Surf e batteri: cavalcando l’onda della ricerca

RESISTENZA BATTERICA

L’incremento costante della resistenza dei batteri agli antibiotici è un problema che non può essere ignorato. Come riportato anche dal settimanale The Economist, la Review on Antimicrobial Resistance guidata da Lord O’Neill ha stimato che nel 2050 le infezioni batteriche nel mondo causeranno circa 10 milioni di morti all’anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2 milioni), diabete (1,5 milioni) o incidenti stradali (1,2 milioni), con una previsione di costi che supera i 100 trilioni di dollari. In Europa si verificano annualmente 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti che causano oltre 37 mila decessi  e sono responsabili di un significativo assorbimento di risorse. L’Italia non è esente da queste problematiche: nel 2014 è stato stimata una percentuale di antibiotico-resistenza pari al 33-34%, doppia rispetto al 2005 quando era al 16-17%.

SURF CON I BATTERI

Pensate che surf e batteri sia un’accoppiata strana? Vi dovrete ricredere, il fenomeno è molto interessante. L’Università britannica di Exeter ha iniziato un nuovo originale studio riguardante l’interazione tra i surfisti e la loro esposizione all’inquinamento marino e ai batteri che sono in mare. Lo staff dell’European Centre for Environment and Human Health di Exeter ha infatti stretto un accordo con la Surfer Against Seawage, una Ong di surfisti che si batte contro l’inquinamento ambientale, la salvaguardia degli oceani e delle spiagge. Ma perchè proprio i surfisti? I surfers ingoiano con regolare frequenza molta più acqua di mare delle altre persone che frequentano le spiagge, ma che non praticano questo sport. La quantità è pari a circa 170 ml di acqua salata per sessione: un valore più grande di 10 volte rispetto a quello introdotto nel corpo da chi nuota in mare, ad esempio.

Ecco come il team coinvolto nella ricerca svolge attività di recruiting direttamente in spiaggia

E’ stato dimostrato che quest’acqua può contenere batteri resistenti agli antibiotici, ma non è noto come questo possa influenzare la flora microbica umana e che tipo di impatto possa avere sulla salute. L’acqua facilita i contatti tra gli organismi, scatenando un’interazione attiva fra microbi. Questi incontri portano ad un fenomeno evolutivo incentrato su resistenze di risposta. Succede così che certi microrganismi marini possano risultare resistenti agli antibiotici utilizzati in terapia medica, pur non essendo mai stati a contatto con un farmaco. La resistenza sviluppata è frutto del meccanismo di sopravvivenza agli organismi marini rivali, che può proteggerli in alcuni casi anche dagli antibiotici prodotti dall’uomo. Quindi,  nelle viscere dei surfisti, i batteri provenienti dal mare possono rendere più resistenti, per mezzo del cosiddetto “trasferimento orizzontale” di geni, i batteri che fanno già parte del nostro microbioma, come ad esempio Escherichia coli.

IL PROGETTO

Il primo innovativo progetto riguardante questo studio prende il nome di Beach Bums e mira a coinvolgere circa 150 surfisti e bodyboarders in salute, che hanno una frequenza minima nell’attività sportiva di almeno tre volte al mese. Lo studio presenterà ai ricercatori una panoramica della popolazione microbica che colonizza le viscere dei partecipanti. Gli scienziati dell’Università di Exeter sperano che confrontando campioni di chi fa regolarmente surf con chi non lo fa sarà possibile avere  basi scientifiche per ipotizzare l’esistenza di collegamenti fra la resistenza agli antibiotici, l’inquinamento marino e gli effetti sulle persone. Per partecipare, i volontari dovranno registrarsi sul sito di Surfers Aganist Sewage e esprimere la loro provenienza (Inghilterra, Galles o Irlanda del Nord). In seguito saranno dotati di un kit  per raccogliere i propri campioni rettali e verrà loro richiesto di  compilare un breve questionario.

Le acque costiere sono ancora spesso contaminate dai reflui provenienti sia dagli animali che dagli esseri umani, con l’introduzione di miliardi di batteri potenzialmente nocivi nell’ambiente marino. Scoprire come questi possano interagire con l’organismo umano, e quali vantaggi o svantaggi possano portare a coloro che vi entrano in contatto con maggiore frequenza, è sicuramente uno studio interessante per comprendere sempre più approfonditamente i batteri e le resistenze ad essi associate.

Alessandro Scollato

 Fonti:

www.sas.org.uk,

www.exeter.ac.uk,

www.quotidianosanita.it

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