MICROBIOTA CORALLINO: una nuova cura per le barriere?

La speranza risiede nell'uso di probiotici per creare dei "super coralli"

Distese di acqua cristallina, una laguna ricca di una vegetazione unica, casette di paglia circondate da palme di cocco e un mare tutto da esplorare. È questo il paesaggio unico che ci offrono le Isole di Salomone, esattamente nella Laguna di Marovo. Ma, in questo scenario, qual è l’unico interesse per la microbiologa Rebecca Vega Thurber? Lo sconosciuto microbiota corallino.

Si, avete letto bene. A dispetto di un’apparente incredulità generale, il corallo è in realtà un complesso ecosistema biologico, denominato “olobionte corallino”. La colonia di polipi appartenenti al phylum dei Cnidari, il corallo così come lo conosciamo, vive in realtà in stretta simbiosi con alghe, batteri, protisti e diversi altri microrganismi, presenti sia all’interno che sulla superficie delle strutture coralline.

Ogni anno che passa questo prezioso quanto delicato spettacolo acquatico è sempre di più minacciato dal riscaldamento globale, dall’acidificazione, dall’inquinamento e dalle pratiche distruttive di pesca ad opera umana. Nel 2016, più di due terzi dei coralli presenti sui 700 km della Grande Barriera Corallina sono morti. Nella maggior parte dei casi, alla morte è preceduto un episodio di imbiancamento, un processo nel quale i coralli, a seguito di uno stress da calore, cominciano ad espellere le alghe benefiche, fonte di nutrimento. Arrivati a questo punto, i coralli non tardano molto ad assumere uno stato patologico, fino a giungere alla morte.

Vega Thurber, appassionata biologa ed amante del mare, ha scelto di dedicare la sua vita e la sua ricerca scientifica alla salvaguardia delle barriere coralline. Intravedendo l’importanza del microbiota corallino e riconoscendo l’urgente bisogno di una sua approfondita conoscenza, Vega ha ben presto assunto le redini di un nuovo campo di ricerca. L’obbiettivo è quello di costruire un database genetico di riferimento delle comunità microbiche naturalmente presenti negli olobionti corallini di tutto il mondo. Un’avventura che va sotto il nome di “Global Coral Microbiome Project”.

Immagine 1: Campionamento ed elaborazione dei campioni di coralli

Ad oggi, Vega Thurber ed il suo team di ricercatori, sono riusciti a collezionare la bellezza di più di 3700 campioni di coralli da dozzine di luoghi diversi in tutto il mondo. L’applicazione delle più moderne tecniche di sequenziamento genico hanno quindi permesso l’identificazione di centinaia di migliaia di microrganismi specifici di questi habitat.

Le Isole di Salomone rappresentano, in questo progetto, la fonte perfetta del microbiota ideale, date le ottime condizioni di salute di cui godono qui questi organismi: nessun fenomeno di decolorazione, nessun corallo rotto o danneggiato. Pertanto, l’esplorazione  e lo studio di questo habitat fornirebbe ai ricercatori il mix perfetto di specie microbiche benefiche per ottenere un corallo in salute.

Gli studi condotti fino ad ora hanno dimostrato infatti che il microbiota corallino, in risposta a diversi tipi di stress (quali calore, variazioni di pH e mancanza di nutrienti) cambia in maniera significativa. Il considerevole decremento di specie microbiche benefiche, in condizioni debilitanti, determina una maggiore suscettibilità del corallo a sviluppare patologie che lo portano più facilmente alla morte.

I primi risultati di questa grandiosa ricerca hanno ad esempio rilevato il ruolo protettore del genere batterico Endozoicomonas, mentre il genere Vibrionales è stato identificato in focolai di malattia dei coralli.

Ovviamente la ricerca è solo agli inizi e saranno necessari ancora alcuni anni per ottenere un buon database di riferimento per il microbioma corallino. La speranza della “mamma del microbioma corallino” è quella di identificare un gruppo di microrganismi benefici per la sopravvivenza e prevenzione delle barriere coralline: una sorta di probiotici per coralli.

Studi paralleli si stanno focalizzando sulla possibilità di trapianti di strutture coralline. Ma come pensare ad un trapianto efficace senza la salvaguardia di uno specifico ecosistema? Il contemporaneo trapianto di strutture coralline e del loro più salutare microbiota potrebbero essere la chiave per la buona riuscita di questa strategia.

Serena Galiè

Fonti:

  • https://www.biographic.com/posts/sto/a-cure-for-coral-reefs

 

Laureata in Biotecnologie Mediche con curriculum internazionale in Management in Medical Biotechnology presso l’Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Master in Biotechnology of Environment and Health presso l’Università di Oviedo, in Spagna. Attualmente studentessa di un PhD in Nutrizione e Metabolismo presso l’Università Rovira I Virgili, a Tarragona in Spagna.

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Laureata in Biotecnologie Mediche con curriculum internazionale in Management in Medical Biotechnology presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Master in Biotechnology of Environment and Health presso l'Università di Oviedo, in Spagna. Attualmente studentessa di un PhD in Nutrizione e Metabolismo presso l'Università Rovira I Virgili, a Tarragona in Spagna.

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