Atropa belladonna: la ciliegia delle streghe

Nota anche come “ciliegia della pazzia” o “erba del diavolo”, la belladonna è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae con frutti simili a piccole ciliegie di colore nero e di sapore gradevole ma assai velenosa. Confondere questi frutti con le comuni e innocue ciliegie può risultare quindi estremamente pericoloso.

Etimologia 

Questo nome tanto fantasioso quanto inquietante le venne attribuito da Linneo il quale si rifece alla mitologia greca: qui Atropo era una delle tre Parche, le dee nelle cui mani risiedeva il destino dei mortali, e per la precisione colei che ‘recideva il filo della vita’.

Atropa belladonna
Atropa belladonna

Proprietà

La pianta contiene diversi alcaloidi tropanici, la iosciamina, il suo racemo, l’atropina e la scopolamina. 

Un tempo si riteneva che tutte le parti della belladonna contenessero atropina: le ricerche più recenti hanno dimostrato che le foglie contengono iosciamina e atropina, le radici giovani solo iosciamina e nelle radici adulte si trova molta atropina. Con la maturazione dei tessuti, la iosciamina si trasforma in atropina.

Questi metaboliti interferiscono con la trasmissione degli impulsi nervosi – inibizione del sistema nervoso vegetativo parasimpatico – causando secchezza delle fauci, inibizione dell’attività delle ghiandole sudoripare, dilatazione delle pupille, diminuzione del tono muscolare intestinale e, in dosi tossiche, tachicardia, disorientamento, delirio ed allucinazioni, insufficienza respiratoria, collasso vascolare e morte. 

Usi medici e cosmetici

Grazie alle sue proprietà analgesiche, sedative, antiasmatiche e spasmolitiche, la belladonna è stata utilizzata sin dall’antichità come trattamento per diversi disturbi come antiasmatico, anticonvulsivo, analgesico e narcotico o nei trattamenti delle ulcere e delle intossicazioni da funghi, morfina e persino gas nervino. 

Poiché provoca anche la dilatazione delle pupille, per molto tempo il collirio di belladonna è stato ritenuto un valido rimedio ai problemi di vista causati dall’invecchiamento: la Regina Vittoria affetta da cataratte usò tale farmaco durante la vecchiaia preferendolo all’intervento chirurgico. I colliri di belladonna erano utilizzati anche come cosmetici, non solo nell’età vittoriana: le pupille dilatate e gli occhi lucidi erano considerati un segno di bellezza e giovinezza già nel Rinascimento italiano. Nell’ottocento poi erano un elemento fondamentale della cosiddetta “Consumptive Chic”, la moda che enfatizzava l’aspetto delle donne malate di tubercolosi (ovvero pallore, pelle traslucida ed eccessiva magrezza) come il modello di bellezza ideale.

Le donne si sottoponevano a questi trattamenti pur sapendo che, a lungo andare, l’estratto di belladonna poteva causare cecità oltre che condurre alla morte per avvelenamento da alcaloidi se assunti in dosi eccessive.

La belladonna tra leggenda e realtà

Insieme a Datura stramonium e ad Aconitus napellus, Atropa belladonna è stata tradizionalmente associata alle streghe e alla preparazione di pozioni e unguenti. Non a caso, una seconda ipotesi suppone che il nome belladonna deriverebbe dal francese “belle femme”, che significa appunto strega. Secondo la leggenda, le streghe usavano unguenti di belladonna per ungere le loro scope e raggiungere, volando, i luoghi in cui si svolgevano i sabba con il Diavolo.

Lo studioso M. Murray, negli anni ’60, elaborò una spiegazione del fenomeno, riportato nel suo libro ‘Il Dio delle streghe’ in cui affermava che l’aconito rende irregolare il ritmo cardiaco e la belladonna provoca il delirio: 

“il battito cardiaco irregolare in una persona che si addormenta produce la ben nota sensazione di cadere bruscamente nello spazio, per cui sembra senz’altro possibile che la ricombinazione di una sostanza che provoca il delirio come la belladonna con una droga che rende irregolare il ritmo cardiaco come l’aconito possa dare la sensazione di volare”.

Nel 1960 Will-Erich Peukert, direttore dell’istituto di Entomologia dell’università di Gottinghen, si unse il corpo con una pomata a base di Belladonna, preparata secondo una ricetta descritta da G. Della Porta nel suo “Magia naturalis” e cadde in un sonno per 20 ore consecutive, durante le quali ebbe tutte le visioni descritte dalle streghe partecipanti al sabba: quello di volare, di essere in più posti contemporaneamente, di essere invisibile e via dicendo.

Fonti

  • Murray, M. A. (1972). Il Dio delle streghe. Astrolabio Ubaldini.
  • Passos, D. L., & Mironidou-Tzouveleki, M. (2016). Hallucinogenic Plants in the Mediterranean         Countries. In Neuropathology of Drug Addictions and Substance Misuse. 
  • Volume 2: Stimulants, Club and Dissociative Drugs, Hallucinogens, Steroids, Inhalants and International Aspects.
  • https://www.dinafem.org/it/blog/belladonna-lerba-delle-streghe/
  • https://www.floraitaliae.actaplantarum.org/
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/belladonna/
  • https://www.treccani.it/enciclopedia/atropina/
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Francesco Centorrino

Sono Francesco Centorrino, creatore di Microbiologia Italia. 🧫 Sono laureato in biologia e molto appassionato di tecnologia, cinema, scienza e fantascienza. 🚀

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