Connettività ecologica: cosa è e perché è importante

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By Elisabetta Cretella

Per decenni abbiamo misurato il successo della conservazione contando semplicemente gli ettari protetti o dichiarati come parchi naturali. Tuttavia, questo metodo ci restituisce una fotografia incompleta: le aree protette non devono essere concepite come zone isolate dal resto del mondo. Se un parco viene ridotto a un recinto isolato, le popolazioni animali al suo interno rischiano l’estinzione per l’effetto della frammentazione dei territori. Questo fenomeno si verifica quando l’ambiente naturale è suddiviso in piccoli pezzi da strade, città o campi agricoli. In queste condizioni, la connettività ecologica — ovvero la capacità del paesaggio di facilitare il movimento delle specie tra diverse aree — diventa l’unica via per garantire un futuro alla fauna.

Senza questo movimento, gli animali soffrirebbero per la mancanza di ricambio genetico (che causa malattie e malformazioni dovute all’accoppiamento tra consanguinei) e resterebbero intrappolati anche in caso di minacce esterne, come grandi incendi o siccità.

Misurare la rete delle aree protette: l’indicatore ProtConn

Per capire se si sta andando verso la direzione giusta, gli scienziati utilizzano l’indicatore ProtConn (Protected Connected). Questo strumento non si limita a calcolare quanta terra è protetta, ma misura quanto le aree siano vicine e collegate tra loro.

Le analisi globali rivelano un divario preoccupante: mentre circa il 14,7% delle terre emerse è ufficialmente protetto, solo il 9,3% è contemporaneamente ben connesso. Di conseguenza, quasi un terzo di questa “rete di salvataggio” globale si ritrova frammentato in tessere isolate e distanti tra loro; una separazione che confina gli animali in spazi angusti, trasformando di fatto le riserve in isole inospitali. Per rompere questo isolamento, diventa quindi essenziale implementare una rete globale di aree protette e corridoi ecologici che siano interconnessi, gli unici strumenti capaci di preservare l’integrità strutturale degli ecosistemi e garantire la resilienza e la sopravvivenza a lungo termine della fauna selvatica.

Figura 1 - Mappa Globale della Connettività Ecologica nelle Aree Protette, misurata tramite l'indicatore ProtConn. La scala cromatica evidenzia la funzionalità ecologica del territorio:
Verde: Aree protette ben connesse tra loro. 
Giallo/Arancione: Aree protette con un livello di connessione intermedio. 
Rosso: Aree protette isolate e frammentate, che funzionano come "isole biologiche" e limitano la sopravvivenza a lungo termine delle popolazioni animali. [Fonte: Saura et al., 2016]
Figura 1 – Mappa Globale della Connettività Ecologica nelle Aree Protette, misurata tramite l’indicatore ProtConn. La scala cromatica evidenzia la funzionalità ecologica del territorio:
in Verde le aree protette ben connesse tra loro;
in Giallo/Arancione le aree protette con un livello di connessione intermedio;
in Rosso le aree protette isolate e frammentate, che funzionano come “isole biologiche” e limitano la sopravvivenza a lungo termine delle popolazioni animali. [Fonte: Saura et al., 2016]

La sfida delle Trappole Climatiche e la connettività ecologica

Con il cambiamento climatico, la capacità di spostarsi diventa una questione di vita o di morte. Molte specie devono migrare verso nord, verso latitudini più fresche, o verso le montagne per ritrovare il loro clima ideale.

In questo scenario, la connettività ecologica è l’unico strumento che permette la migrazione climatica. Senza di essa, le aree protette rischiano di trasformarsi in trappole climatiche: gli animali restano prigionieri in un ambiente che si trasforma gradualmente in un luogo invivibile, senza alcuna via di fuga verso zone più adatte.

Figura 1 - In assenza di connettività ecologica, le aree protette si trasformano in trappole climatiche. [Infografica creata dall'autrice]
Figura 2 – In assenza di connettività ecologica, le aree protette si trasformano in trappole climatiche. [Infografica creata dall’autrice]

Cosa sono i corridoi ecologici e come funzionano

I corridoi ecologici sono delle autostrade naturali che trasformano parchi isolati in una rete funzionale e interconnessa. Possiamo immaginarli come:

  • ponti naturali ovvero fasce di vegetazione continua lungo i fiumi o i percorsi montani;
  • stepping stones (pietre d’inciampo) cioè piccole zone di sosta sicure, come boschetti o stagni, che permettono agli animali di fare tappa durante lunghi spostamenti, come se fossero degli autogrill naturali.

Questi strumenti riducono la resistenza del paesaggio, rendendo meno ostile l’attraversamento di zone antropizzate. Purtroppo, si stima che attualmente solo la metà delle aree protette esistenti sia connessa in modo adeguato.

Uno scudo contro pandemie

Mantenere habitat integri e connessi protegge anche noi esseri umani. Una buona connettività ecologica riduce i contatti forzati tra animali selvatici e insediamenti umani, che spesso avvengono quando le specie cercano disperatamente cibo fuori da parchi troppo piccoli. Questo limita il rischio di zoonosi, ovvero lo spillover (il salto di virus dagli animali all’uomo), prevenendo potenziali future pandemie.

Non tutte le specie viaggiano allo stesso modo

La connessione dipende dalla distanza di dispersione, cioè quanti chilometri un animale riesce a percorrere. Si parla allora di mobilità e ne esistono tre tipologie differenti.

  1. Alta mobilità, per grandi mammiferi (come i lupi) e uccelli che coprono oltre 100 km. Solo per loro la connettività globale sale all’11,7%.
  1. Mobilità intermedia per la maggior parte dei vertebrati che si muove tra 1 e 100 km. Se calcoliamo una distanza media di 10 km, la connettività scende drasticamente al 9,3%.
  2. Bassa mobilità per piccoli animali come rane o farfalle, che percorrono meno di 1 km. In questo caso, la rete globale è quasi nulla: i parchi sono per loro troppo distanti.

Dal fallimento di Aichi alla connettività ecologica del 2030

Il vecchio Target 11 di Aichi — un obiettivo globale stabilito nel 2010 ad Aichi, la prefettura giapponese che ha ospitato la decima Conferenza delle Parti (COP10) sulla biodiversità — fissava per il 2020 il traguardo di proteggere e connettere efficacemente almeno il 17% delle terre emerse. Oggi, quella vecchia tabella di marcia è stata sostituita dal più ambizioso Target 3, il pilastro centrale del nuovo Accordo di Kunming-Montreal (COP15). Conosciuto universalmente come l’obiettivo “30×30”. Il Target 3 alza la posta, puntando a tutelare legalmente almeno il 30% del pianeta (sia terre che mari) entro il 2030. I dati storici mostrano però che i vecchi limiti di Aichi hanno ereditato un successo solo parziale: nonostante l’aumento della superficie tutelata, in gran parte del mondo domina ancora il fenomeno della frammentazione, in cui le riserve funzionano come isole biologiche separate, fragili e vulnerabili.

Gli animali non hanno passaporto e non riconoscono i confini politici. Per questo è vitale la connettività transfrontaliera, gestendo i parchi di nazioni diverse come un unico sistema. In questa visione sono fondamentali le zone cuscinetto (buffer zones): aree intorno ai parchi dove l’attività umana è sostenibile (ad esempio, pascoli alpini o foreste gestite per il legname in modo dolce), che facilitano il passaggio degli animali verso la protezione integrale.

Per salvare la biodiversità entro il 2030, dobbiamo progettare reti ecologiche fluide: sistemi dove la natura non è bloccata, ma libera di scorrere e adattarsi. L’importanza della connettività ecologica deve diventare la nostra priorità assoluta per creare una Rete di Sicurezza Globale davvero funzionale.

Fonti:

Immagini:

  • Immagine di copertina: https://pixabay.com/it/photos/area-paesaggistica-protetta-3666645/
  • Immagine 1 : Saura et al., 2016
  • Immagine 2 : Infografica creata da Elisabetta Cretella