Piercing e tatuaggi: quali sono i rischi?

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La pratica di tatuaggi e piercing, un tempo poco diffusa, si è ormai enormemente estesa nella nostra società occidentale. I dati mostrano che, negli ultimi vent’anni, i giovani adolescenti sono diventati molto interessati a questo accorgimento estetico. All’aumentare delle richieste, purtroppo, ha fatto seguito un incremento di tatuatori, operatori, non abilitati professionalmente e, come conseguenza, sono aumentate le complicanze correlate a queste attività quando svolte senza adeguata preparazione igienico-sanitaria. Molti sono i casi di malattie a trasmissione parenterale (si pensi ai temibili virus HIV, HBV e HCV) ma anche infezioni da micobatteri, setticemie, dermatiti, tetano e, purtroppo, non mancano casi con esito infausto. Particolarmente pericolosa è l’infezione da HCV; il virus dell’epatite C, che si trasmette mediante esposizione a sangue infetto (e quindi strumenti non adeguatamente sterilizzati) e nell’80% dei casi causa una forma di epatite cronica che può evolvere nel tempo in cirrosi epatica ed epatocarcinoma. Secondo un recente studio dell’università di Tor Vergata, si può stimare che chi si sottopone a un tatuaggio ha un rischio 3,4 volte più alto di contrarre l’epatite C rispetto a chi non ci si sottopone. Per quanto riguarda il piercing, il rischio di contrarre l’epatite C è 2,7 volte maggiore rispetto a chi non se lo fa applicare. Sfortunatamente, in materia di epatite C, l’Italia detiene la “maglia nera” rispetto alla media europea, che si aggira tra lo 0,1 e l’1% della popolazione, con un tasso d’incidenza variabile tra il 2-3% e 1 milione 200mila persone affette dal virus in forma cronica. Sempre nel nostro Paese, la cirrosi è la quinta causa di morte con circa quindicimila decessi l’anno e oltre seimila sono i pazienti che muoiono per carcinoma del fegato. L’aspetto più importante e pericoloso da sottolineare è che l’HCV, oltre a resistere alcuni giorni nell’ambiente, può sopravvivere negli anestetici fino ad un mese: sono, pertanto, a rischio anche i trattamenti estetici da studio. In aggiunta a ciò, l’HCV è dotato di una straordinaria capacità di sfuggire alle difese immunitarie dell’ospite grazie alla sua variabilità genetica, pertanto, l’approccio terapeutico nei confronti di questa infezione si rivela molto spesso fallimentare e difficile. Un’indagine effettuata in Gran Bretagna riporta che il 10% dei soggetti intervistati aveva piercing in sedi diverse dall’orecchio (per lo più naso, lingua, capezzolo e ombelico) e le conseguenze principali sono state edemi, infezioni, emorragie e, persino, ricovero in ospedale. Nello specifico, il 9% di questi soggetti intervistati dichiarava di non essersi avvalso di operatori specializzati. Dai dati disponibili in letteratura emerge, quindi, la necessità di incoraggiare l’utilizzo di materiale unicamente monouso e la sterilizzazione degli strumenti utilizzati per queste procedure, aumentando il monitoraggio.

Fabrizio Visino

Fonti: OER, La Stampa

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