Il SuperBug di New Delhi colpisce la Toscana: 90 pazienti infettati

Un batterio sfida tutti gli antibiotici

New Delhi superbug

Il caso epidemico del batterio New Delhi

Sono attualmente 90 i pazienti che nell’ultimo anno sono stati infettati dal New Delhi, il superbatterio che sta creando allarme in tutta la Toscana. Lo ha rilevato l’Agenzia Regionale di Sanità (ARS): i pazienti colpiti sono passati da 75 della settimana scorsa a 90 attuali.

Si tratta dello stesso batterio che in Toscana dal 2018 ha già causato 31 morti e infettato 75 pazienti. Il nome New Delhi allude al primo caso di infezione registrato, quando nel 2008 fu isolato da un cittadino svedese che era stato precedentemente ricoverato in un ospedale in India: a New Delhi per l’appunto.

Il primo caso italiano

Il primo caso registrato in Italia di Klebsiella pneumoniae multiresistente risale al 19 novembre del 2012 all’Aquila, dove un uomo ha rischiato quasi la morte poiché in poiché la sua infezione batterica risultava resistente a tutti gli antibiotici presenti allora in commercio.

In quella occasione fu possibile però isolarlo in coltura e tipizzarlo grazie al lavoro sinergico tra i ricercatori dell’Università dell’Aquila e il reparto Malattie infettive dell’Ospedale San Salvatore (AQ).

Tornando ai casi più recenti, la Regione Toscana non appena ha riscontrato la diffusione del New Delhi nelle sue strutture sanitarie, nel novembre 2018, si è occupata di inviare una segnalazione al Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie o ECDC (European Centre for Disease prevention and Control).

Lo scorso maggio è stata costituita per tanto un’unità di crisi che ha messo a punto un documento, il Rapid Risk Assessment, riportando le indicazioni per contrastare l’epidemia. Con lo scopo di informare gli operatori sanitari che il batterio multiresistente colpisce i pazienti immunodepressi o i pazienti affetti da cancro.

Il contagio avviene all’interno delle strutture sanitarie quali gli ospedali e strutture simili come le Residenze Sanitarie Assistite o RSA, dove spesso e volentieri si verificano casi d’infezione da parte di ceppi resistenti, chiamate infezioni correlate all’assistenza (ICA). Si tratta di infezioni contratte quasi sempre tramite il contatto tra “fonte-veicolo-ospite” dove il veicolo più frequente sono le mani degli operatori non adeguatamente igienizzate.

Troviamo inoltre le apparecchiature mediche, i letti di degenza e tutti i vari strumenti che sono coinvolti nelle pratiche terapeutiche ed assistenziali sul paziente. Questo tipo di infezioni ospedaliere sono causate da microrganismi opportunisti, presenti nell’ambiente, che colpiscono i pazienti più deboli, quali immunodepressi o i pazienti ricoverati nei reparti di malattia intensiva.

Un pessimo primato italiano

Il rapporto dell’ECDC ha messo in evidenza un grave primato nazionale, dato che l’Italia è tra i Paesi europei con i tassi più elevati di antibiotico-resistenza e con il primato di morti per questo fenomeno.

Si registrano oltre 10mila ogni anno su 33mila circa stando a quanto riportato dal ECDC stesso.

Impressionante anche il numero delle infezioni batteriche che rendono inefficaci gli antibiotici: 200mila ogni anno soltanto nei nostri ospedali e 640mila se consideriamo tutta l’Unione europea.

Identikit di super batterio

Il batterio killer responsabile di quest’epidemia terribile appartiene alla specie Klebsiella pneumoniae appartenente alla famiglia enterobacteriaceae.

Sono batteri gram-negativi normalmente presente nella mucosa respiratoria e nell’intestino dell’uomo, anche se sono praticamente ubiquitari in natura. Sono provvisti di una capsula prominente a base polisaccaridi, mancano invece di un flagello e pertanto non sono mobili.

Presentano gli antigeni O e K. Li si trova in genere singoli, a coppie o in piccole catene. Sono molto simili agli Enterobacter, differiscono da questi ultimi per l’incapacità di muoversi e per l’incapacità di decarbossilare l’ornitina. Spesso gli appartenenti al genere si comportano da patogeni veri e propri, provocando polmonite, setticemia e altre infezioni ai tessuti molli.

Un ceppo terribile

La Klebsiella isolata risultò resistente alla grande famiglia degli antibiotici beta-lattamici, dato che questo ceppo è provvisto di un enzima chiamato New Delhi metallo-betalattamasi o semplicemente NDM.

Si tratterebbe di un tipo di carbapenemasi che conferisce resistenza terapeutica anche alle nuove combinazioni antibiotico-inibitore come quella ceftazidime-avibactam. Nota ai ricercatori ed in letteratura l’esistenza di altri enzimi come il Klebsiella pneumoniae carbapenemase anche detto KPC; si tratta del più diffuso enzima prodotto da Klebsiella p. che causa la resistenza ai carbapenemi, esso però purtroppo risulta poco efficace come NDM-1.

La fonte genetica per la sintesi di questo enzima è rappresentata da un plasmide chiamato blaNDM-1 trasmissibile anche altri batteri dato che blaNDM-1 si integra nei plasmidi o nel cromosoma batterico, consentendo così la produzione dell’NDM-1. L’enzima è stato trovato in almeno quattro diversi batteri gram-negativi (Klebsiella, Escherichia, Enterobacter e Acinetobacter).

Batteri che trasportano tali geni sono spesso denominati dai media “superbatteri“, dal momento che le infezioni provocate da questi batteri sono molto difficili da trattare con successo. La produzione degli enzimi NDM-1 causa una resistenza verso diverse classi di antibiotici: penicilline, cefalosporine (cefepime e ceftriaxone), carbapenemi ed aztreonam.

L’azione molecolare dell’enzima è in grado di legarsi con l’anello beta lattamico e di inattivarlo annullando di fatto l’azione antibiotica e quindi la buona riuscita della terapia.

Una nuova speranza

La speranza come spesso accade ci arriva dalla ricerca, in quanto all’inizio di agosto 2010 un composto chimico, denominato GSK-299423, è stato in grado di lottare significativamente contro i batteri resistenti agli antibiotici.

Così facendo ha reso tali batteri non più in grado di riprodursi, ottenendo così un probabile trattamento al ceppo NDM-1.

Sitografia

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