Batteri moderni in fossili di dinosauro: un “piccolo” grande dilemma

“Non c’è mai niente di semplice!” era solito ribadire in continuazione il mago Zeddicus Zu’l Zorander al suo giovane pupillo Richard Cypher, conosciuto come: ”il Cercatore” e protagonista della saga fantasy: La spada della Verità”.

E’ stato spesso necessario, nella storia della scienza, dover rivedere teorie e dati che si ritenevano consolidati, magari anche da anni, alla luce di nuove scoperte scientifiche rese spesso possibili dalla realizzazione di nuove tecnologie che permettevano di effettuare analisi prima impensabili o ben più sofisticate e precise che in passato.

Evan Saitta, ricercatore presso il Field Museum of Natural History di Chicago, ed il suo team di paleontologi, hanno recentemente identificato gruppi di comunità microbiche all’interno di fossili di dinosauro della specie Centrosaurus (vissuto 76 milioni di anni fa) rinvenuti ad Alberta (Canada), che hanno una caratteristica sorprendente ed inquietante allo stesso tempo: sono batteri moderni.

Mostrano cioè un profilo genetico che sulla base di marcatori molecolari (particolari sequenze di DNA di geni caratteristici) ben classificati in letteratura e conosciuti come orologi molecolari, che permettono di stimare il tempo trascorso dalla separazione tra due specie, risulta essere a noi contemporaneo. (Per approfondire sugli orologi molecolari vedi anche: https://www.microbiologiaitalia.it/2017/01/06/evoluzione-orologi-molecolari-microbiologia-un-ritratto-famiglia-batteri/)

Questi microrganismi si sono perciò insediati nei pori delle ossa di dinosauro solo in tempi recenti.

In un’ intervista pubblicata su Atlantic, Evan Saitta ha dichiarato: ”Le ossa, che sono porose, forniscono un rifugio e danno ai microbi lo spazio per proliferare. Sono piene di fosfato e ferro e possono bloccare l’umidità”

I pori delle ossa dei fossili avrebbero pertanto delle caratteristiche che le rendono un microambiente ideale per lo sviluppo di comunità batteriche anche a decine di milioni di anni dalla scomparsa dei tessuti, quando ormai le ossa sono diventate pietra e sono state sepolte sotto centinaia di metri di terra.

La ricerca effettuata dal gruppo di Saitta è ancora in fase di revisione ma se dovesse essere confermata aprirebbe la strada ad un problematico e spinoso interrogativo: in che misura la presenza di comunità microbiche moderne può aver influito sui fossili raccolti finora in anni d’indagini paleontologiche? E’ possibile che tracce di materiale biologico interpretate come attribuibili ai dinosauri in realtà siano artefatti creati da questi microrganismi colonizzatori delle ossa?

Il problema della prevenzione di una possibile contaminazione “antico-moderno” durante gli scavi di raccolta dei fossili, nonostante le condizioni asettiche rigidamente protocollate in cui gli studiosi operano nelle aree di scavo, è una questione che i Paleontologi si pongono comunque già da molto tempo (Fig.1)

(Fig.1) Durante le operazioni di scavo in sito gli archeologi ed i paleontologi osservano un protocollo rigido per evitare le contaminazioni dei campioni e preservarne il massimo grado d’integrità e purezza possibile.

Il caso più celebre al riguardo fu quello della studiosa Mary Schweitzer che a metà del 2000 pubblicò uno studio in cui annunciava il ritrovamento per la prima volta di tessuti biologici ben conservati (vasi sanguigni, collagene e cellule) nelle ossa dei femori di due dinosauri, un Tyrannosaurus vissuto 68 milioni di anni fa ed un Brachylophosaurus di 80 milioni di anni fa.

La sua scoperta destò però un forte scetticismo nella comunità scientifica: la maggior parte delle proteine infatti sopravvive solo qualche centinaia di migliaia di anni (quelle rinvenute dalla Schweitzer risulterebbero perciò 20 o 30 volte più antiche) e solo se in un ambiente ben protetto dagli agenti esterni, come può essere ad esempio l’interno di qualche minerale. (Fig.2)

(Fig.2) Coda piumata di un dinosauro perfettamente conservata nella resina; la resina delle conifere si cristallizza e mineralizza ad ambra col passare del tempo.

All’epoca alcuni studiosi ipotizzarono che i campioni raccolti dalla paleontologa fossero stati contaminati proprio da microrganismi, nonostante le condizioni asettiche in cui ella aveva operato.

Il team di Saitta ha ripreso in esame tra l’altro anche i risultati che erano stati ottenuti proprio da Mary Schweitzer formulandone una possibile spiegazione: il protocollo asettico osservato da chi raccoglie le ossa durante gli scavi e che prevede, tra l’altro, il lavaggio degli strumenti con alcool, rimuoverebbe i batteri dalla superficie dei fossili ma non potrebbe nulla contro quelli che invece vivono al suo interno, nei pori ossei appunto.

Pur ricreando infatti le medesime condizioni di sterilità usate dalla Schweitzer, le analisi di Saitta hanno rinvenuto nelle ossa una quantità di materiale genetico di batteri moderni 50 volte maggiore che nel suolo circostante e siccome inoltre molte specie batteriche possono digerire il collagene, se ne conclude che la loro presenza rende altamente improbabile rinvenire tale tessuto biologico in un fossile.

Tuttavia la paleontologa insiste che l’eventuale presenza di batteri nelle ossa analizzate dal team di Saitta non inficerebbe la sua scoperta, confermata anche da analisi effettuate attraverso lo spettrometro di massa; la questione è insomma tutt’altro che risolta.

Al di là della risoluzione del dibattito centrato sulle scoperte di Mary Schweitzer, l’interrogativo più annoso suscitato dal lavoro di Saitta resta tuttora in sospeso: quanto il grado di contaminazione batterica dovuto a microrganismi che si trovano all’interno delle ossa, più che quelli eventualmente presenti sulla superficie, può aver influito sui dati e sulle conclusioni raggiunte dalla Paleontologia sinora?

Un dubbio per rispondere al quale servirà ancora molto lavoro e molto confronto tra studiosi del settore e che potrebbe portarci, forse, persino a dover riscrivere più di una pagina dei nostri libri di storia.

Simone Rinaldi

Sitografia

https://www.focus.it/scienza/scienze/i-batteri-prosperano-nelle-ossa-di-dinosauro

Per la versione in prepubblicazione della ricerca del team di Evan Saitta:

https://www.biorxiv.org/content/early/2018/09/07/400176.article-info

Per approfondire circa gli studi e le scoperte di Mary Schweitzer:

https://www.sciencemag.org/news/2017/09/i-don-t-care-what-they-say-about-me-paleontologist-stares-down-critics-her-hunt

L’ intervista rilasciata da Evan Saitta alla rivista Atlantic è consultabile a questo link:

https://www.theatlantic.com/science/archive/2018/09/dinosaur-bone-microbes-debate/570037/

Crediti per le immagini

Per l’immagine in evidenza:

https://it.wikipedia.org/wiki/Dinosauria

Per l’immagine dello scavo paleontologico:

https://www.focus.it/scienza/scienze/i-batteri-prosperano-nelle-ossa-di-dinosauro

Per l’immagine del fossile della coda di dinosauro nell’ambra:

https://www.focus.it/scienza/scienze/la-coda-piumata-di-un-dinosauro-conservata-nellambra

 

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Francesco Centorrino

Sono Francesco Centorrino e sono il creatore di Microbiologia Italia. Mi sono laureato a Messina in Biologia con il massimo dei voti ed attualmente lavoro come microbiologo in un laboratorio scientifico. Amo scrivere articoli inerenti alla salute, medicina, scienza, nutrizione e tanto altro.

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