“Discendi, audace viaggiatore, e raggiungi il centro della terra”

Giulio Verne

Introduzione

I batteri sono organismi ubiquitari, colonizzano la Terra e convivono con noi in ogni posto: quando andiamo a dormire, stiamo al cellulare, scambiamo una stretta di mano, milioni di batteri sono testimoni delle nostre vite.

Ciò che li rende davvero straordinari però è il modo in cui riescono a spingersi ancora oltre e vivere nei luoghi più estremi della Terra.

In questo articolo vorrei fare una cosa un po’ speciale, parlare di questi batteri estremofili in relazione a un autore di libri di avventura: Jules Verne. Per farlo partirò proprio dal batterio il cui nome deriva da un suo libro.

Viaggio al centro della Terra

Figura 1: colonia di D. audaxviator scoperta nelle profondità di una miniera d’oro in Sud Africa

Descende, audax viator, et terrestre centrum attinges

Una famosa citazione di questo libro recita “descende, audax viator, et terrestre centrum attinges” ovvero “discendi, audace viaggiatore, e raggiungi il centro della terra”.

Da qui il nome del batterio Candidatus Desulforudis audaxviator. Il riferimento a questo libro non è casuale: si parla infatti del primo organismo vivente trovato fino a 3 km di profondità sotto la superficie terrestre.

Andiamo però con ordine: si tratta di un Gram +, sporigeno, appartenente al Phylum dei Firmicutes, intollerante all’ossigeno e con la peculiarità di servirsi del decadimento radioattivo di uranio, torio e potassio per il suo metabolismo.

Figura 2: schema rappresentativo del metabolismo di D. audaxaviator. Il decadimento dell’uranio decompone le molecole d’acqua producendo radicali liberi. I radicali attaccano le rocce producendo solfati utilizzati dal batterio per la produzione di ATP.

Finora la sua presenza a tali profondità è stata l’unica documentata. Audaxviator è dunque l’unico organismo residente nel suo ambiente ed è capace di resistere all’assenza di luce, ossigeno e temperature elevate. Anche il suo genoma differisce da quello degli altri microrganismi, si presenta infatti insolitamente grande (2157 geni codificanti proteine) e con un corredo genetico molto simile a quello degli Archea.

Per finire la sua scoperta è stata di grande rilevanza per quella branca della biologia che si occupa di indagare l’esistenza di vita nello spazio. La sua presenza in ambienti cosi estremi è infatti a testimonianza della possibile vita su altri pianeti.

Ventimila leghe sotto i mari

Spostiamoci adesso in habitat sottomarini e parliamo di Thiolava veneris, i capelli di venere.

Nonostante “Ventimila leghe sotto i mari” narri della ricerca di un mostro marino, questo batterio è decisamente il contrario: il nome è un richiamo ai prati di filamenti bianchi, somiglianti a setosi capelli, che T. veneris forma sui fondali marini.

È un batterio ancora molto misterioso, divenuto famoso per essere stato inserito nella top 10 specie scoperte nel 2018. Ritrovato sul vulcano sottomarino di Tagoro, da ricercatori di università italiane e spagnole, è il primo del suo genere.

La sua presenza è infatti ancora inspiegabile: a seguito dell’eruzione del 2011 l’ambiente creato si considerava inadatto alla vita e la sua provenienza non ci è ancora nota. Infine per sopravvivere da un punto di vista metabolico prende il nutrimento dai solfati, nitrati e ossidi che vengono emessi dal vulcano.

Dalla Terra alla Luna

Il titolo di questo libro per poter essere più appropriato dovrebbe essere “Dalla Luna alla Terra” in quanto i batteri considerati non sono batteri terrestri ma batteri arrivati direttamente dallo spazio.

In realtà come si può ben intuire questa non è un’affermazione del tutto vera, non siamo infatti in presenza di veri e propri batteri ma di microfossili ritrovati in dei meteoriti. La scoperta, pubblicata su Journal of Cosmology dal ricercatore Richard Hoover, non dà la certezza di vere e proprie forme di vita aliene ma mette comunque in luce una nuova possibilità.

Figura 3: Foto del presunto batterio fossile

Hoover ha inoltre affermato che i batteri ritrovati sono molto simili ai cianobatteri ed esclude la possibilità di una contaminazione con l’ambiente terrestre. In attesa di conferme da altri scienziati possiamo solo augurarci che si tratti del vero.

La vita oltre la superficie

Un tempo la vita era attribuibile alla sola presenza di determinate condizioni (luce, acqua, ossigeno, umidità, etc.). Oggi sappiamo invece che nelle profondità del mare, dove la luce non filtra, nei posti più caldi e più freddi delle Terra, nei luoghi più difficili, la vita riesce comunque a svilupparsi.

Queste scoperte, che possono sembrare di poco conto, ci aprono gli occhi sulla complessità delle strutture organiche e ci fanno sperare a forme di vita su altri pianeti in cui le condizioni ambientali sono avverse.

Sitografia

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