Il rapporto tra bevande gassate, sigillanti dentali e placche batteriche

Placca dentale microorganismi batterici
Placca batterica. Immagine a colori ottenuta tramite microscopio elettronico a scansione (SEM) dalla superficie di dente umano. Magnification: X 3500. CREDITS: STEVE GSCHMEISSNER / SCIENCE PHOTO LIBRARY

Cosa sono le placche batteriche?

Generalmente indichiamo come placca batterica quell’aggregato di microorganismi (o biofilm) in grado di esercitare forte adesione alla superficie dei denti, legata all’insorgenza di carie, tartaro e parodontopatie. I componenti della placca sono solitamente batteri abitanti la cavità orale, che poi si spostano sulla superficie dei denti colonizzando la loro “pellicola”, acquisita dall’accumulo di mucoproteine salivari. I biofilm della placca batterica sono formati dall’adesione tra microorganismi di vario tipo, dai lactobacilli agli streptococchi e così via.

Formazione e azione della placca

Una volta aderiti alla superficie del dente, i batteri si nutrono principalmente degli zuccheri residui, moltiplicandosi e formando la placca. Essa disgregherà poi lo smalto attraverso l’espressione di molecole come l’acido lattico, oppure di enzimi quali pirofosfatasi e aminopeptidasi, in grado di degradare proteine strutturali dello stesso.

Comincia quindi la formazione, lenta ed orizzontale, della carie, che solo più tardi si svilupperà verticalmente data la durezza dello smalto, che impiega molto tempo ad essere perforato. Superata questa fase, i batteri raggiungono la dentina, che viene demineralizzata rapidamente, fino a raggiungere ed infiammare la polpa del dente. Inizialmente la placca è biancastra, vischiosa e filamentosa. Con la deposizione di sali di calcio, essa si trasforma in tartaro, un addensamento giallastro e cretoso che non può essere rimosso neanche con lo spazzolino.

Figura 1 – step della formazione della placca dentale da parte dei microrganismi

Composizione della flora batterica della placca

La composizione della flora batterica facente parte delle placche batteriche venne studiata già alla fine degli anni 70′, inizialmente sui marsupiali. La maggior parte dei microorganismi identificati appartenevano a specie gram-positivi di forma filamentosa o di bastoncelli pleomorfi, mentre le specie gram-negative anaerobiche rappresentavano la minoranza.

Di questa i maggiori componenti identificati erano le specie Neisseria e Moraxella, mentre gli Streptococchi erano presenti in ben minor misura. La proporzione tra queste popolazioni batteriche cambiava però radicalmente comparandola con quella delle placche presenti su denti umani o di altri tipi di roditori, segno che la flora, anche nel caso dell’adesione alla superficie dentale, varia a seconda della dieta dell’ospitante.

Negli esseri umani, in particolare, sono presenti circa 700 specie batteriche nella cavità orale, organizzate in un intricato ecosistema. Studi di settore hanno dimostrato che, a differenza dei marsupiali, Streptococchi e Lactobacilli giocano un ruolo importante nell’accumulo di placche batteriche sulla superficie dei nostri denti, grazie soprattutto a dei ceppi mutanti in grado di tollerare l’ambiente acido della bocca (l’acidità è dovuta alla saliva).

Figura 2 – placca dentale, Immagine a colori ottenuta da microscopio elettronico a scansione (SEM). La flora batterica componente la placca è mostrata multicolore, la base del dente in grigio. Magnification: X 2500. CREDITS: EYE OF SCIENCE / SCIENCE PHOTO LIBRARY

Sigillanti per fessure: un metodo anti-carie

Le zone maggiormente soggette alla colonizzazione batterica sono le superfici occlusali dei denti posteriori, e quindi molari e premolari, che presentano nella zona centrale solchi e fossette, in alcuni casi piuttosto profondi. La sigillatura è quindi una procedura preventiva, che prevede il riempimento di queste fossette con un materiale auto- o fotoindurente al fine di evitare la formazione appunto delle placche. Il riempimento di questi spazi con un materiale biocompatibile (solitamente resine composite o cementi vetroionomerici) eventualmente dotato di azione antibatterica, impedisce o rallenta l’azione patogena dei batteri. L’unica controindicazione è legata alla possibile ipersensibilità causata dai materiali usati su soggetti predisposti.

Il rapporto tra bevande gassate e sigillanti

Uno studio recente dell’Università di Pavia ha dimostrato come l’adesione batterica a sigillanti di diverso tipo può essere alterata dopo che quest’ultimi vengono esposti a bevande acide (in particolare Coca Cola). Nello specifico, l’adesione su sigillanti vetroionomerici esposti e non a Coca Cola non mostra differenze significative, segno che il materiale non è sensibile alla bevanda.

Al contrario, nei sigillanti a base di resine composite, l’immersione in quest’ultima altera statisticamente la quantità di batteri in grado di ancorare la loro superficie e colonizzarla. Infatti l’acido fosforico della Coca Cola può reagire con diversi polimeri facenti parte della resina stessa, “ammorbidendone” la matrice. Curiosamente, i sigillanti in resina hanno agito in maniere completamente diverse l’un l’altro all’adesione dei batteri dopo giorni di immersione in Coca Cola.

Alcuni di essi sono stati colonizzati maggiormente dopo l’esposizione alla bevanda. in questo caso l’adesione è stata probabilmente favorita dall’erosione delle superfici dovuta alla Coca Cola, aumentando fino a 4 volte. In altri tipi di sigillante in resina, invece, l’adesione batterica risultava minore quando essi erano esposti a Coca Cola piuttosto che non. Questo curioso caso può essere spiegato dal fatto che, in alcune tipologie di resina, lo scioglimento dei polimeri da parte di acido fosforico favorisce un maggior rilascio di fluoruro, molecola antimicrobica spesso contenuta nei sigillanti.

Questo studio dimostra che essi sono tutt’ora tra i migliori strumenti anti-carie a disposizione, ma si comportano in maniere completamente differenti in base alla tipologia e composizione.

Bibliografia

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