C’è vita sui nuovi pianeti scoperti dalla NASA?

Pochi giorni fa, il 22 febbraio, la NASA ha pubblicato sul prestigioso giornale Nature un’incredibile scoperta, che è rimbalzata per giorni sui vari social network, televisione e giornali: l’esistenza di un nuovo sistema solare, il più grande mai scoperto e contenente una serie di pianeti gemelli della Terra, a 40 anni luce da noi.

Grazie alla posizione in cui si trovano, come ad esempio la distanza dal loro “Sole” (Trappist-1, una nana rossa di dimensioni simili a Giove, scoperta nel maggio 2016 nella costellazione dell’Acquario), tre di questi pianeti possiedono una serie di fondamentali caratteristiche proprie della Terra, come le dimensioni, la temperatura, l’umidità e la presenza di acqua liquida.

I 7 pianeti scoperti dalla NASA

Questa straordinaria scoperta è dovuta ad un gruppo internazionale di ricercatori coordinato dall’università belga di Liegi: “E’ un sistema planetario eccezionale, non solo perché i suoi pianeti sono così numerosi, ma perché hanno tutti dimensioni sorprendentemente simili a quelle della Terra” spiega il coordinatore della ricerca, Michael Gillon.

Questa scoperta ha risollevato con forza una domanda che non ha mai veramente smesso di tormentare l’uomo: esiste vita nell’Universo al di fuori di quella che già conosciamo?

Una prima importante precisazione è: cosa si intende per vita, e quando un organismo può essere definito essere vivente?

Le caratteristiche ritenute conditio sine qua non dal panorama scientifico sono: un elevato grado di organizzazione interna, l’utilizzo delle stesse molecole organiche fondamentali (proteine, carboidrati, lipidi, acidi nucleici), la capacità di omeostasi (cioè di mantenersi a condizioni costanti di temperatura, pH, pressione, concentrazione di acqua e altri elementi), il metabolismo (la capacità di assumere e trasformare l’energia), la capacità di rispondere agli stimoli, la riproduzione ed il mantenimento del proprio patrimonio genetico, la capacità di adattarsi all’ambiente circostante ed infine di evolversi nel tempo.

I più fantasiosi tra di noi, pensando alle forme di vita aliene presenti sui “nuovi” pianeti, porebbero iniziare ad immaginarsi intere civiltà parallele di uomini, o meglio alieni, simili a noi oppure completamente diversi, a partire dai classici omini verdi agli alieni ben più mostruosi protagonisti di film come Alien.

Eppure, con molta probabilità, quello che troveremo quando potremo affacciarci sui tre nuovi mondi (i tre pianeti che si trovano nella zona abitabile del nuovo sistema solare) sarà quello che avremmo trovato se all’incirca 3 miliardi di anni fa qualcuno avesse guardato la Terra: batteri.

I protagonisti della rivoluzione più affascinante della storia del nostro pianeta furono proprio loro, i microrganismi, e nello specifico i procarioti.

Come si sia originata la vita sulla Terra è ancora oggi una tematica molto affascinante per gli studiosi; ad oggi l’ipotesi più accreditata è basata sul presupposto fondamentale che le prime forme viventi si siano originate da materiale non vivente, attraverso reazioni che, attualmente, non sono più in atto sul nostro pianeta. Il processo evolutivo che ha portato alla formazione di una semplice forma di vita primordiale deve essere durato centinaia di milioni d’anni a partire dalla prima tappa fondamentale: la produzione di semplici molecole organiche, come amminoacidi e nucleotidi, ovvero “i mattoni della vita“.

Basilari sono stati gli esperimenti di Stanley Miller e Harold Urey, che hanno dimostrato come quest’evento fosse effettivamente possibile nelle condizioni chimico-fisiche della Terra primordiale: essi ricrearono le condizioni ambientali che si pensa fossero presenti sulla Terra primordiale, cioè l’assenza di ossigeno libero, l’abbondanza di idrogeno, la forte presenza di altri gas quali metano (CH4) e ammoniaca (NH3), oltre che alla presenza di acqua (H2O). L’ipotesi era che con queste condizioni e in presenza di una fonte di energia come i fulmini o la radiazione solare si sarebbero potute originare molecole più complesse. Per l’esperimento, Miller e Urey si servirono di un sistema sterile costituito da due sfere collegate tra loro da un sistema di tubi sigillati, contenenti una acqua allo stato liquido e l’altra due elettrodi. L’acqua veniva scaldata per indurre la formazione di vapore acqueo, mentre i due elettrodi venivano utilizzati per fornire scariche elettriche che simulavano fulmini in presenza della miscela gassosa. Il tutto veniva poi raffreddato cosicché l’acqua potesse ricondensare e ricadere nella prima sfera per ripetere il ciclo. Dopo circa una settimana ininterrotta in condizioni costanti, Miller osservò che circa il 15% del carbonio era andato a formare composti organici, tra cui alcuni aminoacidi ed altri potenziali costituenti biologici.

Un’ulteriore prova a sostegno di questa tesi è stato il ritrovamento di molecole organiche nello spazio, all’interno di nebulose e meteoriti.

Quindi, la prima forma di vita sulla Terra e quella che presumibilmente troveremo quando riusciremo ad affacciarci a questi nuovi meravigliosi mondi dovrebbe essere molto simile ai procarioti del giorno d’oggi, vale a dire i batteri che popolano ogni possibile nicchia della Terra e del nostro organismo: un cugino di Escherichia coli, di Streptococcus, di Salmonella o di Pseudomonas aeruginosa.

Streptococcus
Escherichia coli
Pseudomonas aeruginosa
Salmonella

Fonti: Nature, Wikipedia

LAURA TASCA

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