Non solo plastiche: il problema dell’eutrofizzazione dei mari

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Che cos’è l’eutrofizzazione?

Quando si parla di inquinamento idrico non si può pensare soltanto agli enormi quantitativi di plastiche e microplastiche che ogni giorno finiscono nei nostri mari. Un problema ambientale altrettanto importante è l’eutrofizzazione.

Il termine eutrofizzazione deriva dal greco eutrophia, costituito da eu = “buona” e trophòs = “nutrimento”, e si riferisce infatti ad una condizione di ricchezza di sostanze nutritive in acqua. Attualmente questo termine indica anche l’effetto di tale ricchezza nell’ambiente acquatico, ovvero una proliferazione incontrollata di biomassa vegetale (Fig. 1).

Si tratta di un fenomeno che avviene naturalmente nei laghi, in tempi molto lunghi, grazie all’azione dei fiumi, che trasportano detriti e nutrienti che vanno man mano a depositarsi. Questo, però, può colpire anche l’ambiente marino ed è, in tal caso, attribuibile alla presenza dell’uomo.

Eutrofizzazione del Mar Baltico catturata da un'immagine satellitare
Figura 1 – immagine satellitare del fenomeno di eutrofizzazione nel Mar Baltico [fonte: Jeff Schmaltz, NASA]

Il processo di eutrofizzazione

Il fenomeno di eutrofizzazione (Vid. 1) è caratterizzato da un notevole aumento di alghe e microalghe in acqua. Tale aumento è causato dalla maggiore disponibilità di uno o più fattori di crescita necessari per la fotosintesi, in particolar modo nutrienti come azoto e fosforo.

Questa proliferazione incontrollata determina di conseguenza un incremento di biomassa, la quale si accumula nelle acque profonde al termine del ciclo vitale. I microrganismi presenti nei mari degradano la biomassa vegetale tramite processi biochimici che consumano ossigeno. Ciò porta alla formazione di un ambiente anossico che favorisce lo sviluppo di organismi anaerobi, impedendo, di contro, la crescita di tutti quegli organismi che invece richiedono ossigeno per sopravvivere.

L’assenza di ossigeno nelle acque di fondo riconduce notevolmente la biodiversità. A soffrirne sono principalmente le comunità bentoniche, quindi soprattutto pesci di fondo, molluschi e crostacei.

Infine, la decomposizione della sostanza organica in assenza di ossigeno, fa si che vengano liberati composti altamente tossici, come ammoniaca, metano e acido solfidrico. Ciò impatta ancor di più sull’ecosistema marino.

Video 1 – video esplicativo del processo di eutrofizzazione [fonte: National Ocean Service]

Le cause alla base del fenomeno

Benché si tratti di un processo che avviene naturalmente in alcuni ambienti acquatici, l’eutrofizzazione dei mari è uno dei tanti fenomeni associabili all’impronta umana sull’ambiente.

Nello specifico, l’ambiente marino è sempre più soggetto al fenomeno dell’eutrofizzazione a causa di:

  • Utilizzo massiccio di fertilizzanti in agricoltura. Le tecniche agricole, infatti, favoriscono l’accumulo di nutrienti, tra cui principalmente fosforo. Quando queste sostanze raggiungono concentrazioni molto alte il suolo non riesce più ad assorbirle. Grazie alle piogge, tali sostanze vengono dilavate confluendo nei fiumi e nelle acque sotterranee e arrivando alla fine nei mari.
  • Scarico di acque reflue nei corpi idrici. Molti Paesi del mondo scaricano direttamente reflui industriali e domestici in fiumi, laghi e mari. Spesso questo accade senza una vera e propria regolamentazione. Ciò contribuisce in larga parte al fenomeno di inquinamento organico, con conseguente eutrofizzazione delle acque.

Poiché il fenomeno di eutrofizzazione è ricollegabile ad attività umane, questo sarà più accentuato in aree molto popolate. Qui, infatti, vi sarà un maggior tasso di industrializzazione e urbanizzazione, quindi un maggior quantitativo di reflui, e una richiesta maggiore di cibo da parte dell’industria agro-zootecnica.

Gli effetti dell’eutrofizzazione nei mari

Gli effetti dell’eutrofizzazione dei mari possono essere ben riconoscibili grazie alla formazione di veri e propri banchi di alghe, la cui presenza va a modificare il colore e la trasparenza dell’acqua. Questo effetto visivo può essere accentuato in estate e in autunno. In questi periodi, infatti, le acque sono più calde e calme e ciò porta alla formazione di stratificazioni ben visibili. La presenza di banchi di fitoplacton superficiali riduce, inoltre, le capacità di assorbimento della luce da parte della flora marina sottostante, con conseguente riduzione delle attività fotosintetiche.

Dal punto di vista chimico, la presenza di composti inorganici come i nitriti provoca la formazione di sostanze dannose e mutagene come le nitrosammine, mentre la presenza di sostanze organiche determina la produzione di odori e sapori sgradevoli. Questo fenomeno è accentuato anche dalla presenza di particolari alghe.

L’eutrofizzazione dei mari determina, inoltre, una forte diminuzione dei pesci, con effetti fortemente negativi sia sull’ecosistema sia su attività antropiche come la pesca. Infine, l’eutrofizzazione dei mari incide negativamente anche sul turismo, soprattutto per via del cattivo odore, della torbidità e dell’aspetto delle acque in corrispondenza delle coste.

Le aree in cui l’eutrofizzazione colpisce l’ecosistema marino in maniera massiccia vengono definite dead zones. Uno studio del 2008 ha contato circa 405 dead zones in tutto il mondo. La dead zone più grande si trova nel Mar Arabico e copre quasi l’intero Golfo di Oman, con una dimensione di circa di 165 mila chilometri quadrati. La seconda dead zone più grande al mondo si trova nel Golfo del Messico (Fig. 2), con una dimensione media di quasi 16 mila chilometri quadrati.

Strage di pesci nel Golfo del Messico, la seconda dead zone più grande al mondo
Figura 2 – moria di pesci nella dead zone del Golfo del Messico [fonte: Patrick Semansky/AP]

I possibili meccanismi di controllo

Gli interventi di controllo maggiormente sfruttati per prevenire il fenomeno di eutrofizzazione riguardano soprattutto la limitazione nell’uso di fertilizzanti in agricoltura. Ciò permette di ridurre le concentrazioni dei nutrienti, in particolare del fosforo, che è considerato il fattore limitante per la proliferazione delle alghe.

Un’altra opzione è costituita da un miglioramento degli impianti di depurazione delle acque, sfruttando tecnologie più avanzate in combinazione con microorganismi deputati al sequestro di fosforo e azoto. In aggiunta, si può pensare di migliorare la regolamentazione sul rilascio di reflui nei mari, controllando maggiormente i singoli Paesi.

Nei casi in cui il fenomeno è già in atto, e quindi non è sufficiente controllare il quantitativo di nutrienti immessi nelle acque, si possono attuare meccanismi di controllo che hanno come target le alghe. Si possono, infatti, utilizzare alghicidi, come il solfato di rame, così da mantenere sotto controllo la loro crescita. Questa tecnica però, non solo ha dei costi molto elevati, ma non rappresenta comunque una soluzione permanente al problema dell’eutrofizzazione.

Fonti

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