Vaccini personalizzati contro il cancro: cosa sono e come funzionano?

Le neoplasie (dal greco νέος, nèos, «nuovo», e πλάσις, plásis, «formazione») o tumori (dal latino tumor, «rigonfiamento»), rappresentano una massa anormale di tessuto che cresce in eccesso e in modo scoordinato rispetto ai normali tessuti di un organismo vivente. L’origine dei tumori è legata principalmente a mutazioni a carico della doppia elica di DNA per azione di fattori ambientali e legati allo stile di vita dell’uomo (solo il 5-10% delle neoplasie è di tipo esclusivamente genetico; Fig.1).

Fig.1 Fattori ambientali di rischio per l’insorgenza dei tumori correlati alle diverse tipologie di neoplasie.

Da decenni medici e ricercatori di tutto il mondo operano allo scopo di trovare una cura farmacologica che, affiancata ad un corretto stile di vita e alimentazione, possa aumentare le aspettative di vita dei malati e prevenire l’insorgenza delle neoplasie nei soggetti sani. Anche se la strada è lunga e irta di ostacoli… forse la luce alla fine del tunnel non è poi così lontana!

Secondo recenti studi condotti negli Stati Uniti e in Germania, infatti, pubblicati sulla rivista scientifica Nature, l’utilizzo di vaccini personalizzati, ossia prodotti per colpire uno specifico paziente, sembrerebbero offrire reali benefici clinici a soggetti con melanoma (tumore maligno che origina dal melanocita; Fig.2) in stadio avanzato.

Fig.2 Tabella di identificazione del melanoma.

Il sistema immunitario è in linea di principio in grado di agire in modo specifico contro le cellule tumorali, ma la sua reazione è spesso insufficiente. Per questo motivo, i primi tentativi di terapia immunologica basati su un potenziamento generico dell’immunità hanno dato risultati insoddisfacenti rispetto alle attese. La terapia vaccinale personalizzata, proposta da Patrick A.Ott e colleghi del Dana-Farber Cancer Institute (Boston) e da Ugur Sahin e colleghi della Johannes Gutenberg University (Germania), punta ad aggirare questo problema, stimolando una potente risposta immunitaria mirata contro alcuni marcatori di uno specifico tumore di uno specifico paziente.

Ma andiamo con ordine e analizziamo il lavoro di questi due team di ricerca ai lati opposti del globo!

Partiamo, in primis, dalla base teorica che ha permesso ai due laboratori di sviluppare la tecnica del vaccino personalizzato. Come già detto, le cellule diventano tumorali a causa di mutazioni che, nella maggior parte dei casi, inducono la sintesi di proteine anomale della membrana plasmatica. Queste prendono il nome di neoantigeni e sono assenti nelle cellule sane. Per poterle identificare, si effettuano test sul DNA tumorale così da individuare i geni mutati coinvolti.

Ma va considerato anche che le mutazioni sono eventi casuali e variano da persona a persona. Una volta identificato il neoantigene, quindi, diventa possibile produrre un vaccino in grado di attivare il sistema immunitario solo per quel tipo di molecola, e solo per il paziente che lo esprime!

A questo punto… come sono stati condotti entrambi gli studi? E che risultati hanno dato?

Patrick A. Ott e colleghi hanno sintetizzato il vaccino dai segmenti di DNA mutato, somministrandolo a 6 persone già sottoposte a intervento chirurgico per rimuovere un melanoma in fase avanzata. Di queste, 4 non hanno mostrato recidive a 25 mesi dalla terapia; le altre 2 sono state successivamente trattate con la terapia immunologica detta “del checkpoint“, o anti-PD-1, ottenendo una completa regressione del melanoma.

Il secondo gruppo di studio, guidato da Ugur Sahin, invece, ha ottenuto i neoantigeni per al vaccino partendo dall’RNA messaggero trascritto del DNA mutato. Successivamente il team ha sottoposto a vaccinazione personalizzata 13 pazienti, 8 dei quali sono rimasti liberi da tumori a 23 mesi dalla terapia, mentre 5 hanno subìto una ricaduta (il trattamento anti-PD1 per 2 di loro ha portato a regressione completa).

I risultati mostrano in effetti l’efficacia di questa tecnica personalizzata… ma si tratta pur sempre di numeri molto esigui! La speranza è che tali ricerche possano essere il punto di inizio per studi su numeri maggiori di pazienzi, e che tale terapia immunologica possa in breve tempo diventare un’arma utile nella lotta ai tumori!

Silvia Vallefuco

Fonte: Le Scienze

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