Il morbo di Alzheimer da sempre è considerato una grave e comune forma di demenza a decorso cronico e progressivo. Questa patologia neurodegenerativa è caratterizzata da un processo degenerativo (Fig.1) progressivo che distrugge le cellule del cervello, causando un deterioramento irreversibile delle funzioni cognitive (memoria, ragionamento e linguaggio), fino a compromettere l’autonomia e la capacità di compiere le normali attività giornaliere.

Uno studio italiano ha individuato una molecola, l’anticorpo A13, capace di bloccare la malattia dell’Alzheimer nello stadio precoce.
Neurogenesi e Alzheimer ed il ruolo dell’Anticorpo A13
La neurogenesi, ossia l’insieme dei processi attraverso i quali si generano nuove cellule neuronali, si riduce nella fase iniziale della patologia a causa dall’accumulo, nelle cellule staminali del cervello, di una proteina precursore della beta amiloide (detta APP). Per ragioni ancora non conosciute, questo precursore può essere metabolizzato in modo alterato. Ciò porta alla formazione di una sostanza neurotossica – la beta amiloide – che si accumula lentamente nel cervello portando a morte neuronale progressiva (Fig. 2).
Le cellule nervose danneggiate perdono le loro capacità e lentamente muoiono, provocando mutamenti irreversibili nel cervello (perdita di tessuto) delle persone affette da Alzheimer.

Secondo alcuni studi il precursore dell’amiloide modula la trasmissione dei segnali neuronali legandosi a uno specifico recettore. Questa evidenza potrebbe avere una implicazione terapeutica importante. Riuscire a modulare questo recettore potrebbe voler dire aiutare nella cura dell’Alzheimer o di altri disturbi cerebrali.
Attraverso esperimenti condotti su cavie murine, i ricercatori hanno introdotto l’anticorpo A13 in cellule staminali di roditori malati di Alzheimer. E’ stato osservato che l’anticorpo, attraverso il suo meccanismo d’azione, è in grado di neutralizzare le sostanze tossiche. Ciò porta ad una riattivazione della nascita di nuovi neuroni e ad un “ringiovanimento” del cervello. Infatti si osserva che i topi hanno ripreso a svolgere l’attività di neurogenesi precedentemente ridotta dalla patologia.
Sintomi e prevenzione
Attualmente, la migliore arma vincente che si può adoperare contro malattie così gravi è la prevenzione. La riduzione della neurogenesi anticipa i segni patologici tipici dell’Alzheimer. I test per la diagnosi della malattia potrebbero quindi beneficiare di questa nuova scoperta, con il vantaggio di individuare l’Alzheimer quando è ancora nella sua fase iniziale.
La demenza di Alzheimer si manifesta con lievi problemi di memoria, fino a concludersi con grossi danni ai tessuti cerebrali. Nel corso della malattia i deficit cognitivi si acuiscono, portando il paziente a perdite di memoria, disorientamenti sul tempo, sulle persone e sui luoghi. I disturbi cognitivi possono, tuttavia, essere presenti anche anni prima che venga formulata una diagnosi di demenza di Alzheimer.
Oggi l’unico modo di fare una diagnosi certa è attraverso l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo con l’autopsia dopo la morte del paziente. Questo significa che durante il decorso della malattia si può fare solo una diagnosi della patologia “possibile” o “probabile”. La diagnosi precoce è fondamentale sia perché offre la possibilità di trattare alcuni sintomi della malattia, sia perché permette al paziente di pianificare il suo futuro, quando ancora è in grado di prendere decisioni.
Trattamenti farmacologici
Attualmente il morbo di Alzheimer non è curabile, poiché non esistono ancora farmaci in grado di bloccare o far regredire la malattia. Tutti i trattamenti che vengono messi in atto sono finalizzati a contenere i sintomi.
Per i pazienti in stadio lieve o moderato della malattia, farmaci come tacrina, donepezil, rivastigmina e galantamina possono aiutare a limitare l’aggravarsi dei sintomi per alcuni mesi. Questi principi attivi funzionano come inibitori dell’acetilcolinesterasi, un enzima che distrugge l’acetilcolina, il neurotrasmettitore carente nel cervello dei malati di Alzheimer. Perciò inibendo questo enzima, si spera di mantenere intatta nei malati la concentrazione di acetilcolina e quindi di migliorare la memoria.
Nei laboratori di ricerca si sta lavorando per mettere appunto nuovi principi attivi che aiutino a prevenire, rallentare e a ridurre i sintomi della malattia.
Fonti
- Chiara Scopa, Francesco Marrocco, Valentina Latina, Federica Ruggeri, Valerio Corvaglia, Federico La Regina, Martine Ammassari-Teule, Silvia Middei, Giuseppina Amadoro, Giovanni Meli, Raffaella Scardigli & Antonino Cattaneo “Impaired adult neurogenesis is an early event in Alzheimer’s disease neurodegeneration, mediated by intracellular Aβ oligomers” Cell Death & Differentation, 2019