L’endocannibalismo ritualistico della tribù Fore…è sano mangiare i propri cari?

Culture e rituali funebri

In ogni epoca, in ogni civiltà, il culto dei morti ha sempre avuto una certa importanza. In molte comunità, infatti, la morte di un individuo non riguarda soltanto i familiari più stretti, ma coinvolge un gruppo più ampio di individui, che si stringono attorno ai parenti del defunto celebrando il suo passaggio a miglior vita attraverso i riti più disparati.

Uno dei riti funerari più conosciuti, è sicuramente quello degli Egizi. Per gli Egizi la morte rappresentava il passaggio ad una vita ultraterrena, per cui il rito funerario era necessario per accompagnare il defunto nell’aldilà. Attraverso la mummificazione, che prevedeva la rimozione degli organi interni (tranne il cuore) e l’imbalsamazione in panni di lino, si assicurava la preservazione del corpo del defunto.

Un altro rito funerario degno di nota, è sicuramente quello degli zoroastriani, ovvero i seguaci di Zoroastro ( o Zarathustra). Per i zoroastriani il corpo veniva considerato “impuro” e per questo il rito funerario prevedeva il posizionamento del cadavere in luoghi sopraelevati per permettere agli avvoltoi di cibarsene. Questa sorte è toccata anche agli imperatori persiani Dario, Ciro, Serse e Artaserse.

Quindi, ricapitolando, c’è chi onora i propri defunti imbalsamandoli, chi si libera del corpo facendo appello agli avvoltoi e chi invece mangia il cervello dei propri cari. Avete capito bene, il cervello.

La tribù Fore

La tribù Fore è una tribù autoctona del distretto di Okapa, situato nel sud-est della Papua Nuova Guinea. Si tratta di individui che vivono soprattutto di agricoltura (si cibano prevalentemente di radici e ortaggi selvatici) e allevamento di maiali. La loro società è organizzata per “gruppi di parentela”, ovvero gruppi in cui gli individui non sono necessariamente parenti, ma hanno gli stessi privilegi e le stesse responsabilità.

Come molte altre tribù, i Fore sono dediti alla magia e a particolari pratiche ritualistiche che riguardano soprattutto il destino dell’anima del defunto dopo la morte. Secondo le credenze tradizionali, l’uomo possiede ben 5 anime:  aumaamakwelaaona e yesegi. L’auma, che è simile al concetto occidentale di “anima”, si allontana immediatamente dal defunto per raggiungere la terra dei morti. L’ama (che può essere ricondotta all’amore) è il simulacro dell’auma e permane sulla terra fino a quando gli ossequi funebri non giungono al termine.

L’endocannibalismo ritualistico

Come atto finale del rito funerario, dopo due o tre giorni il corpo del defunto può essere cotto e mangiato in quanto si pensa che l’ama sia in grado di fornire benedizioni a coloro che ne mangiano i resti. In particolare, alle donne e ai bambini veniva affidato l’arduo compito di cibarsi del cervello, come atto di buon auspicio.

Questo tipo di pratica viene comunemente definita come endocannibalismo ritualistico, e consiste per l’appunto nel consumare i resti dei propri cari come parte di un rituale funerario. Interessante, ma anche un po’ disgustoso.

I membri della tribù Fore hanno continuato a praticare questo tipo di rituale fino a quando, tra il 1930 e il 1960 non iniziarono a sorgere i primi problemi. Molti individui, soprattutto donne e bambini, iniziarono a morire di una morte inspiegabile. Inizialmente, date le particolari credenze, si pensava che queste morti fossero dovute ad atti di stregoneria da parte di “avversari” della famiglia: lo stregone poteva infatti ottenere capelli, unghie dell’individuo da maledire e utilizzarli per compiere il maleficio, che portava quindi all’insorgenza della malattia.

Queste spiegazioni fantasiose potevano essere credibili fino a quando, data la gravità della situazione, la domanda sorse spontanea. A cosa erano realmente dovute queste morti?

Kuru!

Nel 1951, le vicende riguardanti la tribù Fore attirarono l’attenzione di Arthur Carey, che descrisse i sintomi clinici della malattia alla quale attribuì il nome Kuru. Nella lingua Fore, infatti, la parola Kuru significa “ tremare per la febbre o per il freddo” e derivava dai tipici sintomi della malattia quali perdita del controllo muscolare e tremore. Erano inoltre evidenti i cambiamenti emotivi, tra cui l’euforia e le risate compulsive, che fecero sì che la malattia venisse chiamata anche “malattia ridente“. Un altro termine con il quale la tribù Fore identificava la malattia, era “negi nagi” che, nella loro lingua, significa persona sciocca, proprio perché le donne afflitte ridevano a crepapelle.

Le informazioni fornite dai Fore sulla malattia erano così dettagliate che era possibile ricostruirne, anche se in parte, l’epidemiologia. Alcune testimonianze suggeriscono che la malattia apparve per la prima volta nel villaggio di Uwami intorno al 1900, e poi nel Nord-Fore intorno al 1920. Sebbene si ritiene che Kuru si sia sviluppata in una piccola popolazione isolata, la malattia raggiunse proporzioni epidemiche, a tal punto che Daniel Carleton Gajdusek e Vincent Zigas (un virologo e un medico) iniziarono uno studio approfondito per capire quale fosse la causa effettiva.

Gajdusek, in seguito alle sue ricerche, scoprì che la pratica dell’endocannibalismo permetteva la trasmissione di un agente infettivo non convenzionale e filtrabile, che chiamò “virus lento”. Successivamente Stanley B. Prusiner gli diede il nome di prione.

Di cosa si tratta?

Grazie a numerosi studi e al contributo di molti scienziati, Kuru è stata inserita all’interno del gruppo delle encefalopatie spongiformi trasmissibili (TSE) umane. Oltre a Kuru, appartengono alle encefalopatie spongiformi anche la sindrome di Gerstmann-Sträussler-Scheinker (GSS), l’insonnia fatale familiare (FFI) e la malattia di Creutzfeldt-Jakob (MCJ). Si tratta di un gruppo di malattie neurodegenerative, progressive e fatali associate all’errato ripiegamento e all’aggregazione a livello celebrale di una proteina chiamata Prione (PRoteinaceous Infective ONly particle). Il prione (PrPsc) è la forma alterata di una proteina normalmente espressa nei mammiferi (PrPc), la cui alterazione sembrerebbe essere causata da una modifica conformazionale indotta da una mutazione genetica spontanea o da un prione infettante.  Si distinguono soprattutto per lunghi periodi di incubazione e per i caratteristici cambiamenti che rendono il cervello “spongiforme”. Le malattie da prioni umani possono insorgere sporadicamente, essere ereditarie o essere acquisite (come, per l’appunto, nel caso di Kuru). In seguito ad alcuni studi molecolari è stato possibile definire l’origine dell’epidemia di Kuru: sembra infatti aver avuto origine dal consumo dei resti di un individuo con malattia di Creutzfeldt-Jakob sporadica.

Cosa c’entra il cervello?

La forma normale della proteina prionica si localizza in vari tessuti come muscolo scheletrico, cellule dendridiche follicolari, cellule endoteliali e neuroni. Esatto, le normali proteine prioniche si trovano più abbondantemente nel cervello, per questo il loro ripiegamento anomalo porta al danno cerebrale e ai segni e sintomi caratteristici della malattia.

Quando un prione PrPsc entra in un organismo sano, agisce sulla forma normale della proteina, modificandola e convertendola in prione PrPc. Questi prioni possono poi entrare a contatto con altre proteine e convertirle, scatenando quindi una reazione a catena che porta alla produzione di grandi quantità della proteina infettiva. Le donne e i bambini Kuru erano quindi più esposti alla malattia in quanto, consumando prevalentemente il cervello, entravano più facilmente in contatto con la forma infettiva della proteina. Risolto il mistero!

Le caratteristiche cliniche

Nonostante Kuru venga inserita nello stesso gruppo della malattia di Creutzfeldt-Jakob, non troviamo la classica demenza che caratterizza le altre encefalopatie spongiformi. Il Kuru è caratterizzato dal susseguirsi di tre fasi cliniche (ambulante, sedentario e terminale), precedute da un periodo caratterizzato da mal di testa, dolori agli arti e alle articolazioni. Le anomalie a livello celebrale sono dovute all’accumulo di PrP Sc e portano a danno sinaptico, degenerazione spongiforme, infiammazione del cervello e morte neuronale. Inizialmente il paziente subisce un calo della capacità motoria, con conseguente incoordinazione di movimenti. Successivamente iniziano i tremori, la disartria e i sintomi neurologici gravi, fino ad arrivare ad una morte lenta e straziante.

Morale della favola

Dagli inizi degli anni ’60, le pratiche mortuarie associate all’endocannibalismo ritualistico sono state abbandonate. Questo ha portato ad un calo del numero dei casi registrati negli ultimi 40 anni. Annualmente vengono registrati casi sporadici in individui anziani, dovuti ai lunghi tempi di incubazione della malattia. In conclusione, ogni cultura (e ogni individuo) onora i propri cari come preferisce, ma forse è meglio farlo in modo…..sano.

Figura 1- I Cannibali intelligenti non mangiano i cervelli!
Figura 1- I Cannibali intelligenti non mangiano i cervelli!

Fonti

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