La trimetazidina: un nuovo potenziale farmaco contro la SLA

Tra le malattie neurodegenerative, di cui la letteratura scientifica è a conoscenza, la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) è tra le sfide più ardue che gli studiosi abbiano mai dovuto affrontare. Fu identificata e descritta, per la prima volta nel XIX secolo, dal neurologo francese Jean-Martin Charcot, cui si deve la locuzione medica di “malattia di Charcot”.

Conosciuta anche come “morbo di Lou Gehrig”, in riferimento al campione di baseball statunitense che ne fu colpito – nel 1939 – e con cui la malattia guadagnò l’interesse della comunità scientifica. Attualmente non esistono terapie farmacologiche in grado di arrestare la malattia.

La Trimetazidina: proprietà farmacologiche

Ad oggi, gli unici farmaci indicati per la SLA, quali il riluzolo (Radicut, Sanofi-Aventis) e l’edaravone (Radicut, Mitsubishi Tanabe Pharma), presentano uno scopo perlopiù palliativo, atto a garantire una migliore gestione dei sintomi e della qualità di vita dei pazienti. La rivista scientifica British Journal of Pharmacology ha pubblicato un recente studio italiano, finanziato dalla Fondazione AriSLA, in cui è stato individuato un nuovo potenziale farmaco – la Trimetazidina – in grado di rallentare la progressione della malattia e aumentare la sopravvivenza nei modelli murini adoperati per la sperimentazione preclinica.

Struttura chimica della Trimetazidina
Figura 1- Struttura chimica della trimetazidina

La Trimetazidina è un farmaco anti-ischemico già utilizzato per il trattamento della malattia coronarica capace di migliorare il metabolismo del glucosio, preservando il regolare funzionamento delle pompe ioniche e dei flussi trans-membrana sodio-potassio, e mantenendo – pertanto – un metabolismo energetico adeguato durante l’ischemia. Inoltre, la Trimetazidina potenzia il metabolismo mitocondriale e favorisce la rigenerazione nervosa, esercitando un effetto antinfiammatorio e antiossidante.

Lo studio

Da qui l’idea del gruppo di ricerca, coordinato da Alberto Ferri e Cristiana Valle della Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma e dell’Istituto di farmacologia traslazionale del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ift), di provare a impiegare la trimetazidina in un modello murino di SLA poiché nella maggior parte dei soggetti affetti da tale patologia si verificano meccanismi molecolari responsabili di disfunzioni metaboliche che, insieme ad una diminuzione dell’indice di massa corporea, sono in genere correlati a una prognosi peggiore della malattia.

Nel corso dell’esperimento è stato trattato, a partire dall’insorgenza della patologia, un gruppo di topi con trimetazidina per via orale, solubilizzata in acqua alla dose di 20 mg/kg. I ricercatori hanno poi valutato l’impatto della trimetazidina sulla progressione della malattia studiando i parametri metabolici, la forza di presa e le alterazioni istologiche nel muscolo scheletrico, nel nervo periferico e nel midollo spinale.

I risultati

Dalle analisi è emerso che la somministrazione del principio attivo ritarda il declino della funzione motoria, migliora le prestazioni muscolari, il metabolismo e prolunga significativamente la sopravvivenza dei topi, con un aumento di 16 giorni per i maschi e di 12,5 per le femmine. Previene, inoltre, lo smantellamento delle giunzioni neuromuscolari, attenua la perdita di motoneuroni e riduce la neuroinfiammazione nel midollo spinale e nei nervi periferici.

A seguito di tali risultati, a dir poco sorprendenti, i ricercatori dell’Università di Queensland (Australia) hanno già avviato uno studio clinico pilota per verificare la sicurezza del farmaco in pazienti fragili affetti da SLA, poiché la ricerca ha dei tempi che devono essere necessariamente rispettati, prima che la speranza di una cura possa diventare realtà.  

Teresa Cantone

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