famiglie per migliaia di anni. Li considerano quasi come dei nonni.” In Puglia, Madge descrive il pianto degli agricoltori per la perdita di questi alberi, sotto cui  facevano picnic fin da quando erano bambini. Inoltre questi stessi alberi avevano prodotto l’olio che ha conservato il cibo prima dell’avvento dei frigoriferi e che ha alimentato le lampade prima dell’arrivo dell’energia elettrica.

Negli Stati Uniti, le varietà di olio d’oliva pugliese, come Cellina di Nardò” – che è particolarmente vulnerabile a X. fastidiosa – hanno una presenza più “sottile”, culturalmente e sugli scaffali dei negozi. Sono armi segrete degli chef, utilizzate per aggiungere un tocco finale ad un piatto.

I primi raccolti di olive, in Puglia, producono olii che sono “erbosi, amari, piccanti, assertivi e robusti”, dice Nicholas Coleman, esperto di olio d’oliva e co-fondatore di Grove and Vine, una società che crea miscele su misura. “E’ come un ingrediente invisibile; la maggior parte delle persone non sanno che è stato aggiunto alla fine, quando vanno in un bel ristorante,” dice. Questi olii, se importati, possono raggiungere anche un prezzo al dettaglio, superiore ai 50$, ben lontano da quello degli oli ambiguamente etichettati come “Extra Vergine” nel supermercato.

Secondo Madge, il batterio X. fastidiosa potrebbe essere stato trasportato in Europa come “clandestino” nel caffè spedito dal Sud America. Da lì l’insetto si è poi diffuso, grazie ai camion trasportatori di caffè importato.

Gli scienziati stanno testando diverse varietà di ulivo per la resistenza naturale e stanno valutando l’efficacia di innestare alberi resistenti con quelli già infetti. Recenti normative, in Europa, hanno promosso misure di contenimento, e la Spagna, il più grande produttore di olio di oliva nel mondo, sta sperimentando colture resistenti. Per ora, tuttavia, si tratta di un gioco di attesa per vedere se le misure sapranno rallentare la diffusione della malattia. La popolazione del Mediterraneo è, però, diffidente.

Un fungo “sotto i piedi”!

Ogni anno, il mondo consuma un numero impressionante di banane, e quasi la metà di queste sono della varietà Cavendish, praticamente le uniche banane prodotte per l’esportazione, dal momento che si diffusero nel 1950. E ognuna di queste banane Cavendish è un clone. Spieghiamoci meglio: le banane che avete mangiato da bambini nel vostro seggiolone sono geneticamente identiche a quella frettolosamente avrete consumato oggi in mattinata, ognuna proveniente da un pezzo di una pianta coltivata quasi 200 anni fa.

Per quanto riguarda le banane, il Cavendish è un cavallo di battaglia. “E’ molto produttivo”, afferma il dottor Randy Ploetz, un professore di patologia vegetale presso l’Istituto di Scienze Agrarie e degli Alimenti dell’Università della Florida. “Di tutte le banane naturali là fuori, è la varietà che produce la maggior parte della frutta nel più breve lasso di tempo, con la più piccola quantità di terra.”
In realtà, questo tipo di banana, oggi considerato il migliore, era un tempo considerato una “banana spazzatura”, come definita da Dan Koeppel, autore del libro “Banana: The Fate of the Fruit that Changed the World.” (Banana: il destino del frutto che ha cambiato il mondo).

Quindi perchè oggi mangiamo banane Cavendish?
Nel 1950, i coltivatori non hanno avuto altra scelta che ripiegare verso la Cavendish quando Gros Michel, la varietà una volta preferita, è stata spazzata via, in tutto il mondo, dalla malattia di Panama, causata da un ceppo particolarmente nefasto del fungo Fusarium chiamato Race Tropical 1, o TR1. Il fungo può rimanere latente nel terreno per decenni e diffondersi da un campo all’altro sotto gli stivali dei viaggiatori.
E’ resistente alla maggior parte dei trattamenti ad eccezione di quelli considerati così dannosi per l’ambiente essere messi al bando. L‘affermarsi del genere Cavendish è dovuto, quindi, alla sua resistenza al TR1.

Il Fusarium non è stato, però, del tutto eliminato. In questi giorni “c’è un nuovo fungo in città”, TR4, che sta attaccando  le banane Cavendish. Questo nuovo ceppo di malattia di Panama  si diffonde lentamente da un campo all’altro prima che i raccolti mostrino i primi sintomi. “Le persone hanno sottovalutato la natura perniciosa di questo patogeno,” dice Ploetz, “ma il cavallo è, ormai, fuori della stalla .” Per anni, TR4 è stato visto solo nel sud-est asiatico, ma nel 2013 ha guadagnato un punto d’appoggio in Australia, e si è, poi, diffuso in Medio Oriente e in Africa, portando a centinaia di milioni di dollari di perdite.

Un bananeto

Ora, è sempre più vicino al Centro e Sud America, i più grandi produttori ed esportatori di banane del mondo. “Se passa attraverso l’Atlantico, la produzione avrà lo stesso tipo di impatto (come TR1 su Gros Michel)“, dice Ploetz. “E ‘un pensiero spaventoso.” Quello che la Cavendish ha in comune con la Gros Michel è che sono tutti cloni geneticamente identici – se TR4 spazza via Cavendish nelle Filippine, sarà altrettanto mortale per ogni pianta in tutto il mondo.

Non è più una questione di se TR4 arriverà in America, ma quando. “E’ probabilmente inevitabile, dato il modo in cui le persone viaggiano a livello internazionale”, avverte Ploetz. “La vera questione è se avremo qualcosa di utile in mano nel momento in cui questa malattia si diffonderà nelle Americhe.” L’unica speranza è quella di avere una varietà resistente pronti a sostituire la Cavendish.

Lo sviluppo di una nuova varietà che possa raggiungere il livello della Cavendish è molto difficile. I banani selvatici, infatti, crescono più lentamente e hanno semi grandi, che li rendono inadatti all’incrocio con  le Cavendish per produrre colture resistenti. E i finanziamenti per i programmi di ricerca sulle banane, negli Stati Uniti, sono scarsi.

Ploetz sostiene che una strategia possibile sarebbe quella di utilizzare le modificazioni genetiche che avrebbero prodotto un ibrido, resistente al patogeno, ma con le qualità che hanno reso la banana Cavendish molto popolare.
Trovare colture in grado di resistere alla malattia di Panama è l’unica speranza per salvare questo frutto popolare.

Una situazione “appiccicosa”!

Le api operaie degli Stati Uniti “viaggiano” attraverso il Paese una volta all’anno.
Come?
Ogni mese di febbraio, gli apicoltori che si occupano di commercio imballano i loro alveari e, su dei camion, vanno in pellegrinaggio verso i mandorleti germoglianti della California. Per tre settimane, le api svolazzano sui campi, impollinando i fiori di mandorlo. Dalla California si spostano fino a Washington, dove impollineranno meli e ciliegi e, infine, voleranno sui campi di mirtilli del Maine.

Il problema? Gli apicoltori stanno lottando per mantenere in vita i loro alveari.

“Ogni anno le perdite annuali di api sono tra il 20 e il 30 per cento,” dice il dottor Steven Cook, entomologo presso il Centro di Ricerca per l’Apicoltura degli Stati Uniti. “Questo è un tasso troppo alto per consentire la sopravvivenza degli apicoltori.”

Il calo delle api da miele è causata da un vertiginoso ménage à trois di malattie. I pesticidi lasciano il sistema immunitario delle api molto indebolito e ciò le rende più suscettibili ad un acaro “succhiasangue”, chiamato Varroa destructor. Come se un sistema immunitario indebolito e parassiti vampireschi non bastassero, gli acari trasmettono virus che paralizzano le pupe (stadio dello sviluppo postembrionale degli insetti che precede lo stadio adulto), con conseguente formazione di api adulte incapaci di volare che, quindi, non sopravvivono. Anche se questi pesticidi mortali sono stati vietati in Europa, la politica americana è rimasta indietro, e questo ha permesso la diffusione della Varroa in tutto il mondo. “L’unico posto che non ha questi acari?” chiede Cook. “Credo che l’isola hawaiana di Kauai ne sia ancora libera … ma è solo una piccola isola. Quasi ovunque nel mondo ci sono (acari) ora.”

Api su fiore di mandorlo

Se le perdite di api continuano ad essere incontrollate, i consumatori inizieranno a sentirne gli effetti. E non sarà solo l’aumento dei prezzi del miele o la comparsa di bottiglie a forma di orso, riempite di sciroppo di mais colorato al posto del miele vero. “Si potrebbero avere molte meno opzioni in termini di acquisto di frutta”, dice Cook. Alcune stime suggeriscono che se le tendenze attuali continuano, la produzione di cibo non sarà in grado di superare la domanda entro il 2050.

Le mandorle sono particolarmente a rischio, poiché i loro raccolti dipendono quasi interamente dall’impollinazione. Con alcuni calcoli, le api aumentano le rese di mandorle fino a 60 volte quello che si avrebbe senza il loro prezioso aiuto. Più dell’appassimento degli ulivi e della scomparsa delle banane, gli effetti di una carenza di api può essere avvertita subito dai consumatori. Un esempio è il prezzo maggiorato di burro di mandorle nei supermercati

Ma ricercatori come Cook sono fiduciosi. “Mi sento ottimista”, dice. “Siamo arrivati ​​alla conclusione che ci sia un’interazione tra fattori di stress che stanno interessando la salute colonia.” La vera sfida è convincere gli Stati Uniti ad emanare leggi atte alla salvaguardia delle api, come quelli già presenti in Europa. Dopo tutto, il crollo del numero delle api potrebbe seriamente ostacolare quasi un terzo della produzione alimentare a livello globale.

Chissà cosa ci riserverà il futuro…

Emanuela Pasculli

Fonti: www.eater.com

Commenta per primo

Rispondi