La strana storia del parassita che obbliga i rospi ad intonare un canto traditore

Il parassita di cui parliamo oggi è un fungo dal nome impronunciabile che ha fatto strage di anfibi in tutto il mondo. Dopo vari studi sembrerebbe essere finalmente stato svelato il mistero della sua rapida propagazione. Vi presento Batrachochytrium dendrobatidis.

Batrachochytrium dendrobatidis è un fungo appartenente al phylum Chytridiomicota e unico rappresentante del genere Batrachochytrium, almeno fino al 2013, quando è stato scoperto B. salamandrivorans, che colpisce selettivamente le salamandre.

Questo fungo si localizza e sviluppa nell’epidermide degli anfibi, costituendo un tallo filamentoso da cui si dipartono i rizoidi e sporangi senza opercolo, dalla parete liscia e dalla forma rotondeggiante.

Le spore, che prendono il nome di zoospore, sono grandi tra i 3 e i 5 m, hanno una forma ovoidale e sono dotate di un flagello lungo 19-20 m. Questa forma è riscontrabile solamente in ambiente acquatico.

Il ciclo vitale di B. dendrobatidis consta di due stadi vitali: quello mobile di zoospora e quello sessile di zoosporangio. Una volta rilasciate dallo zoosporangio, grazie al flagello le zoospore migrano per chemiotassi verso l’ospite. Questo processo avviene perché esse riescono a riconoscere un gran numero di molecole (zuccheri, proteine e amminoacidi) associate specificamente alla superficie degli anfibi. Quando l’ospite è stato raggiunto, le zoospore s’incistano appena al di sotto della pelle e iniziano a riprodursi andando a formare lo zoosporangio, che rilascerà consequenzialmente altre zoospore (sia sull’ospite già infettato che nell’ambiente circostante).

Ma di cosa si nutre il nostro fungo una volta raggiunto l’ospite? La risposta è una: dell’ospite stesso. Infatti B. dendrobatidis ha nel suo arsenale chimico enzimi proteolitici ed esterasi in grado di digerire le cellule della pelle degli anfibi.

La patologia data da questo fungo parassita è chiamata chitridiomicosi e causa tra l’altro una ipercheratinizzazione della pelle degli anfibi, andando così a compromettere i processi di respirazione cutanea, osmoregolazione e smaltimento delle tossine, ma anche una soppressione del sistema immunitario, portando quindi alla morte per arresto cardiaco (Fig.1).

Fig. 1: la chytridiomicosi ha come risultato finale, la morte per arresto cardiaco.

Questa patologia non ha una cura ed è sempre letale, ma sono stati riscontrati casi di anfibi che sono sopravvissuti per anni nonostante l’infezione da B. dendrobatidis, cosa che dimostra come sia in atto un adattamento. Considerando inoltre che alcuni studi hanno dimostrato che B. dendrobatidis è in contatto con gli anfibi da più di 40.000 anni, è possibile dedurre che le specie che soffrono maggiormente l’infezione di questo fungo l’abbiano “incontrato” solo recentemente e non siano quindi state ancora in grado di adattarsi in modo da contrastarlo.

Ma la domanda a questo punto sorge spontanea, come fa questo parassita ad espandersi con questa facilità?

La risposta è stata trovata da uno studio di Waldman e An sul “comportamento” di B. dendrobatidis nelle specie che riescono a resistergli per più tempo (nello studio in questione Hyla japonica, le rane degli alberi giapponesi): gli esemplari infetti erano leggermente più grossi ed emettevano richiami con maggior forza e frequenza. Queste due caratteristiche sono proprio quelle che le femmine ricercano nei maschi; ne consegue che questi esemplari abbiano più contatti con le femmine, ed in questo modo il fungo riesce a propagarsi.

File audio che riproduce il gracidio di esemplari di H. japonica non infetti:
 File audio che riproduce il gracidio di esemplari di H. japonica infetti:

Il fatto strano è che i maschi infetti erano evidentemente in stato letargico, quindi i due scienziati autori dello studio si aspettavano un comportamento placido, con canti decisamente sommessi. Visto però che la realtà era l’esatto opposto, hanno formulato l’ipotesi che B. dendrobatidis tramuti i suoi ospiti in “zombie” (non è l’unico caso trattato da noi, l’altro è dato sempre da un fungo, Ophiocordyceps unilateralis) che impiegherebbero tutte le loro energie al solo scopo di attrarre le femmine, oppure semplicemente spingendole a riprodursi con maggior motivazione. Questo “controllo mentale” avviene tramite un meccanismo che purtroppo al momento non è ancora noto.

Concludiamo con una curiosità relativa al nome di questo fungo, Batrachochytrium dendrobatidis. Nonostante sia difficilmente pronunciabile, come tutti i nomi scientifici ha un significato. Infatti questo nome deriva dalle parole greche batrachos e chytra che significano rispettivamente “rana” e “pentola di terra” (dalla forma della struttura che contiene le spore), mentre il nome della specie dendobatidis deriva dal nome del primo genere di rane in cui è stato osservato: Dendrobates.

Andrea Borsa

FONTI: UNIMIB, Sciencemag, LegaNerd

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