Un piccolo cenno ai mali del XX secolo

I Mali del secolo

Nel corso del Novecento tre patologie, tubercolosi, AIDS e cancro, definite nell’immaginario collettivo “Mali del secolo”, hanno caratterizzato, da un punto di vista epidemiologico, la storia della salute in Italia e l’evoluzione degli indirizzi di cura dell’Ospedale “Luigi Sacco” di Milano confluito, a partire dal 1° gennaio 2016, in un’unica ASST con “Fatebenefratelli e Oftalmico”, “Macedonio Melloni” e “Vittore Buzzi” per effetto della legge regionale di riforma del servizio socio-sanitario n. 23 dell’11 agosto 2015.

Dalla seconda metà del XX secolo, grazie al progressivo miglioramento delle condizioni sociali ed economiche della popolazione e all’ introduzione di nuove terapie farmacologiche, la tubercolosi e gran parte delle principali malattie infettive, potevano considerarsi malattie del passato. Se il graduale declino della morbosità e mortalità per tubercolosi (da tuberculum dimin. di tuber, escrescenza, tumore, sorta di piccolo tubero con caseificazione centrale), si doveva attribuire ad una sempre più efficace chemioterapia, la parabola discendente delle forme infettive si intersecava con quella “ascendente delle malattie metabolico-degenerative in un punto cruciale che segna una svolta: è la svolta epidemiologica”.

Dalle malattie del passato alle malattie del presente

La scomparsa di gran parte delle “malattie del passato” coincideva con l’aumento delle patologie cardiovascolari e tumorali, considerate “malattie del presente”. Con il variare del trend epidemiologico mutavano anche i criteri anamnestici utilizzati per classificare le malattie e prescrivere le cure ai pazienti: dall’osservazione dei sintomi affidata all’occhio clinico del medico, si passava allo screening diagnostico in grado di supportare le diagnosi cliniche.

I progressi scientifici in campo medico fornirono un considerevole impulso anche ai tentativi di riforma del sistema sanitario italiano. Nel caso dell’Ospedale “Luigi Sacco”, ad esempio, la trasformazione avvenuta nel 1971 da sanatorio ad ente ospedaliero, costituì una premessa indispensabile per far fronte alle mutate esigenze della popolazione. Nonostante le difficoltà iniziali e i problemi sorti dalla fusione del “Sacco” con l’ente assistenziale ”ANEA” e con l’Ospedale “Agostino Bassi”, gli interventi previsti dal nuovo piano di sviluppo dell’ospedale furono portati gradualmente a termine completando il passaggio dal vecchio al nuovo assetto istituzionale iniziato con la legge del 12 febbraio 1968, n. 132 e proseguito con la riforma sanitaria del 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del “Servizio sanitario nazionale”.

Attraverso l’istituzione del SSN, definito come “il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinate alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali”, si desiderava sottolineare il diritto individuale e collettivo alla tutela della salute, nel rispetto dei principi fondamentali d’uguaglianza e universalità degli utenti. L’innovazione principale prevista dalla legge di riforma consisteva nella realizzazione di una rete nazionale di Unità sanitarie locali (USL). L’adozione del nuovo modello oltre a rappresentare, di fatto, il superamento del precedente sistema mutualistico-ospedaliero, consentì agli ospedali di divenire parte costitutiva di un sistema integrato di servizi assistenziali legato ai bisogni del territorio.

Emergenza AIDS

A partire dal 1985, l’Ospedale “Luigi Sacco” si trovò ad affrontare l’emergenza AIDS (Acquired Immuno-Deficiency Syndrome), divenendo nel corso di pochi anni un punto di riferimento nazionale per la ricerca scientifica e la cura di questa patologia. L’AIDS, causata da un virus denominato HIV, fece la sua comparsa inattesa in un mondo governato dalla tecnica (dal greco téchnē, arte, intesa come applicazione pratica di una conoscenza), ma vulnerabile ed inadeguato sotto il profilo biologico e culturale. L’HIV (Human Immunodeficiency Virus), modificò bruscamente le consuetudini e le certezze consolidate della scienza medica in un momento storico in cui si riteneva ormai prossima la vittoria decisiva sulle malattie infettive, considerate un retaggio del passato.

Sin dal momento della sua comparsa, l’AIDS rappresentò molto di più che una semplice malattia inguaribile. La paura del contagio (dal latino contàgium, contatto, conctatum, voce verbale costituita da cum e da tàngere, da cui contingere, toccare direttamente) e le modalità attraverso cui il virus si propagava, contribuirono ad attribuire al “problema AIDS” un insieme di significati ad ampio impatto psicologico, sanitario ed etico. L’alto indice di mortalità e la diffusione su scala planetaria consentirono di effettuare concreti parallelismi con alcune gravi pandemie del passato: definizioni quali  “flagello di Dio” o “peste del Duemila”, entrarono a far parte del’immaginario e della sensibilità collettive, contribuendo a far riemergere paure e pregiudizi apparentemente dimenticati.

Per ciò che concerne l’Ospedale di Vialba, la comparsa dell’AIDS rappresentò una vera e propria svolta e un’occasione per un ritorno alle origini. Il potenziamento delle divisioni di malattie infettive, iniziato nel 1975 con l’accorpamento dell’Ospedale “Bassi”, proseguì nel corso degli anni novanta in stretta cooperazione con i laboratori di ricerca universitaria presenti in ospedale. In tale contesto, l’esperienza nella cura delle malattie infettive ereditata dal “Bassi” si rivelò indispensabile per affrontare questa nuova forma di “contagio”. Costruiti in epoche diverse per fronteggiare differenti situazioni epidemiologiche, i due nosocomi, riuniti forse un po’ troppo frettolosamente alla metà degli anni settanta, riuscirono solo in occasione dell’emergenza AIDS ad armonizzare la propria storia e la propria vocazione assistenziale in un comune progetto di cura.

Considerate malattie “sociali” e come tali guardate con diffidenza e sospetto a causa dell’elevato indice di mortalità e per i rischi di contagio, tisi e HIV hanno caratterizzato per quasi novanta anni le vicende dell’Ospedale di Vialba contribuendo al recupero e al mantenimento di un’identità che rischiava di andar perduta durante le trasformazioni degli anni settanta del XX secolo.

Emergenza Cancro

Accanto alla tubercolosi e all’AIDS, anche il cancro (dal latino cancer, cancrum, in greco karkinos, granchio) raggiunse nel corso del Novecento una elevata diffusione. Per fronteggiare il “male oscuro”, che consuma in modo implacabile, che corrode e si propaga e che, proprio come il granchio, non abbandona la presa, furono creati Istituti in tutta Europa, quali, per citare i più noti, la “Fondazione per le ricerche sul cancro” a Londra nel 1902, l’”Istituto del cancro” a Parigi nel 1926, l’“Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori“ a Milano nel 1925 e l’“Istituto Regina Elena” di Roma nel 1926. A partire dal secondo dopoguerra, il progressivo espandersi delle forme tumorali (il termine “tumore” deriva dal greco tymbos, tumulo sepolcrale e dal latino tumor, tumefazione), considerate alla stregua di vere e proprie “malattie sociali”, determinò la crescita costante delle discipline oncologiche.

La nascita del dipartimento di Oncologia (DIPO) dell’Ospedale “Sacco”, nato con l’obiettivo di offrire al paziente oncologico una continuità assistenziale capace di soddisfarne i bisogni (dalla diagnosi precoce alla terapia, sino all’assistenza ambulatoriale, domiciliare e in Hospice), rappresentò un ulteriore contributo al recupero e al mantenimento di una identità e una tradizione assistenziale condivisa con quella di un territorio in fase di crescita ed espansione demografica. A lungo ritenuta una patologia incurabile, oggi il cancro è considerata una malattia da cui spesso si può guarire grazie ai farmaci chemioterapici e ad una più attenta campagna di informazione e prevenzione.

Tubercolosi, AIDS e cancro, “mali del secolo” e, nello stesso tempo, “malattie sociali”, hanno condizionato profondamente la storia  passata e quella recente del “Luigi Sacco”. L’evoluzione di Vialba da sanatorio ad azienda ospedaliera, un percorso spesso accidentato e comunque non sempre lineare, è stata caratterizzata proprio dalle tre “svolte epidemiologiche” di cui si è cercato di mettere in evidenza le dinamiche storiche e i riflessi in campo scientifico, istituzionale e assistenziale. Il processo di crescita ed integrazione con il territorio, iniziato con l’ingresso nel 1974 della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano e proseguito con il conferimento nel 1995 della qualifica di Azienda Ospedaliera, in attuazione del decreto legislativo n. 502 del 30 dicembre 1992, è culminato nel corso del 2016, nell’istituzione dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco.

L’obiettivo è riportare al centro dell’attenzione il paziente

Oggi l’approccio sempre più specialistico della pratica medica ha determinato il prevalere della tecnica sugli aspetti antropologici della cura provocando, nel contempo, un progressivo aumento degli obblighi burocratici legati ai processi di ospedalizzazione e medicalizzazione della cosiddetta “società del benessere”. I progressi tecnologici e scientifici, paradossalmente, hanno contribuito a disumanizzare l’ospedale, per secoli considerato luogo della cura solidale e partecipe, spostando il fulcro dell’attività medica e delle politiche sanitarie dall’attenzione nei confronti del paziente, alla relazione quasi esclusiva con la malattia di quest’ultimo. E’ indispensabile, pertanto, riportare al centro dell’attenzione generale il paziente rivalutando nel contempo il rapporto con l’istituto di cura che lo ospita.

Nell’ospedale, luogo di cura “rassicurante” di fronte alle numerose patologie “inquietanti” provenienti dal mondo in cui viviamo ed operiamo, trova eco una umanità composita e dialogante di pazienti e medici, infermieri ed ammalati. L’insieme delle loro “storie”, personali e collettive, accomunate dall’assistenza e scandite dai tempi della diagnosi e della terapia, aiuta a comprendere meglio lo stretto rapporto che intercorre tra salute e malattia, medicina e società.

Bibliografia:

  • G. Cosmacini, Introduzione, in Dagli antichi contagi all’AIDS. Opere ed eventi al San Matteo di Pavia, Roma-Bari, Laterza, 1998.
  • Id., Scienza e umanità nelle Medicina del Novecento, in Il Bene e il Bello. I luoghi della cura _cinquemila anni di storia, Milano, Electa, 2000.
  • Id., Storia della medicina e della sanità nell’Italia contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 1994.
  • G. Cosmacini, M. De Filippis, P. Sanseverino, La peste bianca. Milano e la lotta antitubercolare (1882-1945), Milano, Franco Angeli, 2004.
  • G. Cosmacini, V. A. Sironi, Il Male del secolo. Per una storia del cancro, Roma-Bari, Laterza, 2002.M. De Filippis, L’Ospedale “Luigi  Sacco” nella Milano del Novecento, Milano, Franco Angeli, 2003.

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