Malattie crittogamiche e strategie di prevenzione delle Foreste Italiane

Le foreste italiane, in gran parte artificiali, gestite a fustaie, cedui o macchia mediterranea, sono prevalentemente costituite da querce sempreverdi e caducifoglie, cui seguono pini, abete bianco, abete rosso, faggio, larice, castagno e, via via, carpino, frassino, acero, cipresso, ecc. Molte aree forestali, nel tempo, sono state incluse in Parchi, Zone a Protezione Speciale (ZPS) o in Siti di Interesse Comunitario (SIC), finendo assoggettati a gestioni particolari.
L’attuale stato fitopatologico di tali nostre foreste, che può essere portato a modello per vari altri Paesi mediterranei, risulta fortemente condizionato dall’infierire di patogeni di nuova introduzione tra i quali Melampsoridium hiratsukanum (fig.1) su Alnus, dalle mutate condizioni ambientali di questi ultimi decenni, oltreché, ovviamente, dal trattamento e dal governo del bosco.

Fig.1: Melampsoridium hiratsukanum

Tra i fitopatogeni esotici introdotti nei decenni passati, mentre è in regressione Chryphonectria parasitica (fig.2) su castagno per lo sviluppo di ceppi ipovirulenti e risulta spesso meno dannosa Marssonina brunnea su Populus spp. ( fig.3) per la ridotta piovosità primaverile-estiva dei recenti decenni, rimangono gravi le ricorrenti epidemie di Ophiostoma spp. (fig.4) su olmo e Seiridium cardinale (fig.5) su cipresso. Inoltre l’arrivo di una specie esotica di Heterobasidion (H. irregulare) su pino nel Lazio, sta rendendo potenzialmente più temibili gli attacchi di questo fungo che peraltro rappresenta il patogeno più dannoso in Italia, con gravissimi attacchi anche su abeti, larici, nonché su varie faggete in Calabria.

Fig.2: Chryphonectria parasitica
Fig.3: Marssonina brunnea su Populus spp.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig.4: Ophiostoma spp.
Fig.5: Seiridium cardinale al microscopio ottico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La dannosità delle succitate malattie, talora assai preoccupante, impone attente strategie di lotta, quanto più integrate tra loro, con approcci ovviamente differenti a seconda che si tratti di foreste estensive oppure produttive. Nelle foreste estensive, ad esempio, la presenza di parassiti è in genere un fatto naturale, spesso compatibile con un buon equilibrio biologico. In esse, lo scopo degli interventi di lotta non è tanto l’eliminazione delle malattie dal bosco, quanto il loro contenimento a livelli ecosostenibili e l’evitare che eventuali morie di piante contigue su vaste aree possa favorire frane o smottamenti. Nei boschi produttivi, invece, la difesa fitosanitaria deve mirare a salvaguardare le produzioni, mantenendole possibilmente al disopra di livelli economicamente accettabili, fatti salvi, sempre, gli aspetti ambientali. In ogni caso le varie strategie di difesa presentano aspetti diversi a seconda che siano rivolte a preservare le foreste in
essere, oppure a salvaguardare quelle in via di costituzione.

Contro i patogeni ad habitus edafico è fondamentale ridurre i focolai di inoculo, abbattendo sollecitamente le piante morte od infette, provvedendo, ove possibile, anche all’asportazione
delle ceppaie e delle grosse radici, mettendo in atto ogni accorgimento volto a rimuovere eventuali fattori predisponenti, quali l’eccessivo pascolo od i ristagni idrici. In aree particolarmente colpite, che impongono l’eliminazione dell’impianto, converrebbe attendere qualche anno prima di reimpiantarvi specie suscettibili ai relativi patogeni. Nello specifico caso di Phytophthora, che tra tutti si sta dimostrando come il patogeno radicale più invasivo, è opportuno:

a) sistemare strade e viottoli infraboschivi, con pulizia delle scoline laterali, al fine di allontanare le acque infette;

b) limitare al massimo il passaggio di automezzi, mezzi agricoli, nonché persone (es. cercatori di funghi, cacciatori, ecc.) che potrebbero essere causa di trasporto di inoculo da aree o strade fangose infette ad aree sane, in particolare durante o subito dopo abbondanti piogge che si verifichino nel corso della stagione vegetativa.

In piante di particolare pregio si possono contrastare gli attacchi con utilizzo di (economici) fosfonati di potassio, utilizzabili anche con iniezione al tronco, oppure, in zone ove la temperatura scende abbondantemente sotto lo zero, si può tentarne il risanamento attraverso lo scalzamento del colletto e delle grosse radici, per esporre al freddo le zone infette (metodo “Gandolfi”).

Specificatamente per Heterobasidion (fig.6) si consiglia di intervenire contro le infezioni da basidiospore attraverso spennellature o irrorazioni sulle superfici fresche di taglio (da diradamenti o da abbattimenti vari) con urea al 20%, che stimola lo sviluppo di microflora saprofita antagonistica o con sospensioni di spore di Phlebiopsis gigantea, ad attitudine saprofitaria, che compete con Heterobasidion nel degradare il legno delle ceppaie impedendo al patogeno di diffondersi attraverso le radici.

 

Fig.6: Heterobasidion su Pinus pinea

 

In questo inizio di nuovo millennio la situazione fitopatologica delle piante forestali in Italia, così come per altri Paesi europei, non è certamente tra le più rosee. I cambiamenti climatici, a fronte di qualche patogeno ostacolato, stanno incrementando i deperimenti dei boschi da stress idrici, la diffusione di patogeni invasivi non più tenuti a freno dai rigori invernali, il rischio di introduzione e di espansione di quei patogeni che nel passato non trovavano condizioni termiche favorevoli. Pertanto, oltre che particolare attenzione per non introdurre nuovi patogeni, occorre una attenta gestione selvicolturale ed un sempre più oculato monitoraggio per stroncare sul nascere pericolose infezioni. Ovviamente molte malattie sarebbero più facilmente contrastate con la presenza costante dell’ uomo negli areali interessati. In ogni caso, dal punto di vista fitosanitario, non è consigliabile abbandonare il bosco a se stesso, in particolare se degradato, considerando che tale degradazione è in genere attribuibile ad irrazionali azioni dell’uomo esercitate in passato su di esso, che occorre cercare di correggere. Pertanto sono auspicabili tutti quegli interventi volti alla conservazione o all’incremento della biodiversità, anche con l’introduzione di specie più tolleranti, che portando l’ecosistema a un giusto equilibrio, possono contribuire ad un migliore stato fitosanitario. Riteniamo opportuno infine sottolineare come la funzione dei Patologi forestali, oggi oltretutto più numerosi di un tempo sul territorio nazionale, non debba configurarsi solamente come quella volta a rimediare ai danni da avversità già in atto nei soprassuoli arborei, bensì come specialisti che collaborano assiduamente con il selvicoltore e l’assestatore al fine di prevenire od evitare situazioni a rischio.

                                                                                                                                  Luana Bignozzi

Fonti:

https://aisfdotit.files.wordpress.com/2016/02/386-391-anselmi.pdf

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