Il cambiamento del microbioma intestinale come chiave dell’obesità negli immigrati

Analizzando il microbioma intestinale delle popolazioni non occidentali è emersa una notevole diversità microbica rispetto alla gente che vive nei paesi più industrializzati. Non è una novità, ottant’anni fa per esempio, anche in Italia le popolazioni abituate a vivere nelle campagne avevano una maggiore differenziazione microbica rispetto a quelle che vivevano nelle città. 

Da questo si evince che non solo la dieta ma anche la posizione geografica giochi un ruolo importante nel determinare il nostro microbiota intestinale. Da un punto di vista microbico, come il cambiamento geografico influenzi la variazione batterica intestinale non è del tutto chiaro ma le migrazioni di massa hanno evidenziato un adattamento e un cambiamento a livello dell’intestino. 

Lo rivela lo studio condotto da Pajau Vangay dell’Università del Minnesota, poi pubblicato sulla rivista Cell. Questo ha dimostrato che dopo l’arrivo negli Stati Uniti, il microbiota intestinale degli immigrati diventa più occidentalizzato e i ceppi batterici mutano adattandosi a quelli dell’habitat attuale. Potrebbe essere questa la chiave di alcune malattie metaboliche come l’obesità che colpisce gli immigrati a distanza di poco tempo dall’arrivo nei paesi occidentali?

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Per rispondere a questa domanda i ricercatori hanno condotto uno studio sugli immigrati che dal Sud-Est asiatico si sono spostati negli Stati Uniti. Il team ha focalizzato le attenzioni sui popoli Hmong e Karen, due gruppi etnici provenienti dalla Cina e dalla Birmania. Sono stati reclutati sia immigrati di prima generazione, che di seconda generazione ma anche popolazioni ancora stanziate nel Paese di origine. In particolare, 514 donne Hmong e Karen sane, di età compresa tra 18 e 78 anni, di cui 179 ancora abitanti della Thailandia, 281 nate nel Sud-Est asiatico poi trasferite negli Stati Uniti (immigrati di prima generazione) e 54 nate negli Stati Uniti da genitori del Sud-Est asiatico (immigrati di seconda generazione).  Infine, sono state utilizzate anche 36 donne sane americane europee come controllo del “ceppo” statunitense “puro”.

Analizzando i campioni di feci,  nelle donne Hmong e Karen sono stati trovati due distinti microbioti intestinali, microbiota che si è mostrato sempre più simile a quello americano/europeo dopo l’arrivo negli Stati Uniti. In particolare, il genere non occidentale Prevotella è stato sostituito dal genere Bacteroides, solitamente associato al microbiota intestinale occidentale. Non solo, ma quella famosa diversità microbica comune nelle popolazioni non occidentali è dimostrata diminuire in proporzione al tempo di permanenza degli immigrati negli Stati Uniti, caratteristica invece invariata nei campioni appartenenti alle donne del sud-est asiatico.

Scendendo più nel dettaglio, i ricercatori hanno evidenziato il cambiamento di una componente importante derivante dal microbiota, le beta-glucano glicosidi idrolasi, che contribuiscono al metabolismo delle fibre vegetali.  Queste sono risultate abbondanti nelle donne tailandesi ma quasi assenti in quelle americane di prima e seconda generazione. Il motivo della diminuzione di questo componente risiede nella diminuzione di uno dei ceppi di Prevotella, che si traduce nell’incapacità di degradare le fibre vegetali.

Ulteriori studi sui campioni dei migranti hanno dimostrato che la variazione del microbiota e lo spostamento del Prevotella inizia ad essere evidente dopo i primi 9 mesi di permanenza nel Paese occidentale. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che l’obesità era più diffusa negli immigrati che vivevano negli Stati Uniti da un decennio e che era associata a una minore diversità batterica in tutti i gruppi di studio. 

Alla luce di questo possiamo affermare che l’immigrazione è legata a una serie di cambiamenti nel microbiota intestinale, che includono anche la perdita di diversità microbica, la modificazione dei ceppi batterici che lasciano spazio a quelli occidentali e che si traduce nella perdita della capacità di degradare le fibre vegetali. 

Questa ricerca è la chiave di lettura per molte malattie metaboliche che colpiscono gli immigrati dopo poco tempo dalla migrazione e potrebbe aprire le porte ad una ricerca che miri a prevenire certe malattie diminuendo la diversità batterica. 

Alice Marcantonio

Fonte:  Pajau Vangay, et al. US Immigration Westernizes the Human Gut Microbiome. Published: November 1, 2018 DOI:https://doi.org/10.1016/j.cell.2018.10.029

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