Coronavirus cinese: ai limiti tra complotto, allarmismo e urgenza di limitare i danni

L’ondata di notizie di carattere piu o meno allarmistico ci invitano ad analizzare i fatti e considerarne esclusivamente la loro base scientifica

operatori nel laboratorio bsl4 di Whuan

Nell’era dei social media, il rischio di cadere nella trappola di notizie bomba è particolarmente alto e pericoloso. Al riguardo, il caso della diffusione del coronavirus cinese è un tipico esempio.

Negli ultimi giorni infatti la telecronaca degli aggiornamenti provenienti dalla Cina ha portato ad un allarmismo generale a causa del quale si è arrivati a diffondere improbabili casi sospetti di infezione da coronavirus in Italia, a demonizzare le comunitá cinesi residenti all’estero o ad evitare ristoranti cinesi.

E’ importante ribadire il fatto che, come abbiamo già detto in precedenza, il coronavirus cinese non sia ancora arrivato in Italia. La migliore misura di contenimento per prevenirlo? Come afferma il medico Roberto Burioni, non andare in Cina.

Cosa c’è di nuovo da sapere sul coronavirus cinese?

Una nuova notizia a base scientifica che ci arriva dalla Cina riguarda il monitoraggio della sintomatologia delle persone infette dal coronovirus cinese. Purtroppo, infatti, sembra che le persone infette, in una prima fase, siano asintomatiche. Questo vuol dire che il mezzo di controllo finora adottato negli aeroporti, basato sulla misura della temperatura corporea, potrebbe non essere sufficiente.

La rigida strategia di contenimento ed isolamento adottata della maggior parte delle città appartenenti alla provincia di Whuan, focolaio dell’infezione virale, non sembra quindi del tutto fuori luogo. Si è parlato di misure drastiche e di riduzione dei diritti umani, ma forse è il caso di parlare di un piano strategico di prevenzione e contenimento al fine di evitare un caso endemico.

La debolezza dell’“ipotesi serpente” genera sospetti

Un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature lo scorso giovedì mette in luce lo scetticismo della comunità scientifica riguardo il controverso articolo pubblicato alcuni giorni prima da un gruppo di ricercatori cinesi, i quali sembrano attribuire l’origine dell’epidemia ai serpenti.

Secondo David Robertson, un virologo della University of Glasgow, in Scozia, non ci sarebbe nessuna evidenza a supporto di questa ipotesi. Il patogeno responsabile dell’epidemia cinese, rinominato 2019-nCoV, appartiene alla grande famiglia dei coronavirus. Esso è strettamente correlato al virus della SARS, che normalmente circola nei pipistrelli e allo stesso tempo può infettare l’uomo e altri animali.

Molti scienziati sospettanto che il coronavirus cinese si sia diffuso nell’uomo in occasione di un noto mercato di frutti di mare e animali selvatici a Wuhan, dove sono stati documentati i primi casi lo scorso Dicembre.

L’ospite intermedio è il pezzo mancante del puzzle. Come sono state infettate tutte queste persone?

Un modo attraverso il quale i virus si adattano all’ospite si basa sull’uso dello stesso codice di lettura delle proteine dell’ospite.

Il gruppo di microbiologi della Peking University Health Science Center School of Medical Sciences a Beijing ha studiato il genoma del virus 2019-nCoV al fine di individuarne dei potenziali ospiti. Comparando i codoni del coronavirus cinese con quelli di ospiti preferenziali, quali ricci, pipistrelli, polli, uomo e serpenti i ricercatori cinesi sono giunti ad identificare i principali sospettati: due specie di serpenti.

Secondo Robertson, però, è improbabile che il 2019-n-CoV abbia infettato qualsiasi animale come ospite intermedio il tempo sufficiente per alterare il suo genoma in maniera significativa.

Paulo Eduardo Brandão, virologo della University of São Paulo, afferma che non esistono, al giorno d’oggi, delle prove consistenti riguardo l’esistenza di altri ospiti secondari del coronovirus che non siano mammiferi o uccelli, motivo per il quale l’ipotesi del “virus rettiliano” vacilla.

Di fronte allo scetticismo di molti scienziati, si esigono pertanto ulteriori studi al livello genomico su campioni ambientali e su altri mammiferi selvaggi del mercato di Wuhan.

L’ipotesi più probabile, comunque, è che il 2019-CoV sia un “virus mammifero”, secondo quanto afferma Cui Jie, uno tra gli scienziati che identificarono nel 2017 un virus imparentato al virus Sars nei pipistrelli, in una provincia sud orientale cinese, lo Yunnan.

Coronavirus cinese: al sospetto al complotto

La parentela di 2019-CoV al virus della SARS e la presenza di un laboratorio di biosicurezza di livello 4 (BSL-4) in Cina, guarda caso a Whuan, fanno da detonatori per la messa in scena di una storia complottista ai limiti tra verità e leggenda metropolitana.

Il laboratorio BSL-4 di Whuan è nato con l’idea di far fronte ad eventuali ulteriori epidemie dopo l’esperienza della SARS, nel 2003. Gli obbiettivi erano quelli di stabilire dei protocolli standard di diagnosi e prevenzione tanto a livello nazionale, che internazionale, oltre ad attività di ricerca e sperimentazione di nuovi vaccini e farmaci antivirali.

Il laboratorio inoltre si occupa del mantenimento di ceppi altamente patogeni, tra cui la Sars, Ebola, la febbre emorragica del Congo e il Lassa virus dell’Africa occidentale.

Dopo due anni di test di sicurezza e messa in produzione, il laboratorio BSL-4 di Whuan riceve il riconoscimento da parte della China National Accreditation Service for Conformity Assessment, nel Gennaio 2017.

Tute di protezione dal rischio biologico nei laboratori, come quello da cui le teorie complottiste vogliono sia "evaso" il coronavirus cinese
Figura 1 – Tute di protezione dal rischio biologico nei laboratori

L’opinione della scienza sul coronavirus cinese

Allo stesso tempo, però, alcuni scienziati fuori dalla Cina, mostravano un certo scetticismo nei confronti della capacità del laboratorio di Whuan di assumere le redini di un laboratorio di tipo BSL-4.

In un articolo pubblicato su Nature nel 2017, infatti, Tim Trevan, il fondatore di CHROME Biosafety and Biosecurity Consulting a Damasco, un’impresa di consulenza sulla biosicurezza dei laboratori, dichiarò la sua perplessità riguardo la capacità reale di garantire l’elevato livello di sicurezza di un BSL-4 in Cina, data la presenza di tensioni geopolitiche con altre nazioni e la persistenza di un’organizzazione lavorativa di tipo gerarchico, sicuramente non di tipo aperto.

In uno scenario come questo, il terreno è fertile per la costruzione di teorie fantascientifiche riguardo attività di ricerca e sperimentazione illecite nel laboratorio cinese.

Tirando le somme

Nonostante queste perplessità, e a discredito del pensiero complottista che attriubuisce attività segrete di bioterrorismo al laboratorio di Whuan, in realtà non c’è alcuna evidenza di un’avvenuta fuga virale dal laboratorio BSL-4 cinese ed ogni congettura lascia il tempo che trova e, ad oggi, l’unica necessità è quella di diluire i danni ed evitare il rischio endemico.

Serena Galiè

Francesco Centorrinomicrobiologiaitalia

Bibliografia

Informazioni su Serena Galié 55 Articoli
Laureata in Biotecnologie Mediche con curriculum internazionale in Management in Medical Biotechnology presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Master in Biotechnology of Environment and Health presso l'Università di Oviedo, in Spagna. Attualmente studentessa di un PhD in Nutrizione e Metabolismo presso l'Università Rovira I Virgili, a Tarragona in Spagna.

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