Dagli allevamenti all’uomo: si diffonde la resistenza alla colistina

Circa un anno e mezzo fa è stato scoperto, fra i batteri dei maiali d’allevamento in Cina, un gene che conferisce resistenza all’antibiotico colistina, denominato mcr-1. Questa situazione è stata analizzata durante il congresso dell’American Society for Microbiology (ASM), tenutosi a New Orleans lo scorso mese. Dalle relazioni discusse si è evidenziata una situazione piuttosto allarmante: non solo la resistenza alla colistina è diffusa in tutto il mondo fra gli animali da fattoria, tanto da essere identificato in molti luoghi in quasi il 100% degli animali, ma sembra anche che un numero sempre maggiore di esseri umani ne sia portatore.

Sara Reardon, nella sua pubblicazione su Nature, descrive la colistina come antibiotico di ultima istanza”, in quanto normalmente la sua somministrazione a pazienti umani è sconsigliata a causa dei problemi che può provocare a livello dei reni e del tratto urinario (come insufficienza renale, azotemia, riduzione del volume di urina secreto). Questo antibiotico è piuttosto considerato un “asso nella manica” nei momenti estremi in cui non sia più possibile intervenire con una terapia antibiotica che darebbe effetti collaterali più lievi o assenti.

Pare che la resistenza si sia diffusa negli animali in modo così massiccio perché in molti paesi la colistina è utilizzata nelle aziende zootecniche per accrescere il bestiame. Il motivo dello sviluppo di tale resistenza anche nell’uomo, invece, è dovuto ad una alimentazione in cui questo antibiotico è stato presente, ma “nascosto” per lungo tempo. Questo fatto è particolarmente allarmante in quanto nell’ultimo decennio la resistenza agli antibiotici è andata aumentando e, di conseguenza, i medici si sono dovuti affidare maggiormente alla colistina per mettere a punto terapie più efficaci per le malattie infettive che oggi sono sempre più difficili da fronteggiare.

Sia in Brasile nel 2016 che in Cina nel 2017, è stato proibito l’uso di questo antibiotico per uso agricolo. Secondo Lance Price, ricercatore presso la George Washington University esperto di antibiotici, allo stato ormai avanzato delle cose non sembra certo che questi divieti possano ridurre la diffusione del gene mrc-1, ma è auspicabile che questo caso sia servito come campanello d’allarme per quanto riguarda l’abuso di tutti quegli antibiotici che vengono normalmente somministrati agli animali d’allevamento.

Chiara Samperi

 

Fonti:

Sara Reardon, “Spread of antibiotic-resistance gene does not spell bacterial apocalypse – yet”, Nature, doi:10.1038/nature.2015.19037, 21 December 2015

Sara Reardon, “Resistance to last-ditch antibiotic has spread farther than anticipated”, Naturedoi:10.1038/nature.2017.22140, 12 June 2017

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