Perchè un tatuaggio dura per sempre?

Tatuaggi: gioie e dolori

Tutte le volte che abbiamo pensato ad un tatuaggio ci siamo sempre posti mille problemi: “Mi piacerà una volta che lo vedrò davvero sul mio corpo? Potrei, dopo un po’ di tempo, stancarmi? Se volessi toglierlo riuscirei ad eliminarlo del tutto?”. Ciò che affligge maggiormente è il problema della durata: un tatuaggio è permanente! E di certo non aiutano i commenti esterni: “un tatuaggio è per sempre!”. Eppure, quella del tatuaggio è diventata, specie negli ultimi anni, una vera e propria moda, con tutti i rischi che ne possono derivare.

I tatuaggi sono incisi nella pelle appena sotto l’epidermide e sono effettivamente difficili da rimuovere. Ad oggi, l’unica strategia conosciuta è quella che prevede l’utilizzo del laser (Figura 1). Questa pratica, oltre ad essere molto costosa, richiede però molto tempo e non sempre permette di raggiungere risultati perfetti (specie per tatuaggi colorati).

rimozione tatuaggio con laser
Figura 1 – Un esempio di rimozione di un tatuaggio per mezzo del laser

Una scoperta “casuale”

Recentemente, un gruppo di ricerca francese ha però scoperto il meccanismo alla base della permanenza del tatuaggio. Questa scoperta è stata pubblicata sul Journal of Experimental Medicine e potrebbe rivoluzionare la vita dei “tatuati”. Vediamo come.

Come la maggior parte delle scoperte sorprendenti, questa è avvenuta per puro caso. Il gruppo di ricerca francese guidato dall’immunologa Sandrine Henri dell’Istituto Nazionale Francese di Salute e Ricerca, facente anche parte dell’Istituto Nazionale della Ricerca e della Aix Marseille University, si occupa da molti anni di studiare l’origine e i fattori genetici alla base dei macrofagi (Fig. 2) cutanei (cellule del sistema immunitario che si occupano di identificare e inglobare detriti cellulari, microbi e altri corpi estranei) e la loro interazione con le altre cellule della pelle.

macrofago
Figura 2 – Un macrofago

Quindi, i tatuaggi non erano assolutamente al centro della sperimentazione. Eppure, questi studi hanno condotto i ricercatori verso una scoperta che potrebbe essere importante per la rimozione di questi segni “indelebili”.

Per prima cosa, i ricercatori hanno dimostrato che i macrofagi della pelle catturano il pigmento del tatuaggio. Hanno, quindi, ingegnerizzato geneticamente un ceppo di topi in modo che questi avessero un recettore per la tossina difterica e, di conseguenza, iniettando questa nei topi, essa uccidesse selettivamente queste cellule.

Quindi, hanno tatuato con inchiostro verde le code di questi topi e hanno verificato, tramite osservazione al microscopio, che i macrofagi avessero effettivamente inglobato le particelle di inchiostro. Dopo aver fatto questo, hanno iniettato la tossina difterica e, sorprendentemente, nonostante l’eliminazione dei macrofagi, l’inchiostro permaneva sulla pelle.

Un esperimento successivo, in cui il tessuto della coda tatuata veniva innestato su dei topi albini, ha dato il medesimo risultato: l’inchiostro rimaneva, nonostante tutti i macrofagi fossero ormai stati sostituiti.

Il meccanismo alla base della permanenza del tatuaggio

Il team di ricerca ha spiegato questo risultato affermando che la permanenza dell’inchiostro del tatuaggio sulla pelle è dovuto al fatto che i macrofagi assorbono il pigmento e, una volta che questi muoiono, il pigmento resta bloccato all’interno del tessuto fino a che non viene inglobato da un altro macrofago, così all’infinito.
Inoltre, la stabilità del disegno è data dal fatto che i macrofagi hanno poca possibilità di movimento all’interno della pelle e le particelle di pigmento sono di dimensioni troppo grandi per essere drenate nei linfonodi attraverso i vasi linfatici.

La scoperta potrebbe essere importante perché, come spiega la Henri, potrebbe affiancare la rimozione laser del tatuaggio. Infatti, si cercherebbe di inibire la funzione dei macrofagi per un breve lasso di tempo, di modo che questo non venga assorbito dal macrofago successivo. Questo per ottenere, si pensa, una rimozione più efficace.
L’applicazione di questa strategia richiede ancora una lunga fase di sperimentazione, poiché l’inibizione della funzionalità dei macrofagi ha anche delle conseguenze, quali inibire la cicatrizzazione e rallentare la rigenerazione del muscolo scheletrico.

Emanuela Pasculli

Fonti:

  • LeScienze
  • ScientificAmerican
Foto dell'autore

Emanuela Pasculli

Studentessa di Biotecnologie Mediche e Medicina Molecolare in quel di Bari. Sono una ragazza molto curiosa e mi piace osservare ciò che mi circonda e trovare una risposta alle mie tremila domande. Grazie a questo blog ho unito due passioni: la microbiologia e la scrittura e spero che questo sia solo il punto di partenza.

Hai suggerimenti che possano aumentare la qualità dei nostri contenuti sul sito di Microbiologia Italia o vuoi fornirci dei feedback per fare sempre meglio? Contattaci. Diffondi la scienza con noi e seguici su FacebookInstagramLinkedIn, TikTok, Twitter, Telegram e Pinterest. Ti piacciono i nostri articoli? Aiutaci con una Donazione o iscriviti alla nostra Newsletter ufficiale e potrai ricevere gratuitamente i fantastici articoli che giornalmente verranno pubblicati sul sito.

Rispondi