Gli alimenti ultraprocessati non riguardano solo la salute pubblica. Infatti, costituiscono anche un pilastro economico del sistema agroalimentare moderno. Durante il webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, organizzato dal Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari, la dott.ssa Cinzia Menchise (Unione Italiana Food) ha evidenziato che questi prodotti rappresentano oltre il 50% del valore della produzione alimentare italiana. Influenzano direttamente il consumo, la distribuzione e l’export. In questa intervista, la dott.ssa Menchise analizza il peso economico e le implicazioni di mercato degli alimenti ultraprocessati. Ci aiuta a comprendere perché dobbiamo considerarli non solo dal punto di vista nutrizionale.
Oltre la definizione: cosa sono davvero gli alimenti ultraprocessati
Il termine “alimenti ultraprocessati” è ormai entrato nel linguaggio comune, ma la sua definizione resta controversa. La dott.ssa Menchise ha ricordato che le classificazioni attualmente più diffuse — come il sistema NOVA — presentano debolezze metodologiche e scientifiche:

[Fonte: Monteiro C. A. et al., “The UN Decade of Nutrition, the NOVA food classification and the trouble with ultra-processing”, Public Health Nutrition, 2018.]
- non esistono parametri oggettivi e indipendenti che definiscano il grado di “ultraprocessamento”;
- la classificazione non considera la qualità nutrizionale né la diversità dei processi tecnologici;
- molte correlazioni tra consumo di UPF e salute si basano su studi osservazionali, che non permettono di stabilire un vero nesso di causa-effetto.
Tra osservazione e realtà: i limiti degli studi sugli UPF
Molte correlazioni tra consumo di UPF e salute si basano su studi osservazionali. Questo metodo non permette di stabilire un vero nesso di causa-effetto. In altre parole, la categoria degli ultraprocessati raggruppa alimenti molto diversi tra loro. Va dalla semplice pasta confezionata ai dolci industriali, senza distinguere tra trasformazioni tecnologiche necessarie e processi che alterano realmente il valore nutrizionale del cibo.
| Sottogruppo | Rapporto di rischio (HR) | Intervallo di confidenza (95% CI) |
|---|---|---|
| Consumo totale di UPF | 1,09 | (1,05 – 1,12) |
| Prodotti da forno e cereali ultraprocessati | 0,97 | (0,94 – 1,00) |
| Salse, creme spalmabili e condimenti | 1,03 | (1,00 – 1,06) |
| Dolci e dessert | 0,99 | (0,95 – 1,03) |
| Snack salati | 1,00 | (0,96 – 1,04) |
| Alternative vegetali | 0,97 | (0,91 – 1,02) |
| Prodotti di origine animale | 1,09 | (1,05 – 1,12) |
| Piatti pronti o riscaldabili | 1,01 | (0,98 – 1,04) |
| Bevande zuccherate o edulcorate artificialmente | 1,09 | (1,06 – 1,12) |
| Altri alimenti ultraprocessati | 1,01 | (0,97 – 1,05) |
[Fonte: Pagliai G. et al., “Consumption of ultra-processed foods and health status: a systematic review and meta-analysis”, British Journal of Nutrition, 2021.]
Questi dati mostrano come gli alimenti ultraprocessati non siano soltanto una questione nutrizionale o sanitaria, ma anche un fenomeno strutturale che incide profondamente sulla filiera produttiva e sull’economia alimentare.
Nella figura seguente, riportiamo il valore medio della produzione alimentare italiana per ciascuna categoria NOVA nel periodo 2013–2023, evidenziando il peso crescente dei prodotti appartenenti al gruppo 4 (ultraprocessati).

[Fonte: dott.ssa Cinzia Menchise, “Inquadramento degli alimenti cosiddetti ultraprocessati e dimensione economica”, webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari, 8 ottobre 2025.]
La dimensione economica: un pilastro dell’industria alimentare
Nel suo intervento, la dott.ssa Menchise ha evidenziato un aspetto cruciale. Gli alimenti ultraprocessati non sono solo un fenomeno nutrizionale, ma rappresentano un motore economico centrale del sistema produttivo alimentare.
Secondo i dati presentati:
- oltre il 50% del valore della produzione alimentare italiana proviene da prodotti classificabili come ultraprocessati;
- nella grande distribuzione organizzata, i consumatori spendono più del 60% della loro spesa alimentare totale, pari a oltre 42 miliardi di euro, per gli UPF;
- sul fronte delle esportazioni, gli UPF costituiscono la principale voce dell’export alimentare italiano, superando i 20 miliardi di euro annui.

[Fonte: dott.ssa Cinzia Menchise, “Inquadramento degli alimenti cosiddetti ultraprocessati e dimensione economica”, webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari, 8 ottobre 2025.]
Questi numeri mostrano chiaramente come gli ultraprocessati siano ormai strutturali per l’economia nazionale. Inoltre, ogni intervento politico o regolatorio su di essi influisce direttamente su produzione, occupazione e consumi.
Le differenze tra Paesi e i fattori socio-economici
L’analisi della dott.ssa Menchise evidenzia una forte variabilità geografica nel consumo di alimenti ultraprocessati. Nei Paesi come Regno Unito, Germania e Belgio, gli UPF costituiscono il 45–50% dell’apporto calorico giornaliero. In Italia, Francia, Portogallo e Grecia, il consumo è più contenuto, intorno al 10–15%, grazie ai modelli alimentari tradizionali come la dieta mediterranea.

[Fonte: dati tratti da OECD Food Data (2023); Monteiro C. A. et al., Public Health Nutrition, 2018.]
Tuttavia, nei Paesi emergenti, il trend cresce rapidamente, spinto da urbanizzazione, globalizzazione e modernizzazione dei canali distributivi. Questo fenomeno dimostra che il consumo di alimenti ultraprocessati non è solo una questione alimentare, ma è profondamente legato allo sviluppo economico e sociale.
Un equilibrio da ripensare
La dott.ssa Menchise conclude invitando alla cautela. Ogni discussione sulle implicazioni di salute pubblica, sostenibilità ambientale o regolamentazione degli alimenti ultraprocessati deve necessariamente considerare il loro peso economico e produttivo. Se riduciamo drasticamente la loro presenza sul mercato, senza alternative strutturate, ridefiniamo l’intera filiera agroalimentare — dalla produzione alla logistica fino al comportamento d’acquisto dei consumatori.
Il dibattito sugli alimenti ultraprocessati, dunque, non può limitarsi a una contrapposizione tra “naturale” e “industriale”. Deve integrare scienza, economia e società in una visione complessiva del cibo e del suo ruolo nel mondo contemporaneo.
Intervista alla dott.ssa Cinzia Menchise: economia, consumo e futuro degli alimenti ultraprocessati
Dopo aver analizzato la dimensione economica e produttiva degli alimenti ultraprocessati, abbiamo intervistato la dott.ssa Cinzia Menchise, relatrice del webinar “I cosiddetti ultraprocessati” organizzato dal Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari. L’intervista offre una prospettiva diretta sul ruolo che questi prodotti rivestono nell’economia alimentare italiana ed europea. Inoltre, discute le implicazioni per la salute pubblica e le sfide future per l’industria e i consumatori.
1️⃣ Dottoressa, nel suo intervento ha evidenziato come il dibattito sugli alimenti ultraprocessati sia spesso ridotto a una questione di “buono o cattivo”. Qual è, secondo lei, l’errore principale di questo approccio?
Risposta: Un alimento è sempre il risultato della combinazione di diversi ingredienti, di varia origine e qualità. Anche la composizione nutrizionale, così come la frequenza e la quantità di consumo, giocano un ruolo determinante.
Ridurre quindi il tema a una semplice contrapposizione tra “alimenti buoni” e “alimenti cattivi” è una semplificazione fuorviante e priva di fondamento. Due alimenti apparentemente uguali possono in realtà differire in modo significativo. Anche il gusto, pur essendo un aspetto soggettivo, rappresenta una caratteristica intrinseca che non va trascurata e contribuisce a definire l’identità di ciascun alimento. Inoltre non va dimenticato che è la dieta nel suo complesso che può essere adeguata o meno alle esigenze del singolo. Alla luce di queste considerazioni, appare evidente che la distinzione semplicistica tra “alimenti buoni” e “alimenti cattivi” non sia affatto applicabile.
2️⃣ La classificazione NOVA è molto discussa: quali sono, a suo avviso, i principali limiti di questo sistema di classificazione?
Risposta: I limiti della classificazione vanno ricercati su tre livelli:
- a. La DEFINIZIONE: Pur classificando gli alimenti in base a un presunto grado di processazione, la suddivisione nei diversi cluster non tiene conto delle tecnologie effettivamente utilizzate.
Quando tali tecnologie vengono menzionate, esse sono considerate sullo stesso piano — ad esempio estrusione, raffinazione, frittura o sterilizzazione, senza alcuna valutazione dell’impatto differenziato che ciascuna di esse può avere sull’alimento, sia dal punto di vista chimico, fisico che nutrizionale. - b. La CLASSIFICAZIONE: Non esistono parametri di riferimento indipendenti, oggettivamente misurabili e precisi che tengano conto dell’ampia gamma di modalità di lavorazione degli alimenti, inoltre nel cluster 2 definito come ingredienti culinari si trovano alimenti che hanno subito gli stessi identici processi degli alimenti che si trovano in cluster 4 definiti ultra-processati. Non è chiaro come mai alimenti prodotti a partire da ingredienti appartenenti al gruppo 2 ugualmente processati non debbano essere considerati in cluster 4.
- c. La RELAZIONE CON LA SALUTE: Pur non tenendo minimamente in conto la composizione e qualità nutrizionale degli alimenti, gli alimenti definiti ultra processati sono da considerarsi, secondo la classificazione NOVA, da limitare o addirittura evitare. Indipendentemente dalla qualità dell’alimento e dalla quantità consumata.
3️⃣ Dai dati che ha presentato emerge che oltre il 50% del valore della produzione alimentare italiana proviene da alimenti ultraprocessati. Quanto pesa realmente questo segmento sull’economia del nostro Paese?
Risposta: I cosiddetti prodotti ultraprocessati rappresentano un segmento economicamente molto rilevante del sistema produttivo alimentare, con un valore stimato di oltre 42 miliardi di euro annui.
Il valore dell’export relativo a questo stesso segmento si aggira invece intorno ai 20 miliardi di euro.
Si tratta, peraltro, di stime prudenziali e probabilmente sottostimate, poiché la classificazione degli alimenti si basa su criteri fortemente qualitativi, rendendo quindi l’analisi delle categorie necessariamente cauta.
4️⃣ In che modo la domanda crescente di prodotti ultraprocessati influenza le scelte produttive dell’industria alimentare italiana?
Risposta: L’industria alimentare si adatta e adegua alle esigenze, richieste e bisogni del consumatore, perseguendo quelle che sono le regole della domanda/offerta.
5️⃣ Quali sarebbero, secondo lei, le conseguenze economiche e occupazionali di una riduzione significativa dell’offerta di questi prodotti?
Risposta: Una eventuale riduzione significativa dell’offerta di alimenti cosiddetti ultra-processati implicherebbe non solo cambiamenti nei modelli di consumo, ma anche una ridefinizione profonda delle logiche distributive e produttive su scala nazionale. Tenga presente che il totale degli occupati nei settori alimentari coinvolti ammonta a circa 212.839 lavoratori, con un valore aggiunto complessivo pari a 13.6 miliardi di euro e circa 2.200 milioni di euro di investimenti.
6️⃣ In un contesto di globalizzazione e concorrenza internazionale, gli ultraprocessati possono essere considerati anche una risorsa per l’export italiano?
Risposta: Le esportazioni dei prodotti alimentari italiani negli ultimi 20 anni sono cresciute ad un tasso annuo di più del 6%, l’Italia esporta prodotti da ricorrenza quali panettoni, colombe, esportiamo pasta, sughi pronti, merende, biscotti ad esempio ma anche tanti altri prodotti alimentari, perché l’industria alimentare italiana è molto apprezzata all’estero, stringendo il campo su gli alimenti cosiddetti ultra processati il valore dell’export è stimato in circa 20 miliardi.
7️⃣ Crede che il consumatore italiano sia sufficientemente consapevole del valore e dei limiti di questi prodotti?
Risposta: Data la confusione che c’è nella definizione e nella classificazione, nonché nell’utilizzo mediatico di questa terminologia non mi stupisce che il consumatore sia confuso, non solo nel identificare a quali prodotti si possa riferire una tale definizione ma anche al valore stesso del comparto. In un’indagine svolta da AstraRicerche per conto di Unione Italiana Food , gli intervistati, pur dichiarando in maggioranza di “conoscere gli ultra-processati”, dimostrano con le proprie risposte di non avere affatto le idee chiare e, infatti, chiedono più informazioni, scientificamente fondate, che consentano di compiere scelte alimentari consapevoli e corrette.
8️⃣ Come possono le istituzioni e i tecnologi alimentari collaborare per promuovere una comunicazione più corretta su questi temi?
Risposta: Una comunicazione corretta e trasparente deve fondarsi su solide basi scientifiche.
La classificazione NOVA, ad oggi, non solo manca di un fondamento scientifico solido, ma non trova nemmeno un consenso condiviso all’interno della comunità scientifica.
9️⃣ Se dovesse lanciare un messaggio ai giovani professionisti del settore alimentare, quale sarebbe?
Risposta: L’industria alimentare ha messo a punto, e continua a implementare, una serie di “buoni processi” di lavorazione e trasformazione che migliorano sia gli alimenti che il loro profilo nutrizionale (ad esempio riducendo il contenuto di sale, zucchero, e aumentando il tenore di fibre). Indirizza l’innovazione e la ricerca verso prodotti che concorrano a una dieta sana, varia e adeguata in nutrienti. Consente a milioni di persone vulnerabili (colpiti da allergie e intolleranze, lattanti e bambini con particolari patologie, donne in stato di gravidanza, ecc.) di accedere a prodotti rispondenti alle loro specifiche esigenze. I “buoni” processi fanno sì che l’industria alimentare metta a disposizione di tutti prodotti sempre più sicuri, sani, buoni, accessibili, che non hanno nulla da invidiare – anzi – a quelli che potremmo prepararci in casa.
Conclusioni
Il tema degli alimenti ultraprocessati non può essere affrontato con un approccio semplicistico o ideologico. Come ha evidenziato la dott.ssa Cinzia Menchise, questi prodotti rappresentano una parte strutturale del sistema agroalimentare moderno, con profonde implicazioni economiche, occupazionali e sociali. Allo stesso tempo, la ricerca scientifica deve continuare a indagare l’impatto reale dei processi di trasformazione sulla salute, evitando generalizzazioni e semplificazioni mediatiche.
La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica, sostenibilità e benessere del consumatore, promuovendo una comunicazione chiara e basata su dati oggettivi. Solo integrando scienza, economia e educazione alimentare sarà possibile costruire un sistema più consapevole e sostenibile, capace di valorizzare sia la tradizione gastronomica che l’evoluzione dell’industria alimentare.
Tutti i contenuti, i grafici e i dati citati in questo articolo sono tratti dal materiale presentato dalla dott.ssa Cinzia Menchise durante il webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, organizzato dal Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari in collaborazione con Unione Italiana Food (8 ottobre 2025).
Si ringrazia la dott.ssa Menchise per la disponibilità e per l’autorizzazione all’utilizzo dei materiali della presentazione “Inquadramento degli alimenti cosiddetti ultraprocessati e dimensione economica”.
Fonti:
- Monteiro C. A. et al. (2018). The UN Decade of Nutrition, the NOVA food classification and the trouble with ultra-processing. Public Health Nutrition, 21(1), 5–17.
- Pagliai G. et al. (2021). Consumption of ultra-processed foods and health status: a systematic review and meta-analysis. British Journal of Nutrition, 125(3), 308–318.
- Martini D., Godos J., & Grosso G. (2023). Ultra-processed foods and human health: from epidemiological evidence to policy implications. Nutrients, 15(2), 233.
- Capozzi F. et al. (2022). Food processing and sustainability: challenges and perspectives. Trends in Food Science & Technology, 127, 124–136.
- EFSA (2024). Scientific opinion on food processing, reformulation and consumer health. EFSA Journal, 22(4), 1583.
- OECD (2023). Food systems transformation and the role of innovation. OECD Publishing, Paris.
Crediti immagini e grafici:
- Immagine in evidenza: Nuvola di parole tratta dalla presentazione “Inquadramento degli alimenti cosiddetti ultraprocessati e dimensione economica”. Della dott.ssa Cinzia Menchise, webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari, 8 ottobre 2025.
- Figura 1 – Classificazione NOVA dei gruppi alimentari in base al grado di trasformazione industriale. Fonte: Monteiro C. A. et al., “The UN Decade of Nutrition, the NOVA food classification and the trouble with ultra-processing”, Public Health Nutrition, 2018.
- Figura 2 – Forest plot dei rapporti di rischio (Hazard Ratios) per diversi sottogruppi di alimenti ultraprocessati, con intervalli di confidenza al 95%. Fonte: Pagliai G. et al., “Consumption of ultra-processed foods and health status: a systematic review and meta-analysis”, British Journal of Nutrition, 2021.
- Figura 3 – Valore medio della produzione alimentare italiana per categoria NOVA (2013–2023). I prodotti del gruppo 4 (ultraprocessati) costituiscono oltre il 50% del valore complessivo della produzione. Fonte: dott.ssa Cinzia Menchise, “Inquadramento degli alimenti cosiddetti ultraprocessati e dimensione economica”, webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari, 8 ottobre 2025.
- Figura 4 – Valore medio della produzione venduta di alimenti ultraprocessati per settore NACE (2013–2023). Fonte: dott.ssa Cinzia Menchise, “Inquadramento degli alimenti cosiddetti ultraprocessati e dimensione economica”, webinar “I cosiddetti ultraprocessati”, Consiglio Nazionale dei Tecnologi Alimentari, 8 ottobre 2025.
- Figura 5 – Consumo medio di alimenti ultraprocessati nei diversi Paesi europei, espresso come quota percentuale dell’apporto calorico giornaliero. Fonte: dati tratti da OECD Food Data (2023); Monteiro C. A. et al., Public Health Nutrition, 2018.