La storia dell’igiene: dallo strige dei Romani al colera nella Londra industriale

Pieter Bruegel- il trionfo della morte

Fin dai tempi più antichi, la storia del mondo è stata segnata da miriadi di epidemie. Batteri e virus contagiavano facilmente già i nostri più lontani antenati utilizzando le vie più disparate. L’avvento dell’igiene come disciplina è relativamente recente. Si è sempre associato allo “sporco” un sentimento negativo poiché non è bello da vedere, infatti anche nei tempi più antichi l’uomo cercava di epurare gli ambienti eliminando la sporcizia. Adesso, si sa che un ambiente pulito giova prima di tutto alla salute: seguire regole d’igiene ed impiegare sostanze detergenti permette di disinfettare ed eliminare la carica batterica, che può in ultima analisi portare a problemi per la salute umane.

LAVARSI AI TEMPI DEI ROMANI E DEI GRECI

Dalle pitture rinvenute dagli scavi archeologici, nell’epoca romana e greca, pulizia e decenza sembravano essere principi cardine. In realtà il sapone che usiamo oggi sia per i bagni sia per lavare le mani non esisteva. Si utilizzavano oli profumati, ma non il sapone. I romani invece usavano fare il bagno e pulire la pelle con lo strige, uno strumento di legno che serviva a raschiare via lo sporco dalla pelle. I romani, così come i greci, avevano comunque intuito l’importanza di disporre reti idriche e fognarie per poter avere una vita più civile e pulita, ma purtroppo dal lato sanitario antibiotici e vaccini non esistevano ed anche un’infezione leggera poteva portare alla morte.

Affresco sulla tomba del tuffatore (Paestum)

IL RINASCIMENTO E LA PAURA DELL’ACQUA

Se i romani ed i greci non avevano scoperto l’uso del sapone, i rinascimentali temevano addirittura l’acqua: all’epoca le pratiche di igiene personale che implicavano l’uso di acqua erano addirittura scoraggiate, in quanto all’acqua era associata la credenza che portasse il “male” e quindi malattie. Questa convinzione era probabilmente legata al fatto che l’acqua dell’epoca, non essendo soggetta ad alcun tipo di filtraggio, era spesso veicolo d’infezione se usata per lavarsi o, a maggior ragione, se bevuta. Non avendo grandi conoscenze microbiologiche, gli abitanti dell’epoca vedevano in tutto ciò una forma di male proveniente dal demonio, credenza fomentata anche dalla Chiesa, molto influente all’epoca anche riguardo tali questioni.

I GRANDI SIGNORI DI CORTE E LE LORO PARRUCCHE POCO IGIENICHE

Anche nel 1660/1700 la situazione igienica non era proprio delle migliori. Andavano infatti in voga le parrucche; queste venivano realizzate utilizzando i capelli di persone defunte. Siccome all’epoca l’abitudine di lavarsi i capelli era piuttosto rara, le parrucche avevano spiacevoli sorprese, ossia erano infestate dai parassiti più disparati. Le conseguenze erano malattie della pelle e fastidiosi pruriti.

Litografia- parrucche del 600′

LE INFEZIONI LEGATE AL SESSO IN TUTTE LE EPOCHE, SPECIALMENTE NELL’OTTOCENTO

Fin dai tempi più antichi, le malattie a trasmissione sessuale erano diffusissime. Una delle più note è sicuramente la sifilide, nota nell’Ottocento come”morbo di Napoli“, “morbo gallico“,”mal francese“. All’epoca, specialmente in Francia, molte persone ne erano affette: la maggior parte delle prostitute infatti erano portatrici di questa grave malattia, ed è noto che svariati pittori dell’Ottocento ne erano affetti. Bisogna anche considerare che i metodi contraccettivi, come i preservativi, non esistevano o non erano particolarmente efficaci, e che nelle classi povere l’igiene personale era scarsa.

Henri de Toulouse- Lautrec pittore impressionista affetto da sifilide

FINALMENTE SI PARLA DI BATTERI E S’INTRODUCE L’EPIDEMIOLOGIA

Di microrganismi si cominciò a parlare soltanto nel XVIII secolo grazie a Lazzaro Spallanzani, uno dei primi ad usare il termine “germe“. Qualche tempo dopo Antony Leeuwenhoek osservò per la prima volta i batteri veri e propri grazie all’uso di un rudimentale microscopio. All’epoca era diffusa la teoria della generazione spontanea, che venne in questo periodo contestata da Louis Pasteur, tramite il famoso esperimento del brodo bollito e bolle di vetro a collo lungo. Conformate così, le bolle di vetro non permettevano ai batteri di entrarvi ed era così impossibile la loro proliferazione nel brodo. Questo dimostrò che i batteri non si generano spontaneamente in un terreno sterile. Da qui in poi è stato un susseguirsi di scoperte scientifiche, come quella degli antibiotici ed in seguito dei vaccini. Uno sviluppo fondamentale si ha nella Londra dell’Ottocento, in piena rivoluzione industriale. Qui la sporcizia e l’inquinamento erano all’ordine del giorno. Era inoltre ricorrente il colera, di cui si erano registrate due importanti epidemie tra il 1848-49 ed il 1853-54. E’ in questo scenario che inizia a svilupparsi l’epidemiologia, una scienza medica considerata ancora oggi molto giovane e che ha come suo luminare il medico britannico, John Snow.

Povertà nella Londra della rivoluzione industriale
Il medico John Snow

All’epoca non era ancora noto l’agente eziologico del colera, ovvero il batterio Vibrio cholerae, e di conseguenza non si conoscevano le modalità di trasmissione. Gli elementi noti di questa patologia erano davvero pochi: essa si manifestava con diarrea acquosa, ne venivano affetti interi nuclei familiari e i medici e gli infermieri non ne venivano colpiti, nonostante la vicinanza con i malati.  Nella prima epidemia del 1848 si registrarono 15000 morti, tutti residenti a sud del Tamigi. In queste zone l’acqua veniva distribuita da due società idriche che la prelevavano in una zona centrale della città dal fiume stesso. Il giovane John Snow raccolse molti dati sia durante che dopo la prima epidemia, cercando di capire le abitudini di coloro che avevano contratto la malattia e le abitudini dei soggetti sani. Le sue ipotesi furono molteplici: in primo luogo capì che il colera si trasmetteva da ammalato a sano. Ipotizzò quindi la presenza di un veleno capace di moltiplicarsi nel soggetto malato, che poteva essere portato lontano tramite qualche via e che per poter provocare la malattia doveva essere ingerito in qualche modo. Snow cominciò quindi ad ipotizzare che l’acqua potabile poteva essere la via di diffusione più probabile. Le idee del giovane medico ricevettero un’accoglienza ben poco calorosa dalla comunità scientifica, poiché le convinzioni dell’epoca sul colera erano ben diverse. Nel frattempo il tempo passò; delle due società responsabili dell’erogazione dell’acqua potabile, una (la Lambeth) ristrutturò i suoi impianti e trasferì il punto di approvvigionamento idrico a monte della città, mentre l’altra società (Southwark e Vauxhall) prelevava ancora l’acqua dal centro. Nel 1853 il colera si ripresentò sempre al sud del Tamigi, esattamente come in precedenza. Snow capì che la Southwark e Vauxhall erogava acqua pesantemente contaminata perché veniva prelevata dal fiume, mentre la Lambeth, avendo spostato il punto di prelievo, erogava acqua più pulita ed i casi di colera erano più scarsi nelle zone che serviva. L‘epidemia perdurò anche nell’estate dello stesso anno e colpì particolarmente le zone fra Broad street e Cambridge street. Snow cominciò a concentrarsi sullo studio di tali strade, stilando anche una mappa dei casi.

Mappa redatta dal medico John Snow dei casi di colera registrati nelle zone di Londra

La maggior parte di essi era concentrata intorno ad una pompa pubblica ubicata a Broad street, da cui sgorgava acqua della Southern e Vauxhall. Snow fece rimuovere la maniglia di quella pompa e, avendola resa inutilizzabile, le persone non prendevano più acqua da lì ed i casi di malattia cominciarono a diminuire drasticamente. Ancor prima della scoperta del batterio Vibrio cholerae, Snow aveva individuato l’acqua come via di trasmissione della malattia. Fu uno dei primi studi epidemiologici che gettò le basi per le successive scoperte. Poco dopo Snow cominciò l’epoca d’oro della microbiologia arrivando fino ai giorni nostri.

Maria Luisa Cirillo

FONTI

www.quadernodiepidemiologia.it

focus.it

www.unarosadoro.com

1 Commento

Rispondi