Rifiuti marini: come è la situazione delle spiagge italiane?

I rifiuti marini sono tutti i materiali rilasciati in ambienti costieri e marini dove poi si accumulano. Sono ormai un problema globale poiché interessano gli ecosistemi marini di tutto il mondo. Ma solo negli ultimi anni l’interesse per questo argomento è cresciuto esponenzialmente.

I rifiuti marini, anche chiamati marine litter, restano quindi una delle grandi minacce ambientali da affrontare a livello globale. Inquinano gli ecosistemi oceanici di tutto il mondo con conseguenze negative sia sulla fauna selvatica che sugli esseri umani.

Nella maggior parte dei casi provengono dalla terraferma. Sono infatti trasportati dai fiumi direttamente al mare o sulle spiagge. In modo minore derivano dai rifiuti smaltiti durante la navigazione e dalle attività delle piattaforme petrolifere.

In base alle loro caratteristiche, come le dimensioni e la composizione (che a sua volta influenza la densità e la galleggiabilità) e a quelle del corpo d’acqua in cui giungono possono galleggiare o affondare. Nell’ultimo caso, possono poi raggiungere profondità differenti.

I rifiuti marini raggiungono le spiagge più remote del mondo, galleggiano al centro dell’oceano e si accumulano a profondità molto elevate. Colonizzano anche i ghiacciai dei poli. Inoltre, sono ingeriti dagli animali marini.

Rifiuti marini: ancora una volta a regnare è la plastica

Ad oggi, la maggior parte dei rifiuti marini è composta da plastica. Questo materiale è prodotto in quantità sempre maggiori con ricadute via via più pesanti sugli ecosistemi marini e i suoi ospiti.

I rifiuti marini di plastica si trovano soprattutto nelle zone in via di sviluppo e/o con elevata densità demografica.

Il problema principale è legato alla sua lunga (lunghissima!!) persistenza nell’ambiente e al rilascio di sostanze tossiche, le stesse con cui è trattata in precedenza per svolgere le sue funzioni.

Inoltre, la plastica può agire come vettore di contaminanti, dai microrganismi agli inquinanti organici persistenti (POP) e ai metalli pesanti. 

Ormai ha sostituito molti altri materiali, come il vetro, ed è diventata una componente essenziale in tanti prodotti usati quotidianamente. Ad esempio, sono di plastica le fibre usate per la lavorazione di molti tessuti. Anche gli imballaggi alimentari sono di plastica. Così come gli occhiali, gli elettrodomestici, componenti dei mezzi di trasporto e perfino i giocattoli per bambini.

È quindi necessaria una gestione urgente ed efficiente dei rifiuti marini. Non è una questione facile. Infatti, richiede la conoscenza dettagliata delle quantità e delle fonti da cui i rifiuti marini provengono e del modo in cui sono scambiati in ambiente marino.

Solo utilizzando un approccio dinamico e multidisciplinare si può provare ad evitare, prevenire o mitigare i problemi ambientali, economici e sociali derivanti dalle perdite e dalla cattiva gestione dei rifiuti marini.

Legambiente e l’Indagine Beach Litter 2024

Dalle indagini di Legambiente risultano circa 705 rifiuti ogni 100 metri di spiaggia. E indovinate un pò? Il materiale più diffuso sulle nostre spiagge ancora una volta è… la plastica.   

Grazie ad un progetto di citizen science, che vanta l’operato di centinaia volontari dei circoli locali, ogni anno Legambiente monitora e classifica i rifiuti dispersi sulle spiagge italiane. Perché lo fa? Le risposte potrebbero essere molte. Sicuramente una di queste è tenere alta l’attenzione su questo fenomeno, che si sta trasformando in una vera e propria emergenza, che colpisce le nostre spiagge. Non luoghi lontani e sconosciuti. Ma proprio quelle spiagge dove abbiamo imparato a nuotare e dove trascorrevamo intere giornate a giocare a palla con gli amici non appena finiva la scuola.

Nel 2024 Legambiente ha osservato 33 spiagge in 12 diverse regioni della nostra penisola. In totale sono stati monitorati circa 179.000 m2 di spiagge.

Le spiagge monitorate da Legambiente nell'Indagine Beach Litter 2024.
Figura 1 – Le spiagge monitorate da Legambiente nell’Indagine Beach Litter 2024. [Fonte: Legambiente.it]

Rifiuti marini più raccolti: i fantastici cinque

Circa il 40% dei 23.259 rifiuti raccolti è rappresentato da 5 tipologie di oggetti:

  1. mozziconi di sigaretta (14,4% – circa 100 cicche su 100 metri di spiaggia);
  2. pezzi di plastica (9,4%- si tratta di oggetti e frammenti di plastica di grandezza tra i 2,5 e i 50 centimetri);
  3. tappi e coperchi in plastica (6,7%);
  4. materiali da costruzione e demolizione  (5,5%);
  5. stoviglie usa e getta in plastica (4,2%)

La maggior parte dei rifiuti marini (56,3 %), di nuovo, è costituita da prodotti in plastica monouso e dalle reti e attrezzi da pesca e acquacoltura. Nonostante i prodotti in plastica monouso siano stati banditi dalla Direttiva europea Single Use Plastics – SUP -, in vigore in Italia dal 14 gennaio 2022, essa è sempre molto presente. Seguono il vetro/ceramica (6,6%), i metalli (4,5%) e la carta/cartone (2,9%).

I risultati dell'Indagine Beach Litter 2024 di Legambiente.
Figura 2 – I risultati dell’Indagine Beach Litter 2024 di Legambiente. [Infografica creata con Canva da Elisabetta Cretella]

In particolare, le bottiglie e i contenitori di plastica – inclusi tappi e anelli – rappresentano l’11,4% del totale. A seguire le buste di plastica (2,4%), i contenitori per alimenti (2,2%) e i bicchieri (1,9%). Le posate e piatti di plastica rappresentano circa il 2% degli oggetti in plastica monouso. I cotton fioc, invece, ancora meno (1,6%). L’ultimo posto lo conquistano le cannucce e gli agitatori per cocktail (1,2%). 

Rifiuti marini sulle spiagge: un’indagine visiva indica un miglioramento rispetto al passato

Nell’indagine condotta da Legambiente, per la prima volta, è stato usato un indicatore di ‘pulizia delle spiagge’ condiviso a livello internazionale.

Si chiama Clean Coast Index (CCI) e permette di verificare il “grado di pulizia” delle spiagge in modo immediato e oggettivo perché analizza la densità dei rifiuti presenti nelle aree campione monitorate. 

Il Clean Coast Index (CCI) permette di verificare il “grado di pulizia” delle spiagge in modo immediato e oggettivo perché analizza la densità dei rifiuti presenti nelle aree campione monitorate. 
Figura 3 – Il Clean Coast Index (CCI) permette di verificare il “grado di pulizia” delle spiagge in modo immediato e oggettivo perché analizza la densità dei rifiuti presenti nelle aree campione monitorate. [Fonte:Legambiente.it]

Solo il 6,6% delle spiagge monitorate è risultata come “spiaggia sporca” o “molto sporca”. Un dato positivo rispetto al passato. Inoltre, sono aumentate le spiagge giudicate come “molto pulite” o “abbastanza pulite”.

Ad oggi, non si nota una significativa riduzione in termini percentuali della quantità di rifiuti costituiti da oggetti in plastica monouso. Bisognerà continuare a monitorare la quantità e la tipologia di rifiuti marini spiaggiati per capire se le misure previste dalla Direttiva sulla plastica monouso siano o meno efficaci.

Bibliografia:

Crediti immagini:

  • Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/illustrations/pulire-vuoto-epurazione-spazzare-8595993/
  • Figura 1 : https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/Beach-Litter-2024-infografiche.pdf
  • Figura 2 : Infografica creata con Canva da Elisabetta Cretella
  • Figura 3 : https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/Beach-Litter-2024-infografiche.pdf
Foto dell'autore

Elisabetta Cretella

Elisabetta Cretella Dopo la laurea magistrale in Genetica e Biologia molecolare conseguita presso l'Università degli Studi di Roma La Sapienza e l'abilitazione alla professione di biologo, si appassiona alla divulgazione scientifica. Consegue il Master in Giornalismo e Comunicazione istituzionale della Scienza presso l'Università degli studi di Ferrara e inizia a scrivere per il webmagazine 'Agenda17' del Laboratorio DOS (Design of Science) dell'Università di Ferrara. Intanto intraprende la strada dell'insegnamento. Ad oggi è docente di Matematica e Scienze presso le Scuole Secondarie di primo grado e di Scienze naturali alle Scuole Secondarie di secondo grado. Nel suo curriculum c'è anche un tirocinio svolto in un laboratorio di ricerca dell'Istituto di Biologia e Patologia molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IBPM-CNR) e due pubblicazioni su riviste scientifiche peer reviewed.

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