Fuochi fatui: quando la chimica “colora le tenebre”

Se la storia insegna, la musica non solo è fonte di istruzione, ma anche strumento di condivisione di ciò che è, e che potrebbe essere navigando sulle note dell’immaginazione, utile a riprodurre ed elaborare il contenuto di esperienze sensoriali – e sonore – in fatti concreti.

Ne è prova uno dei testi più significativi e densi di sentimento del cantautorato italiano – “Un chimico” – di Fabrizio De André: correva l’anno 1971, quando l’eclettico “Poeta degli sconfitti o degli emarginati” scrive della dedizione – spesso totalizzante – di un farmacista alle leggi e all’ordine della chimica, motore intorno al quale si è mossa tutta la sua esistenza, lasciando ai margini la famiglia, le amicizie, gli amori, la vita.

L’immagine con cui De André apre l’epitaffio dello scienziato, rievoca uno spettacolo della natura su cui vale la pena porre l’attenzione:

“Solo la morte m’ha portato in collina

un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria

per bivacchi di fuochi che dicono fatui

che non lasciano cenere, non sciolgon la brina.

Solo la morte m’ha portato in collina.”

Fuochi fatui

I fuochi fatui di cui il Poeta genovese scrive, sono fenomeni intorno ai quali sono state costruite le storie più disparate, spesso tetre, perché caratteristici di luoghi piuttosto singolari: i cimiteri.

E cosa c’è di più suggestivo – ma al contempo magico – di un gioco di elementi chimici e colori messo in atto dalla natura stessa, quasi a beffeggiare l’umano che – non riconoscendolo come tale – corre ai ripari con storie di fantasmi e spiriti, per esorcizzare un qualcosa che in realtà lo spaventa.

fantasmino tratto da un'illustrazione di Hermann Hendrich
Figura 1 – Illustrazione di Hermann Hendrich

La chimica dei fuochi fatui

Trattasi, dunque, di piccole fiamme di colore blu di breve durata (da qui il termine fatuo), prodotte dalla decomposizione cadaverica.

In ambienti anossici (cioè privi di ossigeno) come il sottosuolo in cui sono ubicati i cadaveri, il processo di degradazione microbica della necromassa rilascia nell’atmosfera – oltre che metano (CH4) e anidride carbonica (CO2) – una peculiare sostanza denominata fosfina (PH3, Fig. 2).

fosfina fuochi fatui
Figura 2 – struttura 3D a sfere della fosfina

Fosfina: processo di autocombustione

Tale molecola fu descritta, per la prima volta, nel 1789 da Antoine-Laurent de Lavoisier come un gas incolore e particolarmente tossico, dall’odore sgradevolissimo.

In presenza di difosfina (P2H4, fig. 3), anch’essa derivante dall’azione degradativa della sostanza organica, si crea una vera e propria miscela di gas, la quale in atmosfera va incontro a un processo di autocombustione con l’ossigeno molecolare O2, da cui originano fiamme di luce blu-verdastra, dovute a chemiluminescenza (emissione di radiazioni elettromagnetiche nel visibile o nell’infrarosso vicino a seguito di una reazione chimica) e, va da sè, che nulla hanno a che vedere con le anime dei morti o esseri spirituali che popolano le tenebre delle leggende più fantasiose.

difosfina
Figura 3 – Modello strutturale della difosfina in 3D

Addio fuochi

Se, tuttavia, al giorno d’oggi doveste assistere a uno spettacolo del genere mentre siete di passaggio in un cimitero, magari in una calda sera d’estate, non abbiate timore: la scienza detta legge anche in termini di morte e lo fa con feretri di zinco, in cui attualmente si sigillano i corpi dei defunti, per evitare la fuoriuscita di odori poco gradevoli e gas piuttosto pericolosi.

Certo, non per i morti; ma per chi è ancora in vita meglio evitare.

Teresa Cantone

Fonti:

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