La rabbia: un morso che può uccidere

rabies

La rabbia, una delle malattie più temute da sempre, diffusa in tutto il globo e che miete ancora oggi 55 mila vittime umane all’anno. Nei secoli scorsi si pensava che avesse origini demoniache o fosse causata da malefici, oggi sappiamo che l’origine è virale. Vaccinarsi è importantissimo, ed in questo caso il vaccino è efficace anche se somministrato nelle ore appena seguenti il morso infettante.

La rabbia è una patologia causata dal genere virale Lyssavirus. Questo genere virale consta di 7 differenti genotipi, con ospiti e distribuzioni geografiche diverse. L’uomo è colpito dal “classico virus della rabbia” (genotipo 1), dal virus Mokola (genotipo 3), dal virus Duvenhage (genotipo 4), e dal virus EBL2 (genotipo 6). In particolare, il genotipo 1 è quello collegato all’infezione rabdica classica, i genotipi 2 e 7 sono classificati come “rabbia correlati”, ma tutti i 7 genotipi danno forme neurologiche cliniche indistinguibili dalla principale.

Il virus ha una forma che ricorda quella di un proiettile (Fig.1) ed è composto da diverse proteine: la proteina G, con funzione di virulenza ed adsorbimento, il nucleocapside (N), le proteine del genoma associate al nucleocapside (NS) e la matrice (M).

Fig.1: Struttura del virus della rabbia
Fig.1: Struttura del virus della rabbia

A seguito del contatto di un soggetto sano con saliva infetta (sia tramite morso che tramite aerosol), il virus penetra nel nuovo ospite e ha inizio la patogenesi, strutturata in tre fasi: nella prima, detta fase di eclisse, il virus si replica nel tessuto muscolare senza però provocare lesioni tali da attivare reazioni immunitarie. Il ciclo di replicazione di questo virus inizia con l’attacco tramite la proteina G ai recettori nicotinici dell’acetilcolina. A questo punto il virus viene internalizzato per endocitosi e, durante questo processo, perde il mantello diventando così un virione nudo. A questo punto avviene la replica citoplasmatica che è distinta in due fasi: prima avviene una trascrizione tramite una RNA polimerasi-RNA dipendente, a cui segue la traduzione di proteine precoci da 5 singoli mRNA, della proteina G e della proteina M. Lo step successivo è l’assemblaggio del virione, a cui segue la liberazione dalla cellula ospite per gemmazione. Questo tipo di liberazione è un caso molto particolare nei Rhabdoviridae (la famiglia di cui fa parte il genere Lyssavirus); infatti, mentre tutti gli altri virus appartenenti a questa famiglia causano lisi cellulare, il genere Lyssavirus causa solo lievi danni cellulari.

Alla fase di eclisse segue la fase denominata migrazione centripeta, che consiste nella migrazione del virus (dopo giorni o addirittura mesi) fino alle fibre demielinizzate, poi al midollo spinale, e da qui all’encefalo. Una volta raggiunto il Sistema Nervoso Centrale, il virus inizia un’ulteriore replicazione e iniziano le prime manifestazioni cliniche. L’ultima fase, detta di migrazione centrifuga, consiste di un’ulteriore migrazione virale, stavolta verso i tessuti periferici riccamente innervati come ghiandole salivari e terminazioni sensitive della cavità oronasale, tramite cui raggiungerà il nuovo ospite.

La fase di eclisse dà un vantaggio sostanziale al virus: dato che gli antigeni virali in circolo sono pochi e il virus si localizza nella sola sede d’inoculo, non si attiva un’adeguata risposta immunitaria, il che dà modo al virus di avviare senza interferenze l’invasione dell’organismo. La risposta immunitaria si attiva invece nella fase seguente, in cui i linfociti T trovano ed eliminano le cellule infette, il che può risultare in una reazione di ipersensibilità tardiva. In questa reazione il sistema del complemento e l’interferone modulano la risposta immunitaria, e vengono prodotti anticorpi IgM e IgG contro le glicoproteine G virali. Quest’ultima risposta viene attivata anche dai vaccini, ed è proprio la produzione di IgM e di IgG che permette l’immunizzazione.

La malattia si articola in tre stadi di sintomi: i primi a comparire sono sintomi prodromici, della durata di 2-3 giorni, quali nervosismo, apprensione, irritabilità; si presenta poi lo stadio di rabbia furiosa, della durata di 4-5 giorni, con sintomi come fotofobia, dolore in seguito a neurite, aumento della risposta agli stimoli e tendenza al morso, ed infine una fase di rabbia paralitica in cui si ha una paralisi progressiva dell’ospite, con cambiamento della voce, mancanza di aggressività, sguardo vacuo ed infine morte per paralisi dei muscoli respiratori.

La diagnosi viene fatta attraverso esami di laboratorio come l’esame istologico, andando a ricercare eventuali lesioni riportabili a meningite, neuronofagia o infiltrazioni vascolari a manicotto e presenza/assenza del corpo del Negri, oppure tramite immunofluorescenza, immunoistochimica, microscopia elettronica, diagnosi biomolecolari o ricerca di anticorpi.

Purtroppo, ad oggi non esiste una terapia efficace. Per questo motivo, la prevenzione è fondamentale: il vaccino esiste sia per gli animali domestici che per quelli selvatici oltre che ovviamente per l’uomo. In questo contesto, è interessante il modo di somministrazione del vaccino agli animali selvatici: viene preparata un’esca (Fig.2) composta dal vaccino immerso in una matrice di grasso animale e farina di pesce, che renda l’esca appetibile per gli animali selvatici, target della vaccinazione.

Fig.2: esca contenente il vaccino da somministrare agli animali selvatici
Fig.2: esca contenente il vaccino da somministrare agli animali selvatici

Inoltre, la rabbia è l’unico esempio di malattia infettiva in cui la vaccinazione può avvenire anche post contagio, durante il periodo d’incubazione.

Nonostante la rabbia sia diffusa in tutto il globo, la sua altissima letalità ne limita le epidemie; ad esempio, nel 2009 ci sono stati solo 11 casi umani in Europa (contro i 4400 negli animali). Nonostante ciò, ogni anno questo virus uccide 55 mila persone (di cui il 95% in Africa e Asia), che possono essere infettate sia tramite il ciclo silvestre (quindi attraverso gli animali selvatici), sia attraverso quello urbano (animali domestici e randagi), tipologia quest’ultima a cui sono dovuti il 99% dei casi di rabbia umana

E in Italia? Dal 1997 al 2008 il nostro Paese è stato considerato libero dalla rabbia, tuttavia secondo l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) dal 2008 al 2010 sono stati diagnosticati centinaia di casi di rabbia in animali del Friuli-Venezia Giulia, del Veneto e della provincia di Trento, casi che avrebbero una correlazione con il ciclo silvestre in Slovenia. In seguito a questi casi sono state disposte delle misure di sicurezza come la vaccinazione obbligatoria dei cani e degli erbivori domestici a rischio, è stata intensificata la sorveglianza degli animali selvatici e sono state attivate le procedure di vaccinazione per gli animali selvatici.

Concludo, come d’abitudine, con una curiosità concernente la scoperta del vaccino. Era il 6 luglio 1885 quando una donna portò il figlio di soli 9 anni, Joseph Meister, nei laboratori di Louis Pasteur. Il bambino era stato morso due giorni prima da un cane rabbioso, ed era ormai quasi incapace di camminare. Pasteur, dopo una consultazione con i dottori J.J. Grancher e Alfred Vulpian, in 10 giorni fece 13 inoculazioni simili a quelle fatte sui cani e, nonostante l’apprensione iniziale, il bambino guarì. Il piccolo Joseph fu così grato al suo salvatore che rimase a lavorare nei laboratori di Pasteur in qualità di custode. Dieci anni dopo la guarigione di Joseph Meister, Pasteur morì e venne seppellito dapprima a Notre Dame e successivamente all’Istituto Pasteur di Parigi. Nel 1940 i tedeschi, che avevano occupato la capitale francese, ordinarono ad un Joseph Meister ormai sessantantaquatrenne di aprire la cripta del grande scienziato, e l’anziano custode, piuttosto che obbedire al comando e vedere profanata la tomba del suo salvatore, si suicidò.

Andrea Borsa

INFO SU VACCINO CONTRO LA RABBIA : cesmet, unimi

FONTI: Università degli Studi di Perugia, UNICAM, rabbia

Commenta per primo

Rispondi