Specie aliene nelle acque italiane

La posizione strategica della nostra penisola nel mar Mediterraneo, l’intensa attività commerciale e l’elevata densità di popolazione delle zone costiere facilita l’arrivo di specie aliene nelle acque italiane. Inoltre, l’Italia è al centro di un’area in cui si rimescolano masse d’acqua con condizioni idrografiche diverse che forniscono habitat idonei per molte specie differenti.

Cosa è una specie aliena? Una specie è considerata aliena se è introdotta, intenzionalmente o inavvertitamente, da attività umane al di fuori della sua area di distribuzione.

L’Italia occupa una posizione centrale tra le rotte del traffico marittimo, il principale responsabile delle introduzioni di specie aliene.
Figura 1 – L’Italia occupa una posizione centrale tra le rotte del traffico marittimo, il principale responsabile delle introduzioni di specie aliene. [Fonte: pixabay.com]

L’introduzione iniziale di una specie in una nuova area è spesso mediata dalle attività umane. Il traffico marittimo è infatti responsabile della metà del totale delle introduzioni di specie aliene. L’Italia è proprio una delle principali tappe del commercio marittimo internazionale. Se queste specie trovano un ambiente ideale alla sopravvivenza e alla riproduzione vi si stabiliscono, entrando in competizione con le specie autoctone. Ne seguono effetti negativi sia per la biodiversità che per le attività socioeconomiche. E’ fondamentale, dunque, tenere sotto controllo sia le specie native che quelle aliene e capire come interagiscono tra loro.

In passato l’arrivo di specie aliene nelle acque italiane richiedeva tempi lunghi. Oggi invece?

Le invasioni biologiche sono una delle principali minacce alla struttura e al funzionamento di un ecosistema. Il mar Mediterraneo ne è considerato, da sempre, un punto caldo. In passato, variazioni estreme delle condizioni ambientali hanno causato l’arrivo spontaneo di specie aliene su scale temporali molto lunghe, ovvero migliaia di anni. Oggi, le attività umane stanno determinando gli stessi cambiamenti ma molto più velocemente e in periodi più brevi. Ad esempio, l’apertura del Canale di Suez (1869) ha facilitato l’arrivo di nuove specie. Il cambiamento climatico, poi, favorisce ulteriori migrazioni.

Aree costiere e zone di transizione

Le aree costiere e quelle di transizione sono ampiamente sfruttate per le loro risorse. È qui che si svolgono le principali attività di pesca e acquacoltura.

Le zone di transizione sono quelle formate da acque salmastre, derivanti dal mescolamento delle acque dolci terrestri e quelle salate marine. Segnano il confine tra terra e mare. Ne sono un esempio gli estuari, le lagune e i laghi costieri. A causa della loro posizione sono degli ecosistemi unici e molto produttivi. In particolare, la penisola italiana possiede circa 171 corpi idrici di transizione distribuiti lungo 7.000 chilometri di costa.

Gli ecosistemi di transizione italiani sono distribuiti lungo i suoi circa 7.000 chilometri di costa.
Figura 2 – Gli ecosistemi di transizione italiani sono distribuiti lungo i suoi circa 7.000 chilometri di costa. [Fonte: google.com/maps]

Le acque di transizione offrono rifugi naturali e condizioni favorevoli per l’arrivo e l’insediamento di nuove specie. Tuttavia, sono anche ecosistemi molto fragili. La scarsa profondità, le elevate temperature raggiunte in estate e la forte salinità inducono le crisi distrofiche. Queste consistono in una intensa crescita di organismi vegetali, come le macroalghe, responsabili di un eccessivo consumo di ossigeno che porta poi all’anossia. In più producono sostanze tossiche per gli organismi acquatici.

Cosa causa la proliferazione incontrollata di questi organismi vegetali? In parte è favorita dagli apporti fluviali di grandi concentrazioni di nutrienti derivanti dalle lavorazioni agricole e industriali e dagli scarichi urbani.

Fortunatamente le acque di transizione sono molto resilienti. Hanno, cioè, grandi capacità di recupero e tornano velocemente alle condizioni di equilibrio. Tuttavia, lo sfruttamento eccessivo, nel tempo, ha portato alla compromissione e alla perdita di habitat e biodiversità locali, già minacciati dalle sempre più frequenti bioinvasioni.

Gli ecosistemi di transizione italiani

Di seguito sono riportati alcuni ecosistemi di transizione italiani:

  • i sei laghi costieri del Lazio (lago di Sabaudia, lago di Monaci, lago di Fogliano, lago di Caprolace, lago di Fondi e lago Lungo)
  • le lagune di Venezia, di Caorle e di Baseleghe in Veneto
  • il tratto terminale del Fiume Magra in Liguria
  • le Valli di Comacchio in Emilia-Romagna
  • la laguna di Orbetello, il lago di Burano e la zona umida della Diaccia Botrona in Toscana
  • i laghetti di Tindari, lo stagnone di Marsala e il complesso di capo Peloro in Sicilia
  • le lagune costiere del litorale flegreo-domitio in Campania (lago Fusaro, lago Miseno, lago Lucrino e lago Patria)
  • la laguna di Mistras e la laguna del Calich in Sardegna
Alcuni ecosistemi di transizione italiani: la laguna di Sabaudia in Lazio (a sinistra), la laguna di Orbetello in Toscana (al centro) e il Lago Miseno in Campania (a destra).
Figura 3 – Alcuni ecosistemi di transizione italiani: la laguna di Sabaudia in Lazio (a sinistra), la laguna di Orbetello in Toscana (al centro) e il Lago Miseno in Campania (a destra). [Fonte: google.com/maps]

La presenza e la distribuzione di specie aliene nelle acque marine e di transizione italiane

Uno studio recente, pubblicato sulla rivista scientifica Biodiversity Data Journal, analizza la presenza di specie autoctone e aliene negli ecosistemi marini e di transizione italiani. I dati marini comprendono più di 12.200 campioni appartenenti a 3.772 specie. Invece, i dati delle acque di transizione riguardano oltre 3.800 campioni appartenenti a 2.019 specie. I siti marini di campionamento sono 91 mentre quelli di transizione sono 23. Le specie aliene si trovano sia nelle acque marine che in quelle di transizione, rispettivamente 59 e 97 specie differenti.

Le aree marine costiere e di transizione analizzate comprendono i mari Ligure, Tirreno, Ionio e Adriatico. Si estendono dal Friuli Venezia Giulia alla Sicilia e dalla Sardegna alla Puglia. Tuttavia, per alcune aree geografiche si hanno più dati di altre riguardo la biodiversità. Questa ricerca può essere un punto di partenza per indirizzare studi futuri soprattutto verso quelle aree, ad oggi, poco studiate.

Cosa dicono i database internazionali

Generalmente i database internazionali raccolgono le informazioni sulla biodiversità concentrandosi su un singolo gruppo tassonomico o ecosistema. Questo rende difficile estrarre e combinare dati provenienti da diverse fonti in dati unici standardizzati per diversi taxa e località di interesse.

Questo studio, al contrario, riporta simultaneamente:

  • i dettagli sul campionamento (data, posizione e coordinate geografiche)
  • le informazioni tassonomiche degli organismi campionati (Specie, Genere, Famiglia, Ordine, Classe, Phylum, Regno)

In questo modo si ottengono sia i dati sulla presenza e distribuzione di specie aliene che le caratteristiche specifiche di ogni organismo. Queste analisi permettono di stimare l’incidenza e l’impatto delle specie aliene sui diversi habitat. Informazioni dettagliate sulla presenza e distribuzione di queste specie sono essenziali per agire velocemente e mitigare le conseguenze delle invasioni biologiche.

Controllo qualità dei dati raccolti

I dati raccolti sono stati confrontati con quelli presenti nel registro mondiale delle specie marine (WoRMS) e nel catalogo della vita (CoL). Successivamente, prima della convalida, esperti tassonomici italiani di ogni specifico gruppo tassonomico (ad esempio: fitoplancton, pesci, alghe, invertebrati) hanno:

  • controllato se l’area di segnalazione fosse coerente con il loro habitat
  • assegnato lo status del taxon (alieno vs. nativo) in quella specifica area

La maggior parte delle specie aliene in mare sono molluschi e nelle acque di transizione artropodi

La maggior parte delle specie marine si trova nelle rocce e altri substrati duri dell’area circalitorale (circa 40-150 metri di profondità). In quantità minori si trovano nella colonna d’acqua e poi nelle rocce e altri substrati duri dell’area infralitorale (fino a circa 40 metri di profondità). Per le acque di transizione, la maggior parte delle specie occupa habitat salmastri costieri e non le lagune saline costiere.

Nei circa 12.219 campioni marini sono state trovate ben 3.772 specie, di cui 3.715 autoctone e 59 aliene, appartenenti a 16 Phyla. Le specie trovate con maggiore abbondanza appartengono al Phylum Mollusca, seguito da quello Ochrophyta, Arthropoda, Annelida e Rhodophyta.

Specie per phylum (a sinistra) e confronto tra specie aliene e native (a destra) nelle acque marine italiane.
Figura 4 – Specie per phylum (a sinistra) e confronto tra specie aliene e native (a destra) nelle acque marine italiane. [Fonte: Grafici creati da Elisabetta Cretella con Excel in base ai dati riportati nello studio citato]

Nelle acque di transizione, invece, su circa 3.838 campioni sono state trovate 2.019 specie, di cui 1.925 autoctone e 97 aliene, appartenenti a 13 Phyla. La maggior parte delle specie appartengono al Phylum Arthropoda, seguito da Mollusca, Ochrophyta, Annelida e Rhodophyta.

Specie per phylum (a sinistra) e confronto tra specie aliene e native (a destra) nelle acque di transizione italiane.
Figura 5 – Specie per phylum (a sinistra) e confronto tra specie aliene e native (a destra) nelle acque di transizione italiane. [Fonte: Grafici creati da Elisabetta Cretella con Excel in base ai dati riportati nello studio citato]

Questa raccolta di dati vuole essere un punto di partenza per la creazione di adeguati programmi di monitoraggio e gestione delle specie invasive.

L’obiettivo finale è quello di mitigare il rischio di nuove invasioni e ridurre la diffusione delle specie aliene già presenti nelle acque italiane.

Bibliografia:

  • Di Muri C, Lazic T, Rosati I, Pierri C, Boggero A, Corriero G, Basset A. Alien and native species in Italian marine and transitional waters. Biodivers Data J. 2023 Apr 27;11:e101464. doi: 10.3897/BDJ.11.e101464. PMID: 38327345; PMCID: PMC10848676.

Crediti immagini:

  • Immagine in evidenza: Foto scattata da Elisabetta Cretella
  • Figura 1 : pixabay.com/it/photos/peschereccio-pescatore-mare-pesca-5736839/
  • Figura 2: www.google.com/maps/place/Italia/@42.0861238,11.0968579,1345417m/data=!3m1!1e3!4m6!3m5!1s0x12d4fe82448dd203:0xe22cf55c24635e6f!8m2!3d41.87194!4d12.56738!16zL20vMDNyamo?entry=ttu
  • Figura 3: www.google.com/maps/
  • Figura 4: Grafici creati da Elisabetta Cretella con Excel in base ai dati riportati nello studio citato
  • Figura 5: Grafici creati da Elisabetta Cretella con Excel in base ai dati riportati nello studio citato
Foto dell'autore

Elisabetta Cretella

Elisabetta Cretella Dopo la laurea magistrale in Genetica e Biologia molecolare conseguita presso l'Università degli Studi di Roma La Sapienza e l'abilitazione alla professione di biologo, si appassiona alla divulgazione scientifica. Consegue il Master in Giornalismo e Comunicazione istituzionale della Scienza presso l'Università degli studi di Ferrara e inizia a scrivere per il webmagazine 'Agenda17' del Laboratorio DOS (Design of Science) dell'Università di Ferrara. Intanto intraprende la strada dell'insegnamento. Ad oggi è docente di Matematica e Scienze presso le Scuole Secondarie di primo grado e di Scienze naturali alle Scuole Secondarie di secondo grado. Nel suo curriculum c'è anche un tirocinio svolto in un laboratorio di ricerca dell'Istituto di Biologia e Patologia molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IBPM-CNR) e due pubblicazioni su riviste scientifiche peer reviewed.

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