Malaria : fra presente e passato

Alla scoperta della malaria

La “mal aria”, fu definita in questi termini in seguito alla credenza che la responsabilità della malattia fosse attribuita ai miasmi malsani emanati dalle acque stagnanti e putride delle paludi, i quali una volta respirati provocassero una febbre letale nella maggior parte dei casi. Essa è un’infezione causata da Emosporidi (Sporozoi) appartenenti al genere Plasmodium, inoculati nel sangue dalla puntura di zanzara. La patologia è trasmessa esclusivamente dalle femmine di zanzare del genere Anopheles, con una predilezione all’attività crepuscolare-notturna. Ma perchè colpiscono solo le femmine di zanzara? Queste hanno bisogno dell’emoglobina, ricca di proteine, per nutrire le proprie uova, mentre ai maschi gli eritrociti dell’uomo non interessano. In una goccia grande come il punto che chiude questa frase potrebbero esserci anche 50.000 parassiti, ma basta un solo plasmodio ad uccidere una persona. I parassiti rimangono in circolo solo per qualche minuto, la loro meta è ben più interna: percorrono il sistema circolatorio fino al fegato, e si fermano lì: ogni plasmodio si rifugia in una cellula. Nelle cellule infettate dal falciparum i parassiti della malaria si sviluppano, moltiplicandosi a spese delle componenti interne cellulari. Il falciparum che si è introdotto nella cellula all’inizio si è riprodotto 40.000 volte a questo livello dell’infezione. Lo step seguente vede la lisi cellulare e l’entrata in circolo di nuovi parassiti. Il loro prossimo obiettivo sono i globuli rossi, si introducono in essi, dopo essersi nutriti l’eritrocita scoppia, causando uno stato di allarme generale nel corpo sotto attacco. Febbre come tentativo di difesa, sudore, tremori, mal di testa, dolori muscolari. Questa malattia porta al prosciugamento delle energie, fino a che le cellule deputate al trasporto di ossigeno scarseggiano così tanto che respirare e pompare sangue divengano azioni esageratamente critiche. La morte sopraggiunge, spesso anche attraverso lo spegnimento delle cellule celebrali e il coma.

Zanzara del genere Anopheles  vista al microscopio elettronico                                                                     fonte immagine: www.nationalgeographic.it

Dentro la storia della malaria

La prima descrizione del quadro sintomatico della malattia si attribuisce allo studioso greco Ippocrate (Epidemie e Aforismi) , il quale distinse le varie tipologie di stati febbrili intermittenti in terzane, quartane, quotidiane. Cèlso (30 d. C. circa), scrittore enciclopedico romano, autore di un vasto trattato enciclopedico, Artes, e Galèno (150 d. C. circa), medico e filosofo, diedero una descrizione minuziosa, ma ancora lontana dall’identificazione dell’agente eziologico. Dobbiamo aspettare precisamente il 1880 quando Laveran, medico militare, prestando servizio in Algeria, condusse approfondite ricerche sulla malaria e scoprì, nei globuli rossi dei malati con caratteristiche febbri a intermittenza, il parassita responsabile dell’infezione fornendo la definitiva dimostrazione. Ettore Marchiafava, anatomo-patologo e clinico italiano, in collaborazione con Angelo Celli, igienista italiano, nel 1883 pubblicano la scoperta del modo in cui i parassiti si sviluppano negli eritrociti nutrendosi dell’emoglobina. Appena qualche anno dopo (1885-86) Camillo Golgi, istologo e patologo italiano, distinse il parassita della terzana benigna Plasmodium vivax da quello della quartana Plasmodium malariae, descrivendone la morfologia e stabilendo la correlazione della comparsa della febbre con la parallela nuova generazione di parassiti che viene immessa nel circolo sanguigno. Andando avanti con gli studi, si capì la morfologia e la biologia del parassita della terzana maligna, le quali furono descritte da Marchiafava e Celli (1889). W.H. Welch, patologo statunitense, propose il nome di Plasmodium falciparum per indicare il parassita responsabile. Giovanni Battista Grassi, biologo italiano, identificò nella zanzara Anopheles il veicolo di trasmissione della malaria umana. Si deve alle ricerche di H.E. Shortt, studioso dei protozoi, P.C.C. Garnham, microbiologo britannico e ricercatore del Colonial medical service che lavorò in Kenya per 22 anni, e collaboratori (1948-51) la descrizione completa dello sviluppo dei parassiti della malaria dell’uomo e delle scimmie in cellule del parenchima del fegato.

Episodi nell’Antica Roma

Quando colpì la prima volta la malaria? Difficile da dire con esattezza. Dopo lo studio dei ricercatori canadesi del McMaster’s Ancient DNA Centre  fatto su prove genetiche, descritte su Current Biology, si può affermare però che già nell’antica Roma questa malattia fu causa di morte. Lo studio accurato e le analisi eseguite su ritrovamenti archeologici, in tre cimiteri in Italia (quello dell’Isola Sacra nei pressi di Fiumicino, quello di Velia vicino a Salerno e quello di Vagnari, nei pressi di Gravina di Puglia, in provincia di Bari) di resti umani risalienti tra il I e III secolo d.C. hanno portato a confermare la responsabilità dell’epidemia al Plasmodium. Si tratta di denti di 58 adulti e 10 bambini dell’epoca: i  frammenti di Dna sono stati estratti e purificati dalla polpa dentale da cui si sono sviluppate le successive analisi genetiche. Sorge la domanda su quale fosse la scala di diffusione epidemiologica presente nei secoli passati e i metodi con cui provavano a curare i sintomi che si presentavano nei soggetti colpiti.

Il quadro epidemiologico attuale

La malaria è presente in oltre 100 paesi del mondo, ma prevalentemente è confinata alle aree tropicali più povere dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. In Africa si verificano ogni anno circa 1 milione di decessi per malaria, la maggior parte sono bambini sotto i 5 anni. L’80 % di questi avviene nell’Africa Sub-Sahariana a causa della abbondante piovosità di certe zone in alcuni periodi, dell’umidità e della temperatura che difficilmente scende al di sotto dei 18°C.

Zone con rischio trasmissione nel mondo                                                                                                   fonte immagine: www.cesvium.org

Alessandro Scollato

fonti: www.treccani.it www.focus.it www.nationalgeographic.it

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