Epatite C: vicini all’eradicazione grazie alla terapia pangenotipica Sofosbuvir/Velpatasvir

La terapia antivirale pangenotipica (adatta cioè a tutti i diversi genotipi del virus) per l'epatite C con Sofosbuvir e Velpatasvir ha guarito il 98% di coloro che hanno completato il ciclo di trattamento di dodici settimane: la quasi totalità dei pazienti. E' il sorprendete risultato di uno studio presentato al congresso della European Association for the study of the liver (EASL) 2019 che si è svolto a Vienna e che potrebbe indicare come realizzare quello che l'OMS auspica entro il 2030: l'eradicazione completa del virus HCV.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che a livello mondiale siano 71 milioni le persone affette da epatite C cronica, di cui oltre 4 milioni solo negli Stati Uniti; causata da un virus (HCV; Fig. 1) che ha un tropismo preferenziale per il fegato, l’epatite C è una patologia che provoca in quest’organo danni strutturali e funzionali molto gravi.

Questa può portare inoltre alla cirrosi epatica ed evolversi ulteriormente sino a provocare il carcinoma epatocellulare, una forma tumorale molto aggressiva e spesso mortale.

Fig.1 – Struttura del virus dell’epatite C: virus con envelope, dotato di genoma ad RNA, appartenente alla faglia dei Flaviviridae.

Ma uno studio presentato ad inizio aprile a Vienna dalla “European Association for the study of the liver (EASL)” e condotto da un’èquipe guidata dalla Dr.ssa Alessandra Mangia, ricercatrice italiana dell’ IRCCS “Casa sollievo della sofferenza” a San Giovanni Rotondo (Foggia), potrebbe rappresentare una svolta concreta nella lotta all’epatite C.

I risultati di un trattamento terapeutico pangenotipico (adatto cioè a tutti i diversi genotipi del virus) che ha coinvolto 5760 pazienti in 12 coorti cliniche tra Europa e Nord America, a base di due farmaci antivirali combinati, Sofosbuvir e Velpatasvir, mostrano infatti una percentuale di guarigione del 98%: la quasi totalità dei pazienti trattati.

L’assunzione di Sofosbuvir e Velpatasvir necessaria per raggiungere questo importante traguardo ha richiesto, da parte dei partecipanti, il trattamento in modo continuativo per dodici settimane, come prevede il protocollo. I due farmaci inoltre sono stati somministrati in forma di semplici compresse facilmente deglutibili: un ulteriore passo avanti per migliorare la compliance dei pazienti rispetto ai trattamenti finora disponibili, che prevedevano invece la somministrazione, tra gli altri, dell’interferone Alfa- 2B (che può avere oltretutto pesanti effetti collaterali) per via endovenosa o sottocutanea.

A questo proposito, la Dottoressa Mangia ha dichiarato: “Le visite di monitoraggio durante questo trattamento non hanno senso, perché di fatto i pazienti non riportano nessun effetto collaterale. In alcuni casi è però importante un primo incontro per rassicurare i pazienti, che si aspettano effetti collaterali già sperimentati da altri con l’interferone. Però, una volta avviato il trattamento, non c’è necessità di vederli durante le 12 settimane di terapia. Quindi in quest’ottica la maneggevolezza di Sofosbuvir/Velpatasvir non ha eguali. Ha una sola compressa (che racchiude entrambe i principi attivi: n.d.a.), ha una durata di regime fissa di 12 settimane e non è associato se non a qualche minimo rischio di interazione con altri farmaci. Quindi non vi sono barriere di sorta che possano impedire, a chi ne ha necessità, di accedere al trattamento.”

Il meccanismo d’azione di Sofosbuvir e quello di Velpatasvir mirano ad attaccare due diversi punti chiave della fisiologia di replicazione del virus all’interno della cellula infetta in una volta sola: Sofosbuvir (Fig.2) ha come bersaglio la replicazione del genoma del virus e la interrompe, mentre Velpatasvir invece interviene inibendo la proteina NS5A, una proteina del virus che gli è essenziale per molti aspetti (Fig.3).

Fig.2 – Sofosbuvir è un profarmaco nucleotidico che appartiene alla classe dei terminatori di catena; viene trasformato direttamente dal nostro corpo nella sua forma attiva, il 2
‘-deossi-2′-α-fluoro-β-C-metiluridina-5’-monofosfato
, un inibitore dell’ RNA Polimerasi virale, l’ enzima utilizzato dal virus HBV per replicare il proprio RNA genomico.
Sofosbuvir attivo viene inserito all’interno della catena nascente dell’ RNA in sintesi e causa l’interruzione della stessa. Il ribosio ha infatti in posizione 3′ un atomo di fluoro anziché il normale gruppo OH e ciò non permette l’aggancio del nucleotide successivo; inoltre l’elettronegatività elevata del fluoro può creare legami crociati intracatena.
Fig.3 – NS5A è una proteina virale che HVC costringe la cellula ospite a sintetizzare; essa si ancora poi al reticolo endoplasmatico e da li’ forma un complesso di replicazione con altre proteine che ha tre funzioni principali: dirigere la sintesi delle proteine virali; dirigere la replicazione dell’RNA virale; aiutare l’assemblaggio finale dei virioni ed il loro rilascio dalla membrana cellulare della cellula infetta.

L’OMS ha dichiarato recentemente di essersi posta come obiettivo l’eradicazione del virus dell’epatite C a livello mondiale entro il 2030; un obiettivo ambizioso che ha come cardine sia i risultati degli studi della Dr.ssa Mangia che il progetto di sviluppo di un vaccino contro HCV, secondo i due principi della lotta alle infezioni virali: profilassi, quindi prevenzione e terapia. (Per approfondire sullo sviluppo di un vaccino contro il virus dell’epatite C: http://www.microbiologiaitalia.it/2019/02/01/la-sfida-per-il-vaccino-contro-lepatite-c).

Se un traguardo del genere può sembrare forse solo un sogno, la Dr.ssa Mangia fa tuttavia notare:

Basta guardare a quello che sta succedendo in Australia dove il trattamento è diventato universale. I medici di famiglia possono prescrivere il farmaco e, man mano che aumentava la confidenza con questo regime terapeutico, è cresciuto il numero dei medici di famiglia che lo prescrivevano. Questo vuol dire veramente arrivare a trattare tutti e dare a chi ne ha la necessità, l’opportunità di guarire».

Sitografia di riferimento

https://www.pharmastar.it/news/altre-news/epatite-c-guariti-quasi-tutti-i-pazienti-con-la-terapia-pangenotipica-sofosbuvir-velpatasvir-easl2019-29334/?fbclid=IwAR1RKm80xTbo0J5KDZ4RBnFGUcfC-kJ3w-TKJdda0HyDI_H_krjKjv7cyeE

Per approfondire sul meccanismo d’azione dei farmaci inibitori della proteina NS5A:

https://www.pharmastar.it/news/gastro/epatite-c-come-funzionano-gli-inibitori-dell-ns5a-14386

Bibliografia di riferimento

Mangia A et al. Global real-world evidence of sofosbuvir/velpatasvir as a simple-effective regimen for the treatment of chronic hepatitis C: integrated analysis of 12 clinical practice cohorts. The International Liver Congress, Vienna, abstract GS-03, 2019.

Crediti per le immagini

Immagine in evidenza:

https://www.reteimprese.it/sers_A82006B54174

Figura 2: struttura di Sofosbuvir

https://cafebabel.com/it/article/il-sofosbuvir-ed-i-costi-della-salute-5ae0099ff723b35a145e5412

Figura 3: struttura della proteina virale NS5A

https://euhcvdb.ibcp.fr/euHCVdb/jsp/NS5A.jsp

Informazioni su Simone Rinaldi 29 Articoli
Laureando in Biotecnologie Farmaceutiche presso l'Università degli studi di Milano; appassionato di Microbiologia, Farmacologia e Biologia in generale. Amo la musica (specie l'Epic Metal ma spazio volentieri anche in altri generi), sono un accanito lettore di romanzi Fantasy, un discreto cuoco (a quanto dicono..!) e mi piace fare lunghi giri in bicicletta per le campagne del mio paese.

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