Malaria durante la gravidanza per proteggere il neonato

Nuovi studi suggeriscono che le madri infettate da malaria durante la gravidanza possano essere un’arma a doppio taglio per i neonati. Un gruppo di scienziati presso il Fred Hutchinson Cancer Research Center ha appena pubblicato dati che suggeriscono che le cellule di una madre potrebbero direttamente agire come parte del sistema immunitario del proprio figlio, anche dopo la nascita, modificando il rischio infantile di un’infezione successiva.

La placenta, da un lato, blocca alcuni agenti infettivi, dall’altro, permette il facile passaggio di ossigeno e sostanze nutritive dalla madre al figlio. Permette, inoltre, uno scambio unico di cellule tra madre e bambino, noto come microchimerismo.

Il gruppo di ricerca ha esaminato come la malaria possa alterare la condivisione delle cellule madre-figlio durante la gravidanza.
I risultati dello studio sono stati, recentemente, pubblicati nel Journal of Infectious Diseases in un articolo intitolato “Maternal Microchimerism Predicts Increased Infection but Decreased Disease due to P. falciparum during Early Childhood“.

La malaria è la principale causa di morte nei bambini di età inferiore a 5 anni, quindi è più importante comprendere meglio come il sistema immunitario combatta il parassita. “Questa è una biologia affascinante ed è molto importante analizzarla”, ha spiegato Whitney Harrington, M.D., Ph.D., pediatra presso l’Università di Washington, a Seattle. “Abbiamo sempre considerato l’effetto di un vaccino o di un’infezione come prodotto del sistema immunitario di una persona. Quello che proponiamo nello studio è, in realtà, il prodotto di due diversi sistemi immunitari che interagiscono “.

La maggior parte dei bambini trasporta un numero molto piccolo di cellule acquisite dalle loro madri, in un rapporto di qualche cellula materna ogni 100.000 cellule del neonato. Tuttavia, i ricercatori hanno scoperto che i bambini nati da madri tanzaniane, infettate da malaria durante la gravidanza, e le cui infezioni erano andate in placenta presentavano molte più cellule materne nell’organismo al momento della nascita (in media una quantità dell’1%, e in alcuni casi anche superiore al 10%).

I ricercatori hanno esaminato 53 campioni di sangue proveniente delle madri e dal cordone ombelicale dei loro bambini, iscritti ad una precedente ricerca in Tanzania, nel periodo dal 2002 al 2006. Circa la metà delle donne ha avuto malaria placentare e circa la metà di quelle donne infette aveva quella che si chiama malaria placentare infiammatoria, in cui la placenta stessa si ammala e può smettere di funzionare correttamente.

Con grande sorpresa, quando il gruppo di ricerca ha esaminato i documenti sanitari dei bambini, ha scoperto che coloro con più alti livelli di microchimerismo materno avevano una probabilitàdue voltemaggiore di essere infettati da malaria durante l’infanzia. Eppure, sorprendentemente, questi bambini avevano solo la metà delle probabilità di ammalarsi in seguito all’infezione.
Questo suggerisce, quindi, che le cellule trasferite dalle madri, attraverso la placenta, potrebbero conferire una certa protezione contro lo sviluppo della malattia.

I ricercatori hanno anche esaminato i livelli di DNA materno nel sangue del cordone ombelicale dei bambini. Questa analisi è fondamentale per comprendere il livello di microchimerismo materno che i bambini avevano al momento della nascita, anche se non è noto quanto tempo tale livello possa persistere nell’arco di tempo successivo. Le donne con malaria placentare hanno dato origine a bambini con microchimerismo materno superiore alla media e i bambini nati da madri con malaria placentare infiammatoria ne avevano, addirittura, livelli ancora più alti.

Gli studiosi sono stati entusiasti dei loro risultati e sono ottimisti sugli studi futuri in questo ambito, dove intendono porre l’attenzione su come le cellule di madre e figlio interagiscano per influenzare il rischio futuro di malaria nel bambino.

Emanuela Pasculli

Fonti: News Medical Life Sciences

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