Efficacia delle aree protette

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By Elisabetta Cretella

Negli ultimi quarant’anni la comunità internazionale ha affrontato la crisi della biodiversità. Tuttavia, attraverso politiche di conservazione sempre più stringenti, è riuscita a triplicare la superficie delle zone tutelate. Oggi, circa il 15% delle terre emerse è protetto da parchi e riserve, un risultato che pone al centro del dibattito scientifico l’efficacia delle aree protette. Ma per salvare la natura non basta: per questo è nato il Target 30×30, un ambizioso impegno internazionale che punta a tutelare il 30% del nostro pianeta (terre e mari) entro il 2030.

Questo obiettivo è nato durante la COP15 sulla biodiversità (l’accordo di Kunming-Montreal) ed è il pilastro centrale dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ma cos’è l’Agenda 2030? È una sorta di ‘tabella di marcia’ condivisa da quasi tutti i Paesi del mondo per costruire un futuro sostenibile; è declinata in 17 obiettivi e l’Obiettivo 15 è quello dedicato specificamente alla protezione della vita sulla terraferma.

L’idea è semplice: raddoppiare le aree protette per fermare l’estinzione delle specie, stabilizzare il clima e creare uno scudo contro le future zoonosi (le malattie che passano dagli animali all’uomo). Ma qui sorge il dubbio: bastano delle linee tracciate su una mappa per salvare davvero la vita selvatica, o serve qualcosa di più?

Analisi sull’efficacia delle aree protette

Recenti analisi basate sul database globale PREDICTS — una delle più grandi banche dati al mondo sulla biodiversità — confermano che l’efficacia delle aree protette non è solo un concetto simbolico. Lo studio, intitolato “Local biodiversity is higher inside than outside terrestrial protected areas worldwide”, ha analizzato oltre 12.000 siti in tutto il mondo. I dati parlano chiaro: all’interno di questi confini, la natura prospera meglio rispetto all’esterno.

Le analisi sull'efficacia delle aree protette confermano che si tratta solo di un concetto simbolico. [Fonte: Pixabay.com]
Figura 1 – Le analisi sull’efficacia delle aree protette confermano che non si tratta solo di un concetto simbolico. [Fonte: Pixabay.com]

Ma cosa significano esattamente questi numeri? Nelle zone tutelate la ricchezza di specie è superiore del 10,6%. In ecologia, questo termine indica il numero totale di specie diverse (piante, animali, funghi) che convivono in un determinato ecosistema. Più è alta la ricchezza, più l’ambiente è vario e resiliente.

Parallelamente, l’abbondanza di individui risulta più alta del 14,5%. Se la ricchezza conta quante specie ci sono, l’abbondanza conta quanti esemplari per ogni specie sono presenti. Un’alta abbondanza significa popolazioni più numerose e sane, meno esposte al rischio di estinzione. Questi parametri sono i principali indicatori della reale efficacia delle aree protette nel contrastare il degrado ambientale.

La protezione legale come chiave dell’efficacia delle aree protette

Il segreto di questo successo risiede nella protezione legale, ovvero nel far valere un insieme di leggi e regolamenti che:

  • frenano la conversione degli habitat impedendo che una foresta o una palude venga distrutta per diventare terreno agricolo intensivo o un area urbanizzata (case, strade, industrie);
  • regolano le attività umane imponendo limiti o divieti su caccia, pesca ed estrazione di risorse;
  • riconoscono un valore prioritario alla natura fornendo lo strumento giuridico per punire chi danneggia l’ecosistema.

La protezione legale crea uno scudo giuridico che permette alla natura di rigenerarsi. I dati raccolti dimostrano che, quando le leggi sono applicate, le aree protette diventano strumenti fondamentali per preservare gli ecosistemi esistenti e garantire un futuro alla biodiversità.

Il paradosso della convenienza economica: perché non stiamo proteggendo i luoghi giusti?

Nonostante l’aumento dei parchi nel mondo, il declino della biodiversità su larga scala purtroppo non si ferma. Il declino della biodiversità è la rapidissima perdita di varietà biologica: non solo l’estinzione definitiva di intere specie, ma anche la drastica riduzione del numero di animali e piante e il degrado degli ecosistemi che permettono la vita sulla Terra.

Il problema principale è che la selezione dei parchi soffre di una distorsione geografica. Ciò significa che le riserve non vengono create dove la natura ne ha più bisogno, ma dove “disturbano meno” le attività umane. Si finisce così per proteggere aree scelte per pura convenienza economica.

Cosa sono i luoghi di “convenienza economica” e come influenzano l’efficacia delle aree protette?

Spesso i governi scelgono di tutelare territori come alte montagne, ghiacciai o deserti remoti. Queste aree hanno caratteristiche precise:

  • bassi costi di gestione poiché sono zone già isolate e poco popolate;
  • nessun conflitto con l’economia in quanto terreni inadatti all’agricoltura intensiva, ai pascoli o all’espansione delle città.

In pratica, si protegge ciò che l’uomo non può o non vuole sfruttare. Il risultato? Si ottengono grandi numeri sulle mappe, ma si trascurano le zone di reale importanza biologica, come le fertili pianure tropicali. Queste ultime sono ecosistemi vulnerabili e ricchissimi di vita, ma poiché sono anche molto appetibili per l’agricoltura, vengono spesso lasciate senza tutela.

Si protegge ciò che l'uomo non può o non vuole sfruttare: le cosiddette aree di convenienza economica. [Fonte:Pixabay.com]
Figura 2 – Si protegge ciò che l’uomo non può o non vuole sfruttare: le cosiddette aree di convenienza economica. [Fonte:Pixabay.com]

Questa strategia compromette l’efficacia delle aree protette: stiamo creando dei “rifugi” in luoghi dove la biodiversità è già naturalmente più bassa, lasciando invece scoperti gli habitat dove la vita selvatica sta scomparendo più velocemente.

Specie endemiche e rischi nel Borneo

Un esempio emblematico riguarda una famiglia di alberi tropicali che costituiscono la spina dorsale delle foreste pluviali del Sud-est asiatico: le Dipterocarpaceae. Il loro nome deriva dal greco e significa letteralmente “frutti a due ali”, una caratteristica distintiva che permette ai loro semi di roteare come elicotteri durante la caduta, facilitando la dispersione grazie al vento. Solo il 5,02% dell’habitat critico di 14 specie in pericolo nel Borneo è protetto.

La strategia di conservazione utilizzata finora ha un limite invisibile ma gravissimo: tende a favorire le specie con ampi areali. L’areale non è altro che la zona geografica in cui una specie vive e si sposta. Le specie con un ampio areale (come alcuni grandi mammiferi o uccelli migratori) si adattano a territori vasti e diversi; per loro, è facile che un parco, prima o poi, incroci il loro cammino.

Al contrario, questo sistema non offre benefici reali alle specie endemiche, ovvero quelle che vivono esclusivamente in un determinato luogo e in nessun’altra parte del mondo. Perché le specie endemiche sono così fragili? Il motivo risiede nelle loro nicchie ecologiche ristrette, cioè l’insieme delle condizioni ambientali (temperatura, umidità, tipo di cibo) di cui quella pianta o quell’animale ha bisogno per sopravvivere. Le specie endemiche sono estremamente specializzate: basta un piccolo cambiamento nel loro habitat — o un parco disegnato pochi chilometri più in là — per lasciarle fuori dalle reti di salvaguardia (ovvero dall’insieme dei parchi e dei corridoi naturali protetti).

Un’efficacia limitata per i più rari

Se le aree protette sono create in modo generico, si rischia di proteggere solo le specie comuni che “sanno adattarsi”. La mancanza di una copertura specifica — ovvero di riserve create su misura per gli habitat unici — riduce drasticamente l’efficacia delle aree protette per le specie più rare e preziose. Senza interventi mirati, queste specie restano prive di protezione, scivolando verso l’estinzione nonostante l’aumento dei parchi sulle mappe.

Dai parchi di carta all’efficacia delle aree protette

L’altro grande ostacolo sono i cosiddetti “paper parks” (parchi di carta). Sono aree con tutela legale ma prive di gestione operativa. Non a caso, il successo di una riserva dipende dalla sua capacità gestionale. La presenza di personale addestrato, attrezzature e budget sicuro sono essenziali per proteggere la fauna selvatica. Senza risorse, non si può ottenere una reale efficacia delle aree protette.

Il futuro della biodiversità

Per raggiungere i traguardi del 2030 non basta aggiungere ettari alle aree protette. È necessario smettere di proteggere solo ciò che “non serve” all’uomo e investire in aree ecologicamente rappresentative. Inoltre le riserve devono essere dotate delle risorse necessarie per funzionare davvero. Solo così si potrà garantire l’efficacia delle aree protette e la sopravvivenza della vita sul nostro pianeta.

Fonti:

  • Luo, W., et al. (2022). Thttps://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0006320722001872he role of protected areas in tropical tree conservation post-2020: A case study using threatened Dipterocarpaceae. Biological Conservation.
  • Gray, C. L., et al. (2016). Local biodiversity is higher inside than outside terrestrial protected areas worldwide. Nature Communications.
  • Geldmann, J., et al. (2018). A global analysis of management capacity and ecological outcomes in terrestrial protected areas. Conservation Letters.
  • Dinerstein, E., et al. (2020). A “Global Safety Net” to reverse biodiversity loss and stabilize Earth’s climate. Science Advances.
  • Saura, S., et al. (2017). Protected areas in the world’s ecoregions: How well connected are they? Ecological Indicators.

Immagini:

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