Naegleria folweri: l’ameba “mangia-cervello”

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Immaginate una giornata calda, voi state prendendo il sole con degli amici. Per rinfrescarvi entrate in una pozza d’acqua immergendovi completamente, ma una volta dentro vi accorgete che l’acqua non è molto d’aiuto per cercare refrigerio in quanto calda anch’essa, quindi uscite e raggiungete i vostri amici. Semplicemente facendo una serie di azioni così banali potreste essere incappati in uno dei peggiori parassiti umani.

Sto parlando di Naegleria folweri, un’ameba normalmente a vita libera dal diametro massimo di circa 30-32 mm che in determinate condizioni può parassitare i mammiferi (uomo compreso). Essendo un’ameba la si ritrova in ambienti acquatici e generalmente caldi (dai 42 ai 45°C), dove normalmente vive come trofozoite: la forma che si nutre di batteri, si muove tramite pseudopodi (detti lobopodi) e si riproduce (figura 1.a.). Quando le condizioni saline non sono più ideali, subentra una seconda forma, provvisoria, che è quella flagellata (figura 1.b.): in questo stadio l’ameba possiede due flagelli che le permettono di cambiare ambiente il più velocemente possibile, e una struttura che offre minor superficie al mezzo acquoso. Se a diminuire sono invece le sostanze nutritive (generalmente batteri e lieviti), oppure si verifica una variazione della temperatura ambientale, N. folweri può ricorrere ad una forma di resistenza protetta da una spessa cuticola, che la scherma addirittura dal nostro sistema immunitario, detta cisti che ha un diametro di 8-15 mm (Fig. 1.c.).

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Figura 1: i tre stadi vitali di N. fowleri, trofozoita (a), flagellato (b) e cisti (c). Tratta da Visvesvara et al. (2007)

La maggior parte del tempo la nostra ameba fa una vita tranquilla, girovagando nelle pozze d’acqua, nutrendosi di batteri e moltiplicandosi per scissione.

In che condizioni, quindi, questa pacifica ameba diventa un microscopico ma temibile “parassita zombie”?

Questo avviene quando un mammifero, passando in una pozza dove è presente l’ameba, inala accidentalmente (oppure volontariamente, come avviene nella pratica musulmana del wudù) dell’acqua infetta, e N. folweri entra così in contatto con l’epitelio olfattivo della mucosa nasale. Da li, seguendo i nervi olfattivi amielinici, arriva alla lamina cribrosa dell’etmoide (porzione orizzontale dell’etmoide così chiamata in quanto ricca di fori), e quindi ai bulbi olfattivi. Arrivata a questo punto, l’ameba si moltiplica e inizia a nutrirsi delle cellule cerebrali, e man mano che la popolazione aumenta di numero, si sposta fino a colonizzare le parti posteriori dell’encefalo. In poco tempo gli emisferi si infiammano, le meningi e la corteccia mostrano aree sanguinanti, e i solchi si riempiono di pus. I sintomi che sopraggiungono a questo punto sono mal di testa bilaterali (frontali o temporali), febbre alta, rigidità della nuca, rinite, nausea, vomito, irritabilità, incapacità di riposare e senso del gusto e dell’olfatto alterato. Dopo l’insorgenza dei primi sintomi, sopraggiungono anche fotofobia (a volte), letargia, convulsioni, confusione, allucinazioni, comportamento alterato, diplopia (ossia visione doppia), coma e infine morte, di solito per aumento della pressione endocranica ed erniazione del cervello che porta ad arresto cardiopolmonare ed edema polmonare. Questa patologia è chiamata meningoencefalite amebica primaria (MEAP), ed è letale nel 97% dei casi. Fortunatamente non siamo completamente inermi davanti a questo parassita, infatti N. folweri si è rivelata sensibile ad anfotericina B e miconazolo, anche se per avere effetto la cura deve iniziare già nelle prime fasi dell’infezione, cosa non sempre possibile in quanto i primi sintomi sono molto simili ad una meningite o ad una encefalite batterica, che vengono normalmente trattate con antibiotici fino a che esami più approfonditi (come l’analisi del liquor) non dimostrano la vera entità del disturbo.

Nel 2013 una ragazzina americana di 12 anni è sopravvissuta a N. folweri, dopo aver contratto la MEAP in un parco acquatico dove nel 2010 era stato registrato un altro caso d’infezione. I medici hanno salvato Kali (questo il nome della ragazzina) inducendo il coma, abbassandole la temperatura corporea e provando un farmaco sperimentale.

E in Italia?

Attualmente è riportato solo un caso di morte ad opera di N. folweri, ad Este (PD) nel 2004. Un bambino la contrasse mentre nuotava in un laghetto che riceveva acqua dal Po; dopo 10 giorni sopraggiunsero i primi sintomi, e morì nel giro di una settimana.

Visto che curare è così difficile, la prevenzione è fondamentale: tramite piccoli accorgimenti come il tapparsi il naso quando ci si tuffa, effettuare controlli ai filtri delle piscine e assicurarsi di svolgere un’opportuna disinfezione, il rischio di incappare in N. folweri si abbassa notevolmente. Detto ciò, un bagno in un lago se fa caldo me lo farei comunque, magari controllando prima la temperatura dell’acqua.

Andrea Borsa

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