Il curioso caso di Benjamin Button: il segreto nel microbiota intestinale?

La progerie come modello per studiare il microbiota intestinale durante il processo dell'invecchiamento

La sindrome da invecchiamento precoce

“Il colibrì non è un uccello come gli altri: ha un ritmo cardiaco di 1200 battiti al minuto, le sue ali sbattono ottanta volte al secondo. Se gli impedisci di battere le ali, lui muore in meno di dieci secondi. Questo non è un uccello qualunque, questo è una specie di miracolo.”

Un miracolo chiamato vita è il tema centrale del famoso film “Il curioso caso di Benjamin Button”, da cui prendiamo spunto per raccontarvi un nuovo studio scientifico in cui il protagonista è un ipotetico Benjamin Button, affetto da progeria o sindrome di Hutchinson-Gilford.

Il tempo, si sa, non guarda in faccia nessuno. Semplicemente passa. Tuttavia, la sindrome della vita eterna, quella che è toccata al Benjamin Button di David Fincher, è una delle maggiori aspirazioni della società moderna: non ci piace invecchiare. Allo stesso tempo l’attenzione della comunità scientifica nei confronti del processo di invecchiamento sta crescendo in maniera esponenziale negli ultimi anni, alla ricerca della pozione magica per rimanere giovani.

Il microbiota intestinale, una clessidra determinante

In quest’ambito di ricerca, anche il nostro microbiota intestinale svolge un ruolo importante e ormai ampiamente riconosciuto. Con il passare degli anni, il microbiota “invecchia” con noi e la sua composizione cambia nel corso degli anni. Allo stesso tempo, come abbiamo visto in altri articoli, invecchiare bene è possibile e proprio attraverso la modulazione del microbiota intestinale.

Il riconosciuto ruolo del microbiota intestinale durante l’invecchiamento è stato recentemente dimostrato in modelli murini di invecchiamento precoce.

L’invecchiamento in un modello animale di progerie

Questa interessante ricerca è stata pubblicata il mese scorso sulla rivista scientifica Nature da parte di un gruppo di ricercatori spagnoli guidati da Lopez Otín della Universidad de Oviedo. L’obbiettivo era quello di dimostrare com, modelli murini di progerie, caratterizzati quindi da invecchiamento precoce, siano caratterizzati da un profilo batterico distinto rispetto ad un topo controllo ed i risultati di una serie di esperimenti hanno confermato quest’ipotesi.

L’analisi tassonomica della composizione batterica del microbiota intestinale di questi topi, ha dimostrato che, dopo soli 4 mesi di tempo, il profilo microbiotico dei topi affetti da progerie cambiava sostanzialmente. In particolare queste alterazioni riguardavano un incremento dei generi batterici Proteobacteria e Cyanobacteria, oltre che una diminuzione dell’abbondanza di Verrucomicrobia.

In particolare, la perdita del genere Akkermansia muciniphila (Fig.1) sembra essere un dato molto interessante. Infatti, si tratta di batteri che sono stati generalmente associati ad una migliore omeostasi metabolica e una modulazione del sistema immune nei confronti di stati infiammatori, oltre che una funzione protettiva per processi aterosclerotici (tipici durante l’invecchiamento).

Figura 1: Akkermansia muciniphila in microscopia elettronica.

A dimostrazione delle proprietà benefiche di Akkermansia muciniphila, i ricercatori hanno pensato di effettuare un esperimento di trapianto fecale del microbiota del topo controllo al modello murino di invecchiamento precoce. Sorprendentemente, dopo il trapianto, i topi sopravvivevano più a lungo. Allo stesso tempo, la somministrazione diretta di Akkermansia muciniphila ai topi in questione determinava il miglioramento della funzionalità della mucosa intestinale.

Lopez Otín e collaboratori hanno quindi deciso di esplorare la presenza di tale disbiosi intestinale anche nell’uomo. A tal fine è stato analizzato il microbiota intestinale di 4 bambini affetti da progerie di tipo HGPS ed un bambino affetto da progerie NGPS, oltre a quello dei rispettivi famigliari sani.

I risultati ottenuti da questa ridotta popolazione non sono riusciti a confermare la presenza di disbiosi nei pazienti rispetto ai loro controlli sani, sebbene i ricercatori abbiano osservato una diversificazione geografica della composizione del microbiota di questi pazienti. Insomma, in questo caso, sembra che l’influenza ambientale abbia, per il microbiota intestinale umano, un ruolo più determinante rispetto ad una condizione genetica.

Ulteriori approfondimenti e ricerche in questo ambito potranno realmente chiarire il ruolo del microbiota nell’attivazione di vie metaboliche coinvolte nella modulazione dei processi infiammatori alla base del processo di invecchiamento, in cui sicuramente una serie di fattori ambientali e non  giocano un ruolo determinante.

Serena Galiè

Bibliografia

  • Healthspan and lifespan extension by fecal microbiota transplantation into progeroid mice (Bárcena et al., Nature, 2018)

Informazioni su Serena Galié 48 Articoli
Laureata in Biotecnologie Mediche con curriculum internazionale in Management in Medical Biotechnology presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Master in Biotechnology of Environment and Health presso l'Università di Oviedo, in Spagna. Attualmente studentessa di un PhD in Nutrizione e Metabolismo presso l'Università Rovira I Virgili, a Tarragona in Spagna.

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