Microrganismi e industria tessile: un mare di colori che aiuta l’ambiente

Industria tessile e colori: un nuovo modo in cui i microrganismi ci vengono in aiuto

Non dovrebbe stupirci l’idea che i microrganismi, tanto piccoli quanto eclettici, ci vengano in aiuto nelle più disparate circostanze. A tal proposito, nuove sono le frontiere che vedono i batteri implicati anche nell’industria tessile permettendo la generazione di una marea di colori a ridotto impatto ambientale.

Come, generalmente, si ottengono i colori per l’industria tessile

In generale, un “colorante” viene definito come un composto che si fissa tenacemente a un substrato attraverso un legame chimico o per adsorbimento fisico. Questi coloranti sono spesso classificati in base a due criteri: per composizione chimica o in base alla modalità di impiego, principio preferenzialmente utilizzato per l’industria tessile.

industria tessile
Figura 1 – industria tessile

Le tinture nella storia

Proprio il processo di tintura dei tessuti si è evoluto con il tempo. In antichità le sostanze utilizzate per tingere le stoffe erano esclusivamente di origine naturale e, con estrema fantasia, si ricavavano da piante, insetti e molluschi. Esempio tipico ci viene dato dalle vesti degli imperatori romani tinte di porpora, un pigmento che si estrae dal murice comune, un mollusco gasteropode appartenente alla famiglia dei Muricidi.

Successivamente, con l’avvento di un mercato sempre più rapido e pragmatico, i coloranti naturali sono stati sostituiti con quelli sintetici.

A William Henry Perkin è attribuita la scoperta del primo colorante di origine sintetica, nel 1856. L’allora diciottenne Perkin si accorse che disciogliendo un precipitato nerastro ottenuto casualmente nell’alcool, si otteneva un colorante violaceo. Perkin brevettò la sostanza e diede il via alla produzione su larga scala del colorante chiamato “porpora di anilina” o “porpora di Tiro”.

Da quel momento in poi la produzione di coloranti sintetici si espanse enormemente fino a soppiantare quasi completamente i coloranti naturali.

murice comune da cui si ricava la porpora
Figura 2 – murice comune da cui si ricava la porpora

I danni ambientali dei coloranti sintetici

Seppur economici e rapidi per le industrie, i coloranti sintetici richiedono un ingente consumo di risorse e, producendo rifiuti tossici, provocano spesso danni ambientali da non sottovalutare. L’industria della moda è annoverata, infatti, tra i maggiori consumatori di acqua al mondo e la tintura tessile rappresenta circa il 20% dell’inquinamento globale delle acque industriali.

l'industria tessile è tra le principali cause di danni ambientali
Figura 3 – l’industria tessile è tra le principali cause di danni ambientali

I microrganismi nell’industria tessile

Molte sono le start-up e aziende che si stanno adoperando per rendere l’industria della moda più eco-sostenibile e, come spesso accade, i microrganismi sembrano essere i principali possibili aiutanti.

Colorifix nel Regno Unito

Fondata nel 2016, Colorifix sfrutta una tecnica che prevede l’utilizzo di un colore prodotto naturalmente da un animale o una pianta che viene poi fatto “moltiplicare” in un microrganismo ingegnerizzato. I microrganismi vengono successivamente trasportati in un impianto di fermentazione per permettere la produzione di un cospicuo numero di tali batteri alimentati da melassa di zucchero, un sottoprodotto di scarto della produzione dello zucchero.

La tecnologia, secondo gli ideatori, permetterebbe una tintura a 37 °C sia su fibre naturali che sintetiche e un abbattimento notevole del consumo di acqua (10 volte in meno rispetto all’acqua comunemente utilizzata) e di additivi. Tra le molte aziende che hanno investito nella tecnologia Colorifix, spicca anche H&M, la celebre azienda di abbigliamento svedese.

Video 1 – Colorifix sfrutta i microrganismi per produrre coloranti a basso impatto ambientale

Pili in Francia

La tecnologia PILI, in Francia, sfrutta un metodo simile e altrettanto valido. L’idea della tecnologia PILI è quella di utilizzare cascate enzimatiche per trasformare le materie prime in coloranti tessili. Gli enzimi vengono successivamente integrati nei batteri che vengono poi fatti crescere in bioreattori dove lo zucchero funge da principale fonte energetica.

Questo processo non richiede combustibili fossili e non produce sottoprodotti nocivi, rendendo le biofabbriche batteriche altamente efficienti e non inquinanti.

Al termine del processo di fermentazione, i pigmenti finali vengono separati per semplice filtrazione.

AMSilk in Germania

AMSilk utilizzando i batteri sfrutta invece le peculiarità della seta di ragno, un materiale resistente e leggero ma non facilmente producibile su larga scala. All’interno dei bioreattori di fermentazione, i batteri producono proteine ​​della seta di ragno, che vengono poi filate in fibre, creando così un materiale estremamente versatile.

Questo, insieme a molti altri, è l’esempio lampante di come i microrganismi sappiano perfettamente adattarsi alle esigenze dell’uomo fungendo da risorsa indispensabile per il progresso.

Elena Panariello

Fonti

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