La Peste del Manzoni persiste sui “registri dei morti” del 1630

Ancora una volta la Microbiologia incontra la Storia. Una ricerca del Politecnico di Milano conferma il triste quadro del Manzoni, che descriveva la Peste del 1630. Trasportata dalle truppe tedesche in Italia, Yersinia pestis circolava tra i Lanzichenecchi, che arrivati in Lombardia contagiarono il 46% della popolazione del Ducato di Milano, provocando 60.000 morti.

Il chimico Pier Giorgio Righetti del Dipartimento di Chimica dei Materiali Giulio Natta del Politecnico di Milano e alcuni ricercatori della società israeliana Spectrophon, hanno letto le pagine dei libri di storia con “occhio biochimico”. Senza rovinare le pagini testimoni del tragico periodo storico, i ricercatori hanno utilizzato un polimero denominato  Eva (vinil acetato di etile) , il quale unito a delle resine e posto su i fogli tramite dei dischetti, permette la cattura di materiale organico su carta, senza degradarlo.

Documenti dell’Archivio di Stato di Milano

Applicando la tecnica su registri dei morti che raccoglievano i mille decessi al giorno che avvenivano nell’estate del 1630, sulle tristi parole «ex peste obiit» («morto di peste») , i ricercatori hanno individuato 26 proteine del batterio Yersinia pestis, 60 differenti cheratine umane, 64 cheratine di ratto, 24 proteine di ceppi batterici diversi, alcuni altamente patogeni come Mycobacterium avium, Neisseria meningitidis e Bacillus anthracis. Associate alla peste , carbonchio o antrace, che spiegano il 5% di morti causate da febbre violenta.

Lazzaretto

Questi dati completano la visione dei Lazzaretti lasciata dal Manzoni , che arrivavano a contenere fino a 16000 pazienti durante i picchi dell’epidemia. Le cheratine murine inducono a immaginare che se durante il giorno gli scribi si occupavano del riportare ogni singola morte sui registri, la notte i topi invadevano le stanze dei Lazzaretti passando sui macabri elenchi. Inoltre, sono state individuate 60 proteine vegetali, in particolare patate, carote, mais, riso e ceci che rappresentavano i magri pasti, privi di carne, degli scrivani. Tracce di materiale organico ovino sono supportate dal Manzoni che tra le righe dei Promessi sposi, ci donava l’immagine di capre utilizzate per l’allattamento di bambini orfani di madri morte di peste bubbonica.

Con questi risultati, oltre a leggere e immaginare una triste pagina della nostra storia, sembra quasi di poter toccare con mano il passato, per fortuna ora inoffensivo!

Veronica Nerino

Fonti:

Il bacillo della peste manzoniana isolato sulle carte del Seicento – Corriere della sera

Negli archivi del 1630 il batterio della peste dei Promessi sposi – La Stampa

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