Marciume radicale fibroso

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Marciume radicale fibroso: di cosa si tratta?

Una delle fitopatie che destano maggior preoccupazione nell’ambito delle specie arboree è il marciume radicale fibroso, patologia che vede come principali agenti eziologici i funghi appartenenti al genere Armillaria. Il loro micelio si sviluppa nella porzione sottocorticale dell’albero, partendo dalle radici fino ad arrivare, nei casi più gravi, al fusto.

Agente patogeno

Diversi sono gli agenti patogeni in grado di causare il marciume radicale fibroso. Si tratta per lo più di specie fungine appartenenti al genere Armillaria, tra i quali il più conosciuto è sicuramente Armillaria mellea. Questi funghi Basidiomiceti sono tra le gioie di tutti i cercatori di funghi, comunemente chiamati chiodini. Sono parassiti facoltativi che possiamo trovare intorno agli alberi, alla loro base o ancora su vecchie ceppaie, in quanto attaccano l’apparato radicale e, risalendo con lo sviluppo del micelio “a ventaglio”, il colletto e la porzione iniziale del fusto.

Figura 1: Carpofori di Armillaria mellea su radici e colletto di un carpino bianco (Carpinus betulus) [Photo: Vanessa Vitali].
Figura 1: Carpofori di Armillaria mellea su radici e colletto di un carpino bianco (Carpinus betulus) [Photo: Vanessa Vitali].

Condizioni ambientali

L’habitat ideale per lo sviluppo del patogeno Armillaria sp. è costituito da piante che presentano ferite (specie a livello delle radici), in fase di deperimento o mature. L’attacco ad alberi vivi avviene solitamente a carico di radici superficiali morenti o già morte. Lo sviluppo delle rizomorfe, ovvero strutture cordoniformi costituite da ife mediante le quali Armillaria sp. si propaga, si sviluppano sulle piante in autunno con le prime piogge e con temperatura ottimale compresa tra 20 e 24°C. I carpofori si manifestano nella stagione autunnale.

Un altro fattore che contribuisce alla propagazione del marciume radicale fibroso è l’asfissia radicale dovuta al ristagno idrico, che in genere si crea nei terreni argillosi o mal drenati.

Sviluppo del marciume radicale fibroso

Armillaria sp., presente nel terreno sotto forma di rizomorfe, penetra nei tessuti sottocorticali della pianta, spesso attraverso le ferite che riportano le radici. La presenza di rizomorfe nel suolo varia a seconda della profondità. Generalmente, la loro concentrazione è compresa tra 2 – 5 cm e 20 cm al di sotto della superficie. Si stima che il tasso di crescita delle rizomorfe sia di 1 m all’anno. Sono responsabili della diffusione “a macchia d’olio”, ovvero da una pianta a quelle adiacenti.

Le rizomorfe attaccano i tessuti cellulari morti e, dopo l’attecchimento, il fungo si espande e forma micelio biancastro. Questo aderisce saldamente al tessuto vivente, sviluppandosi lungo le radici e, in seguito, invadendo il colletto e il fusto. Quando si presentano le condizioni ambientali ideali (tipicamente nel periodo autunnale), il micelio produce i carpofori, ben visibili alla base delle piante e, nei casi più gravi, sulla parte del fusto colpita. I carpofori producono le basidiospore per ricombinazione sessuale e le rilasciano per la diffusione di Armillaria sp. nell’ambiente.

Sintomatologia

Le piante affette da marciume radicale fibroso sono caratterizzate dal distacco della corteccia, al di sotto della quale è possibile trovare rizomorfe e un feltro bianco, costituito da ife che si propagano con la caratteristica forma a ventaglio. L’azione di degradazione della lignina, importante componente del legno, comporta il disfacimento delle radici attaccate da Armillaria sp., che assumono una consistenza fibrosa e il tipico odore di fungo. Il feltro cotonoso risale dalle radici, al colletto fino ad arrivare al fusto, dove può raggiungere anche i 70 – 90 cm di altezza dal piano di campagna. Nella stagione autunnale, la presenza del marciume radicale fibroso è evidente per la presenza di gruppi di numerosi carpofori che si manifestano nelle porzioni di pianta attaccate.

Le piante attaccate mostrano appassimento della vegetazione e disseccamento delle ramificazioni, ingiallimento fogliare, filloptosi anticipata, foglie meno numerose e di piccole dimensioni, progressivo deperimento, diminuzione della produzione e chioma meno fitta, fino ad arrivare alla morte della pianta, che può avvenire nel giro di 2 – 3 anni.

Figura 2: Sintomi di marciume radicale fibroso su cedro dell'Himalaya (Cedrus deodara) osservabili in chioma (A), micelio sotto corteccia (B) e abbondante resinazione (C). [Photo: Vanessa Vitali].
Figura 2: Sintomi di marciume radicale fibroso su cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara) osservabili in chioma (A), micelio sotto corteccia (B) e abbondante resinazione (C). [Photo: Vanessa Vitali].

Piante ospiti

Non prediligendo un’unica specie, il marciume radicale fibroso può manifestarsi su varie piante arboree, dalle specie coltivate, come il luppolo (Humulus sp.) e la vite (Vitis vinifera), alle specie forestali, come cedri (Cedrus sp.), pioppi (Populus sp.) e altri grandi alberi. Si tratta perciò di un patogeno caratterizzato da una notevole polifagia. Infatti, sono più di 500 le specie vegetali attaccate da Armillaria sp.

Nella maggior parte dei casi, le piante attaccate sono specie arboree che crescono in boschi, ma anche alberature cittadine in cui l’azione dell’uomo spesso facilita la propagazione del fungo da un ospite ad un altro. Tra le specie coltivate, possiamo trovare viti facenti parte di vigneti posti ai piedi di versanti, in zone umide, o ancora vigneti a dimora in zone ben esposte e non molto umide, ma che possono comunque manifestare i sintomi di marciume radicale fibroso. La fitopatia si manifesta a macchie, interessando tipicamente una zona isolata del vigneto.

Tra le latifoglie, alcune piante ospiti del fungo sono il castagno (Castanea sativa), il faggio (Fagus sylvatica), pioppo (Populus sp.). Tra le conifere, si possono trovare gli abeti (Abies sp.), i cedri (Cedrus sp.), i pini (Pinus sp.) e altre specie.

Diagnosi

Quando una pianta ci sembra manifestare esternamente delle problematiche, come disseccamento delle ramificazioni, appassimento, ingiallimento, abbondante resinazione nelle conifere, presenza di carpofori etc., ecco che entra in gioco una figura chiave per il controllo della stabilità degli alberi: l’agronomo.

Visionati questi primi campanelli d’allarme, il professionista si cimenterà in un’attenta analisi visiva, nel corso della quale si occuperà di osservare al meglio lo stato della parte più superficiale dell’apparato radicale e del colletto dell’albero, eseguito previo scollettamento. In seguito, l’attenzione verrà spostata sul fusto e sulla chioma.

Quando ci si imbatte in una pianta soggetta a marciume radicale fibroso, è possibile trovare rizomorfe a livello delle radici e del colletto. Queste strutture si possono riconoscere per la loro colorazione, inizialmente chiara e successivamente tendente al nerastro, di aspetto simile a quello delle radici.

Qualora si rilevi un’infezione estesa sul colletto e sul fusto, sollevando la corteccia sarà possibile trovare delle regioni in cui il micelio di Armillaria sp. si è sviluppato, formando anche le tipiche conformazioni a ventaglio. Al fine di valutare la stabilità dell’albero, oltre all’analisi visiva, si ricorre all’analisi strumentale, per cui l’agronomo si avvale di appositi strumenti come il martello di resina e il dendrodensimetro. Quest’ultimo strumento permetterà, attraverso appositi grafici risultanti, di valutare lo stadio di alterazione del legno.

La procedura è stata qui descritta in modo riassuntivo e schematico. In realtà, l’analisi richiede tempo, attente osservazioni e considerazioni che consentiranno di attribuire all’albero una classe di propensione al cedimento e di valutare gli opportuni interventi.

Prevenzione, controllo e metodi di lotta

Il contrasto di una fitopatia del legno come il marciume radicale fibroso non è cosa facile. Tra i mezzi a disposizione, è possibile optare per trattamenti a base di funghi antagonisti di Armillaria sp. e di numerose altre specie fungine. Si tratta di funghi appartenenti al genere Trichoderma, in grado di instaurare una simbiosi con l’apparato radicale della pianta e di colonizzarne le superfici legnose. La loro azione riduce la possibilità di insediamento da parte di funghi patogeni, sottraendo spazio vitale e sostanze nutritive necessarie ad innescare il processo infettivo a livello dei siti di infezione.

Il trattamento può essere fatto al momento dell’impianto o nel corso della vita dell’albero, e spesso viene suggerito dall’agronomo per contrastare un patogeno. Inoltre, può essere accompagnato da disinfezione del terreno. Un altro trattamento possibile è la solarizzazione, eseguita per almeno 8 settimane al fine di debilitare il patogeno presente nel terreno.

In caso di rimboschimenti o di coltivazione di specie arboree, vi sono sicuramente alcune accortezze da tenere in considerazione che possono aiutare a contrastare la comparsa di marciume radicale fibroso:

  • Evitare sesti d’impianto molto fitti;
  • Utilizzare diverse specie arboree;
  • È opportuno eliminare le piante colpite presenti nell’impianto, operazione da eseguire nel corso delle operazioni colturali, comprendendo anche l’asportazione della ceppaia e di tutto il materiale legnoso presente nel terreno.

Nei casi più gravi, unica soluzione sembra essere l’abbattimento dell’albero e la rimozione della ceppaia, seguito da opportuni trattamenti al terreno. È importante però considerare che le operazioni di abbattimento, rimozione della ceppaia e, conseguentemente, il movimento del terreno, possono facilitare la propagazione e l’attività di Armillaria sp.

Importanti, quindi, ai fini della lotta al patogeno, le seguenti accortezze:

  • Efficiente drenaggio;
  • Eliminazione di tutti i residui di radici e di porzioni di legno infetto;
  • Rotazioni di 4 o 5 anni con colture erbacee;
  • Impiego di portainnesti tolleranti;
  • Scavo di trincee profonde circa 1 m tra le piante colpite da Armillaria sp. e le piante sane adiacenti, in modo tale da impedire l’attacco di radici sane da parte delle rizomorfe.

Vanessa Vitali

Fonti

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